47. I can't move on, babydoll

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Il cielo sa, e tace

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Il cielo sa, e tace. Aspetta siano le stelle a parlare.



 Aspetta siano le stelle a parlare

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Il senso di vuoto se n'era andato.

Lo aveva riempito quella che ero sicuro sarebbe stata per sempre la notte più bella della mia vita.

L'eco della disperazione non c'era più, ora sostituito da quello dei suoi gemiti contro la mia bocca ad ogni spinta più profonda dentro di lei.

Arabella era tornata. Da me.

Ero un egoista, lo sapevo, ma non riuscivo a porre un freno alle emozioni che mi sovraffollavano il cuore e la mente.

Il suo profumo addosso, le sue lacrime tra le dita, il suo cuore inglobato dal mio.

Non riuscivo a pensare ad altro.

Ma Arabella era stata rapita, le avevano fatto del male e le ferite che le avevano lasciato addosso non si sarebbero trasformate a breve in cicatrici.

Per quello nell'impeto del mio cuore in tempesta avevo deciso di riaprire una delle mie, la prima che mi ero fatto per lei.

Non volevo fosse sola. Neanche nel dolore.

E anzi, forse mi era più semplice starle vicino mentre il cielo crollava e ci piovevano addosso lapilli roventi piuttosto che durante una fresca pioggerella estiva.

Ero stato egoista quella notte come lo ero sempre stato da quando la avevo fatta entrare nella mia vita.

Era sbagliato, tossico, disfunzionale.

Me ne rendevo conto, non del tutto ma in buona parte.

E mi ripromettevo sempre che sarei stato migliore, almeno per lei, almeno finché le sarei stato attorno.

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