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L'inferno intrappola solo chi si ferma e smette di attraversarlo.
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Terrore.
Fu tutto ciò che mi percorse i nervi in scosse incontenibili.
Era davanti a me, il passamontagna ancora addosso, gli occhi neri a cui rimanevo appiccicata come colassero pece, una mano in tasca e nell'altra un fucile.
Indietreggiai, ma solo di qualche millimetro, scivolando sulle foglie umide ed infangandomi le mani.
Un uccellino in trappola che cercava di volare via con le ali spezzate.
«Non voglio ucciderti, o l'avrei già fatto» si abbassò davanti a me, ed io tremai ancora di più.
Ero ammutolita, scavavo dentro di me alla ricerca di qualche stupida parola da mettere insieme per comporre una frase di senso compiuto che avrebbe potuto aiutarmi sapendo non esistesse, ma gli occhi, come sempre, parlavano per me.
«Non avere paura» allungò una mano coperta da un guanto nero in pelle verso di me ed io chiusi di scatto gli occhi spaventata. «Voglio solo giocare un po' con te prima di riportarti all'orfanotrofio.»
Non scindevo più i ricordi dalla realtà, che aveva preso il brutto vizio di superare di gran lunga le mie paure.
Ero in bilico, al confine tra la psicosi e le paranoie che non riuscivo più a distinguere tra loro.
Non rimaneva altro di me che un corpo inerme anestetizzato e attraversato da ondate di panico distruttivo.
La pelle ruvida del guanto mi spostò dal viso una ciocca di capelli, e poi mi accarezzò in modo estremamente lento e controllato una guancia.
Avrei voluto piangere, dimenarmi, scappare.
Invece rimasi immobile sotto le sue mani, aspettando tutto finisse.