28. Casa

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Dopo aver pranzato al Mc Donald's torniamo verso il parcheggio per evitare che all'istituto si accorgano della nostra assenza prolungata. Se non è già successo.
Mentre salgo in moto mi viene in mente una follia.
-Andreas, ti va di portarmi in un posto? - gli chiedo seria.
-Dove vuoi tu -
Mette in moto e per la strada gli detto le indicazioni.
Più ci avviciniamo e più sento i battiti del mio cuore accelerare e il ritmo del respiro diventare incostante.
Non so se sono pronta. Ma devo farlo.
Poi entriamo in quella via. Quella via che ho percorso per sedici anni, la via che conosco a memoria, quella in cui sono cresciuta.
E arriviamo al numero 86.
Andreas ferma la moto ed io scendo.
Mi sfilo lentamente il casco.
È tutto esattamente come prima che mi portassero via.
A parte l'erba in giardino che è abbondantemente cresciuta e l'atmosfera di abbandono che si avverte guardando la casa da fuori. Il vento fa cigolare l'altalena che ci eravamo fatte montare io e Lauren vicino alla casetta in giardino, quella che condividevamo e in cui immaginavamo di vivere senza i nostri genitori.
A terra è caduta qualche ciliegia dall'albero che mio padre aveva piantato quando sono nata io. Ogni anno facevo con lui a gara a chi riuscisse a raccoglierne di più e a portarle alla mamma che intanto le lavava per pranzo. Perdevo sempre io perché non riuscivo a non mangiarle nel tragitto dall'albero a casa, lasciando la cesta semivuota.
Noto che sui rami più alti c'è ancora il nido degli uccellini che avevo trovato con mia sorella un anno fa.
Sotto al grande gazebo c'è il dondolo su cui mi addormentavo le sere d'estate, ma ormai è ingiallito dal tempo ed è tempestato di macchie di fango.
Nonostante sia primavera, il prato non è più rigoglioso di margherite come un tempo, ci sono solo vecchie erbacce e alcune pozzanghere in cui galleggiano le foglie secche. È come se il tempo qui si fosse fermato a quella mattina di settembre. E non avesse visto né sentito il sole o la primavera.
C'è addirittura del nastro a strisce bianche e rosse a chiudere l'ingresso per sostituire il vecchio cancello cigolante che avvertiva sempre me e Lauren del ritorno dei nostri genitori.
Faccio un respiro profondo ed alzo il nastro entrando nel giardino.
-Cate, amore, sicura che - inizia Andreas non sapendo bene come continuare.
Gli tendo la mano abbozzando un sorriso.
-Non entro senza di te, non riuscirei ad affrontarlo - confesso.
Poggia la sua mano sulla mia e mi segue.
Me ne pentirò nel giro di qualche minuto, ma sono stanca di avere paura del passato, di combattere contro i miei ricordi.
È arrivato il momento di vincere questa battaglia.
Cerco le chiavi di scorta ancora nascoste dentro il vaso del girasole ormai morto sul lato della porta e le infilo nella serratura girando lentamente fino a sentire uno scatto. Nella mia testa si confondono troppi ricordi mentre spalanco la porta, e temo di impazzire, ma sentire il calore di Andreas a contatto con la mia mano mi fa stare più tranquilla.
Non dice nulla, si limita a seguirmi nel corridoio di ingresso che porta al salotto.
-Pensi che tua sorella sia qui? -
-Non lo so, ma sinceramente temo di no -
Mi fermo davanti al grande divano rosso del salotto provando ad immaginarci di nuovo lì sopra, davanti alla tv. Io e mia sorella che ci lanciamo a vicenda i pop corn provando ad afferrarli al volo con la bocca, mio padre e mia madre che ci sorridono mentre restano abbracciati, lui che ogni tanto fa qualche battuta provocando le risate che si confondono al rumore del film che ormai non segue più nessuno. Mia madre che alle 21 si alza per preparare la sua solita tisana e poi la sorseggia lentamente mentre mio padre le lascia ogni tanto un bacio sui capelli.
Mi scende una lacrima lungo la guancia prima che la scena cambi, e che quella tranquilla serata in famiglia venga interrotta dalle sirene della polizia che presto suona alla nostra porta.
Mi allontano dalla stanza entrando in cucina. È come se riuscissi ancora a sentire il profumo della crostata di mia madre, o del caffè alla mattina.
È tutto in ordine, nonostante quello che è successo non lo sia.
Quando nella camera dei miei genitori vedo il quadro del loro matrimonio appeso sul letto non posso più trattenere i singhiozzi. Andreas mi stringe.
-Loro stanno bene Cate. Sono lassù da qualche parte e possono vederti, e stanno bene. Te lo giuro - mi sussurra.
Annuisco lentamente tirando su con il naso.
Esco dalla stanza seguita da Andreas e salgo le scale arrivando alla stanza di me e Lauren.
La porta è chiusa. Io e Lauren non la chiudevamo mai.
Lancio un'occhiata ad Andreas che mi guarda preoccupato.
Ormai non ho più nulla da temere, Lauren non mi fa più paura.
Abbasso la maniglia spingendo lentamente la porta mentre vengo travolta dalla corrente proveniente dalla finestra.
-Deve essere stato il vento a chiuderla - dico per convincere più me stessa che Andreas quando entrambi vediamo che la stanza è deserta.
Nessuna traccia di Lauren e la stanza si presenta come se non ci fosse entrato nessuno. E probabilmente è così.
Mi avvicino lentamente alle mensole, dove ci sono tutti i miei libri, i miei disegni, alcuni soprammobili, i souvenir dei nostri viaggi e le foto di me e la mia famiglia. Non riesco più a riconoscermi nella ragazza delle foto, non riesco più a riconoscere quelle tre persone come la mia famiglia, né quella come la mia vita. È come se quella mattina insieme ai miei genitori sia morta anch'io. E mi sia reincarnata nel corpo di una pazza che si trova chiusa in un manicomio, senza una famiglia, senza nessuno ad aspettarla a casa.
Non era così che avrei voluto andassero le cose.
Non lo meritavo.
Stringo gli occhi per trattenere le lacrime.
Ma non riesco a trattenere la rabbia.
Urlo prima di buttare giù tutto dalle mensole: i ritratti, i souvenir, i libri. Tutto cade a terra andando in frantumi mentre un po' in frantumi vado anch'io. Insieme ad ogni ricordo, ai sentimenti, ai momenti tristi o felici che fossero, a tutto ciò che caratterizzava la Cate di prima.
La Cate che credeva al lieto fine, la Cate che riusciva a vedere sempre la parte buona delle persone, il positivo nelle cose, la Cate che si è sempre presa le colpe di sua sorella per proteggerla, la Cate che sarebbe morta per proteggerla.
La Cate di adesso diffida di tutto, non ha più sogni, né aspettative, e tutto ciò che sa è che le persone che facevano parte della sua famiglia le hanno rovinato la vita, e a loro non deve nulla.
È questo quello a cui penso mentre continuo a scagliare tutto a terra, a strappare i disegni, a capovolgere la scrivania prendendo poi a calci la sedia e il letto.
Sento Andreas chiamarmi, intervenire cercando di trattenermi, chiedermi di fermarmi, ma non posso, non voglio, non ora che ho la possibilità di mandare tutto a fanculo.

Keep me close #Wattys2019Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora