Siamo tutti dei bravi cristiani

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L'entrata del "Maclean", famigerato locale famoso in tutta la città per le innumerevoli scazzottate che avvenivano al suo interno, era dinnanzi ai miei occhi, proprio dall'altro lato della strada. Con la stessa innocenza e purezza d'animo di un bambino, mi stava rivolgendo adorabili sorrisi, facendo così passare per inattendibili tutte le maldicenze che correvano sul suo conto. Ma nonostante l'apparente interesse manifestatomi, non riuscivo a fare neanche un passo nella sua direzione. Mi sentivo trattenuto da un qualcosa, come se qualcuno mi tenesse per le spalle. Tutta colpa di una maledetta vocina, simile al fastidioso ronzio di una zanzara, che stava minuziosamente tessendo nel mio animo una contorta ragnatela, fatta di dubbi, ansie e paure. E avvelenando il mio spirito con una sigaretta dopo l'altra, da più di una decina di minuti, stavo cercando invano di accalappiare, come se fosse una lucciola durante i mesi estivi, quel piccolo barlume di risolutezza che mi balenava debolmente in corpo.

Odiavo sentirmi così, odiavo essere vinto da quei sentimenti irrazionali, odiavo perfino me stesso per essere in grado di provarli, ma sfortunatamente tutto ciò andava ben oltre il mio volere. Avevo sviluppato una paura fottuta per l'ignoto, per l'imprevedibile e qualsiasi cosa che andasse al di fuori del mio controllo mi mandava in crisi. Purtroppo avevo perduto la mia cara abilità nel dire "fanculo" a tutto e a tutti, ma soprattutto a me stesso e di buttarmi a capofitto nelle cose, anche nelle più stupide.

Ma pian piano, dall'alto del muretto su cui ero comodamente appollaiato, nonostante quella morsa letale che mi stava aggrovigliando lo stomaco, riuscii a trovare il modo per fuggire via.
Con il guardarmi freneticamente intorno, come mio solito, finii con l'estraniarmi totalmente. L'ammirare tutte le piccole stradine a ciottoli illuminate da eleganti lampioni e gremite di gente, riuscì a distrarmi da ogni dilemma. Dovevo ammettere che in fondo, ma molto in fondo al mio animo, non trovavo affatto male quella città. In verità tra di noi c'era sempre stato uno strano rapporto di amore e odio. All'inizio fu fredda, inospitale, ma con il passare del tempo si schiuse come un fiore nei mesi primaverili e riuscii ad affezionarmi ad ogni suo elemento, anche al più bizzarro, come i suoi abitanti dall'accento incomprensibile e dal comportamento tendenzialmente rude.

Ma in giornate ostili come quella, non riusciva a non mancarmi la mia amata Saltdean, un piccolo paesino nei dintorni di Brighton. Nei miei ricordi sembravano esserci solo giornate piene di sole, di passeggiate lungo le sue candide coste e...

Improvvisamente una folata di vento mi destò dal mio fantasticare nostalgico e dai miei amari ricordi lontani.
Divorai un'ultima sigaretta, finché il freddo pungente del vento non mi costrinse a domandarmi cosa mai sarebbe potuto accadere di così tanto grave se avessi raggiunto l'amichevole entrata.

Come fui ingenuo.

Non appena entrai nel locale dalle modeste dimensioni, una sorta di giullare di corte dal volto pingue, le cui paffute forme ricordavano vagamente i confini del Regno Unito, mi diede il benvenuto dall'alto del soffitto su cui giaceva oziosamente. Provai a cercare con lo sguardo i miei compagni, ma il grande bancone in legno d'ebano collocato proprio al centro della stanza rendeva vano ogni mio sforzo. Così cominciai ad aggirarmi tra tavoli e modi ubriachi, finché non sentii qualcosa - o meglio qualcuno - gettarsi sulla mia schiena come una ventosa, facendomi quasi perdere l'equilibrio.

«Chi sono?» domandò con voce squillante coprendomi gli occhi con le sue manine delicate.

«Fammi indovinare... Quentin?» risi.

«Idiota.» strinse le braccia intorno al mio collo per aggrapparsi meglio «Ma dove eri finito? Ti stavamo aspettando.»

«La puntualità non fa per me.» provai a giustificarmi.

«Dai andiamo, gli altri sono di sopra. Le scale sono per qui qua.» indicò un punto non molto distante.

«Ti ci devo portare in braccio?» domandai ridendo.

«Certo. 'Op, 'op cavallino!»

Salimmo le strette scale fino ad arrivare al piano superiore, solo ed esclusivamente riservato a tavoli da biliardo, su uno dei quali i miei nuovi conoscenti, Quentin ed Aiden, erano intenti a giocare.

«Eccolo qua il ritardatario.» esordì Quentin vedendomi.

«Non vorrete mica picchiarmi con quelle.» dissi riferendomi alle aste nelle loro mai.

«Magari dopo, nel retro.» disse Aiden con falso tono minaccio «Vuoi unirti a noi?»

Così cominciai a giocare, riscoprendo abilità che credevo scomparse.

Finita la lunga partita, scendemmo di sotto e ci accomodammo, dopo un lungo girovagare, in un angolo. Il locale era gremito e dei ragazzi avevano cominciato a suonare su un piccolo palco molto improvvisato vicino il nostro tavolo. Si percepiva una bella atmosfera.

Peccato che non sarebbe durata a lungo.

Passò un po' di tempo e le pinte di birra vuote sul consunto tavolino non facevano che aumentare, come la nostra -soprattuto mia e della minuta Grace - incapacità di rimanere lucidi.

«La causa sta chiamando gente, dov'è il bagno?» esordì alzandomi.

«Lì giù, sulla sinistra.» rispose Q.

La testa girava, la vista era offuscata e l'udito ovattato, avevo perso totalmente il controllo di me stesso. E forse questa cosa stava cominciando a piacermi. Ma mentre barcollavo verso la via indicatami, sbadatamente urtai con la spalla un uomo, rovesciando così a terra il suo drink.

«Ma che cazzo!» ruggì la figura, o meglio, la montagna.

Dovetti alzare di poco lo sguardo - detto da una persona alta esattamente un metro e novantotto - per incrociare i suoi piccoli occhi arrabbiati e iniettati di sangue.

Provai a biascicare delle confuse ma sincere scuse, che non fecero altro che irritare ancora di più l'energumeno. Non appena mi afferrò con le sue grandi mani tozze per il colletto della camicia, tra le risate ubriache dei suoi mal fidati compagni, sentii Aiden correre in mio aiuto.

«Ehi amico, calma.» mi guardò preoccupato «Non c'è motivo di agitarsi. Non vedi che non riesce a reggersi in piedi? È un bravo cristiano! Ti offro un altro drink, anche due.» disse con tono calmo.

lo guardò attentamente «Tu sei quel coglione che va girando con quel furgoncino rosso?» domandò il tizio, sempre con la presa salda su di me.

si morse il labbro agitato, sapendo già dove volesse arrivare la montagna «Ehm... perché?»

«Perché mi rigato l'auto l'altro giorno stronzo!» urlò.

«Dai, te ne offro tre di drink... anzi tutti quelli che vuoi!» disse con un sorriso colpevole «Douglas! Apri la bottiglia più costosa di whiskey che hai!»

L'energumeno mi guardò negli occhi un ultima volta, per poi scagliarmi con tutta la sua forza contro la parete, come se fossi un sacco, scegliendo un nuovo bersaglio su cui riversare la sua ira funesta.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jan 01, 2022 ⏰

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