"Buongiorno, Eveline. Ti ho portato la colazione e le tue medicine," salutò cordialmente l'infermiera, entrando nella stanza con un vassoio tra le mani. La ragazza era rannicchiata come sempre sul letto, con la schiena appoggiata all'angolo del muro, lo sguardo perso oltre le inferriate della finestra.
La luce del mattino penetrava fioca, spezzata dalle sbarre fissate nei muri, proiettando ombre irregolari sulle pareti bianche. Le tende, scostate, lasciavano filtrare i primi raggi, mentre la lampada sulla scrivania brillava ancora, sfidando il giorno nascente.
"Posso spegnerla?"
Eveline si voltò lentamente, annuendo senza parlare. La donna dai capelli biondi si avvicinò, premendo con un gesto rapido il pulsante della piccola luce. Poi, con la stessa cautela, si accostò al letto, tenendo in una mano un bicchiere d'acqua e nell'altra un contenitore più piccolo con alcune pillole colorate.
Gli occhi di Eveline, vuoti e spenti, si posarono su quelli dell'infermiera, che le sorrideva con gentilezza. Prese prima il bicchierino di plastica, mandando giù le pillole in un unico gesto deciso, poi afferrò il bicchiere d'acqua, sorseggiandolo lentamente.
"Mangia qualcosa, okay? Tra poco verrà il nuovo medico che ti è stato assegnato. Ci vediamo più tardi," aggiunse la donna, prima di uscire dalla stanza e chiudere la porta pesante dietro di sé.
Quando la serratura scattò, Eveline rimase immobile per un momento, ascoltando il silenzio che tornava a riempire l'aria. Poi scivolò giù dal letto con movimenti lenti, cercando di non fare rumore. Si infilò nel bagno, chiudendo la porta alle sue spalle, consapevole che non ci fosse alcuna chiave a proteggerla.
Si inginocchiò davanti alla tazza del water, la ceramica fredda contro le mani. Senza esitazione, si infilò due dita in gola, stuzzicando senza grazia l'ugola fino a rigettare il contenuto dello stomaco. I muscoli si contrassero in spasmi violenti, ma Eveline non emise un suono. Era abituata a quell'operazione, al punto da renderla un rituale silenzioso e meticoloso.
Tirò lo sciacquone, eliminando ogni traccia, poi si alzò lentamente, le gambe tremanti. Si avvicinò al piccolo lavandino grigio e si sciacquò la bocca. Il sapore amaro degli psicofarmaci si attenuò, ma non sparì del tutto. Tornò nella sua stanza, fermandosi a osservare il vassoio lasciato dall'infermiera.
La colazione era composta da un bicchiere di tè deteinato ormai freddo, una fetta di pane bianco con un cucchiaio di marmellata accanto e una manciata di biscotti sparsi su un piattino di plastica. Eveline lo fissò con disappunto, inarcando un sopracciglio e arricciando le labbra sottili.
"Che schifo," mormorò, tornando a sedersi nell'angolo del letto. Ignorò i morsi della fame che iniziavano a farsi sentire, preferendo abbracciare le ginocchia e fissare un punto indefinito oltre la finestra e tornò a sedersi nel suo angolo.
Con un gesto lento e meccanico, Eveline percorse con le dita sottili la spalliera di ferro del letto, seguendo le curve fredde e regolari nella speranza di distrarsi. Balzò spaventata quando, da qualche parte nei corridoi, un paziente si mise a urlare e dimenarsi, come posseduto da un'energia oscura. Il suono, stridente e animalesco, le attraversò il petto come una lama, ma presto tutto tornò al silenzio asettico di sempre.
Tre anni. Erano passati tre anni da quando si trovava rinchiusa in quella stanza, avvolta da quelle mura bianche e impersonali, dove ogni cosa sembrava progettata per soffocare ogni forma di vita. C'era poco oltre al letto: una scrivania con una sedia e una piccola libreria semivuota. I pochi volumi che vi trovavano posto erano quelli che il prete le portava durante le visite settimanali, l'unica concessione alla monotonia di quel luogo.
Quei libri erano l'unica cosa che sentiva di possedere davvero. Non aveva nemmeno degli abiti propri. Come tutti gli altri, era costretta a indossare un camice anonimo, bianco, che la faceva sentire spogliata non solo della sua identità, ma della sua stessa umanità.
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Ventuno
أدب الهواةIntrappolata tra le mura asettiche di un ospedale psichiatrico, Eveline Carter vive giorni scanditi da una monotonia opprimente, dove il tempo sembra essersi fermato. Il pianoforte nella sala musica è la sua unica via di fuga, uno spiraglio di liber...
