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Alla fine sarà l'amore che abbiamo sempre represso a ucciderci.
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Avevo sempre immaginato la morte come un sonno profondo e imprescindibile.
I respiri avrebbero mantenuto la loro cadenza, ma si sarebbero trasformati in ampie onde scure increspate di fuoco e non di schiuma.
La pelle si sarebbe raffreddata sotto i sospiri del vento. I pensieri avrebbero finito la loro corsa sulla giostra del tempo.
E il dolore?
Quello non riuscivo a figurarmi che fine avrebbe fatto.
Ma credevo sarebbe rimasto lì, nell'aria, impregnandola acre e tossico com'era in origine.
Il profumo che mi addolciva le narici in quel momento, però, sapeva di ben altro.
Strofinai il naso con delicatezza su quella pelle e inspirai un po' più di quel profumo che su di me aveva lo stesso effetto di una dose massiccia di tiopentale.
Poi mi coprii gli occhi con una mano, e lentamente mi abituai alla luce del giorno di cui era imbevuta la stanza da letto.
Nate dormiva. Gli posai le dita sul petto, e lo ascoltai alzarsi e abbassarsi con rigorosa calma.
Mi stiracchiai avendo cura di non svegliarlo, e sgattaiolai fuori dalla camera.
Dove sei finito?
Scesi le scale e entrai nella cucina, con l'intenzione di prepararmi un caffè doppio bollente, ma la trovai occupata.
«Buongiorno».
«Che ore sono?», mi domandai a quel punto.
«Le due del pomeriggio», Ethan si voltò e lasciò perdere per un momento la padella sul fuoco, «Hai dormito bene?»