Capitolo 7 - Il nuovo sovrano

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Quella notte guardai nelle fiamme.
Lo facevo sempre quando non riuscivo a dormire perché avevo la testa piena di domande o l'anima inquieta.
Le fiamme, mie sorelle, mie figlie e mie madri mi mostravano il mio inconscio: ciò che la ragione si rifiutava di chiedere, ammettere o rivelare era lì in poco tempo, tra quelle lingue vermiglie, ambrate, dorate e nere.
Quando le guardavo quasi non sbattevo le palpebre.
Il ricordo di Elijah balenò nella mia testa. Era un ragazzo dall'aspetto ordinario, con occhi e capelli castani ed il suo fisico era inadatto a combattere. Lo avevo visto aggirarsi per l'accampamento militare arcano mentre fuori gli esseri umani morivano a migliaia come formiche.
Avevo capito subito che non avrebbe mai visto la fine della guerra.
Gli era stato affidato il compito di farmi da coppiere mentre mio padre aiutava gli umani, e una notte mi vide mentre guardavo nelle fiamme: anche l'ultimo dei miei tre fratelli maggiori combattenti era morto ed il quarto non era riuscito neanche a nascere: il mio cuore era un macigno.
Si era avvicinato, curioso, e con la voce piena di ammirazione aveva esclamato: "Wow! Avete gli occhi che sembrano miele! Quasi non ci sono le pupille per quanto sono dilatati! Voi Espirit non sbattete le palpebre?".
Io, con trecento anni di meno, mi ero girato un po' spazientito per quell'interruzione, ma poi - incrociando quel viso - avevo gentilmente risposto che anche noi sbattevamo le palpebre, proprio come gli umani.
Con quella risposta era iniziata la nostra prima conversazione... che era durata tutta la notte.
Alle luci dell'alba, lui si addormentò con la testa sulla mia coscia... e il dolore del mio cuore era molto più lontano.
Gliene fui così grato che gli concessi la mia amicizia ed il mio aiuto.
Ma nessuno dei due lo salvò dalla sua fragilità umana ed Elijah morì due settimane prima la fine della guerra.
Scossi la testa e allontanai l'immagine di Elijah morente non appena affiorò.
Quel ricordo faceva ancora male... anche dopo trecento anni.
Tornai a guardare nelle fiamme e vidi le sagome dei tubi di metallo dove vivevano gli umani della Città, i robot e l'uomo che aveva osato mancarmi di rispetto.
Serrai il pugno. I suoi occhietti neri da topo, le labbra sottili - che in un uomo umano nel novanta percento dei casi significava malvagità - e quella sua aria di superiorità... mi facevano ribollire il sangue nelle vene come lava in un vulcano.
Una lingua dorata spaccò in due il focolaio: una chioma dorata, un abito rosso, le forme inequivocabili di una donna.
Arianna.

Hai già memorizzato il suo nome?

Le fiamme ripeterono la frase di mio fratello nella mia mente.

, ammisi con il pensiero. Sì, ho memorizzato il suo nome.

Le fiamme mi fecero vedere l'uomo schiaffeggiare Arianna.
Sgranai gli occhi.
Le scene che le lingue di fuoco presentavano erano scene mute, ma sapevo che discutevano a causa mia.
Lei aveva mentito su cosa stavamo discutendo quando era arrivato e lui credeva che ci fosse di più... lo sentivo.
Scattai in piedi e le fiamme sfaldarono i loro disegni.

<<Fuharuhn?>> mi chiamò una voce maschile alla mia destra.

<<Padre!>>.

Per un attimo credetti che potesse aver visto anche lui le immagini proiettate dalle fiamme e, per la seconda volta, sentii il sangue radunarsi sul mio viso.

<<Guardi nelle fiamme? Che cosa ti inquieta figlio mio?>>.

Non aveva visto. Meglio.

<<L'uomo che mi ha mancato di rispetto, padre>>.

<<Figlio... non cercare vendetta>>.

<<Vendetta?>> mi finsi sorpreso, ma mio padre aveva fatto centro.

<<Abbiamo già molti problemi al momento, non ne occorrono altri>>.

Serrai le labbra.

<<Non sapeva chi eri>> proseguì mio padre. <<Se lo avesse saputo avrebbe... >>.

<<Fatto la stessa cosa>> lo interruppi. <<Padre, un simile individuo andrebbe messo al suo posto>> incalzai, scegliendo con cura le parole.

<<E come puoi tu, Fuaruhn mettere un essere al suo posto, se non sei al tuo?>>.

<<Non comprendo, padre>> dissi, corrugando la fronte.

Mio padre sorrise.
<<Prima... con tuo fratello... ho capito>>.

Avvampai.

E siamo a tre, pensai seccato nella mia testa. Ma che mi stava succedendo?

<<Ho fatto finta di crederti per premiarti: hai saputo mettere a tacere tuo fratello ribaltando completamente la situazione. Era l'ultima prova di cui avevo bisogno>>.

<<L'ultima prova per cosa?>>.

<<Vieni>>.

Lo seguii senza fare domande, ma un'ipotesi si fece strada nella mia mente.
Ipotesi che diventava sempre di più una certezza a poco a poco che ci avvicinavamo alla Sala del Trono.
Tutti i membri della famiglia erano lì: i figli come me, emanazioni di mio padre erano in prima fila, seguiti dagli Sciamani Guerrieri ed infine dalle mogli. Mi voltai verso mio padre pronto a parlare, ma lui batté le mani per chiedere l'attenzione ed il silenzio.

<<Io, Fuarine Sovrano del Fuoco, ho scelto il mio successore!>> esclamò. <<Il mio quinto figlio, Fuharun... >> proseguii e con la mano mi spinse a fare un passo in avanti. <<Figlio, il mio trono e il mio regno ora ti appartengono. Possa la Madre guidare le tue scelte, ora che il Vulcano ed i qui presenti membri della famiglia sono sotto la tua protezione. Possa il Creatore darti figli forti ora che a te spetta continuare la stirpe. Possano i nemici temerti e gli alleati rispettarti>>.

Boccheggiavo come un pesce fuori dall'acqua.
Ad ogni parola la mia mente vorticava ed il mio cuore gridava frasi che non avrebbe dovuto gridare.

<<Lunga vita a te, Fuaruhn, Sovrano del Fuoco!>>.

Mio padre sorrise e prese i lati del grande mantello nero che lo copriva quasi per intero per inchinarsi ai miei piedi.
Tutti lo imitarono, e da quella folla scarlatta, nera e bionda, emerse il trono, proprio difronte a me.
Notai subito che le sue venature vermiglie erano spente - a differenza del normale - come il mio entusiasmo.
Se me lo avesse detto solo due giorni prima avrei faticato a trattenere la gioia, ma ora...
Guardai mio padre.
Era ancora inchinato, come tutti del resto, in attesa del mio permesso per rialzarsi.
Aveva capito. Aveva capito davvero.
Le parole di allerta di Fuarian non erano rimaste inascoltate.
Sapeva che volevo tornare in Città.
Per confrontarmi con quell'uomo.
Per rivedere Arianna... e assicurami che stesse bene.
E ora lui aveva trovato il modo di bloccarmi qui.

Prologues of Arcani - Il cavaliere rossoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora