Rivelazioni

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  Cori era partita indubbiamente di malumore quel terribile lunedì mattina, ma incredibilmente l'idea di rendere partecipe Zoro dei suoi allenamenti l'aveva resa serena. Per i primi dieci minuti. Poi aveva cominciato a zigzagare tra le vie del centro e la sua barbara coscienza l'aveva seguita, dicendole che era una pessima idea, il suo pessimo orgoglio le diceva che l'avrebbe stracciata in men che non si dica, senza avere la minima idea di cosa fosse lo judo! Dopo un lungo sospiro, Cori capì che era inutile torturarsi e parcheggiò di fronte al dojo, controllando con un'occhiata sommaria la lamiera immacolata.
"Andiamo, entra" lo chiamò introducendolo nell'ambiente arioso.
"È qui il tuo dojo? In mezzo a tutto questo caos?" chiese incredulo Zoro. Per tutte le arti marziali erano necessarie concentrazione e silenzio...
"Beh, si. Se vuoi qua puoi toglierti la parrucca" gli rispose guidandolo in un lungo corridoio bianco. "Aspettami qui, mi cambio e arrivo" gli disse lasciandolo nella bianca anticamera di una misteriosa stanza serrata da due ante d'acciaio. Le donne erano tutte uguali... pensò Zoro osservando le misteriose ante serrate.
"Eccomi qui, entriamo?" lo scosse Cori comparendo davanti a lui in judoji: Pantaloni bianchi e kimono dello stesso colore, tenuto in vita da una cintura marrone. Anche le maniche del kimono erano più corte di venti centimetri, e la rotonda testa ricciuta spuntava come un fungo sul collo imponente. I lunghi piedi distendevano le dita nelle infradito. Lo precedette nella stanza.
"È piuttosto piccolo" commentò Zoro ghignando. La stanza non era più grande di una normale aula scolastica, e come le aule scolastiche aveva un paio di finestre solo sul lato sinistro.
"Beh, è quello che passa il convento, quindi accontentati" ribatté ironica Cori camminando incontro ad un uomo sulla cinquantina, con i capelli a spazzola. Il judoji avvolgeva anche il suo corpo, tonico e muscoloso, ma la differenza era evidente, e la cintura nera ne era un chiaro segno. La ragazza gli si avvicinò e gli sussurrò all'orecchio qualcosa, prima di presentarglielo. L'uomo ribatté sorridendo, beccandosi le rimostranze acute ed incomprensibili di una Cori scandalizzata. Poi le spinse le dita sulla ferita allo zigomo, incupendosi e borbottando. Cori abbassò lo sguardo e sembrò scusarsi, poi finalmente riportò l'attenzione su Zoro.
"Maestro, lui è Zeno, un mio amico che vuole fare una lezione di prova" lo annunciò sorridendo sinistramente.
"Oh, Zeno dai capelli verde alieno! Vieni, sali pure" lo invitò l'uomo mentre una rete di rughe si piegava felicemente intorno al suo sorriso sardonico. Zoro comprese la sfida celata in quelle parole, e rispondendo al sorriso col suo ghigno, si inchinò brevemente salendo sul tatami. "Io sono Angelo, ma tu puoi chiamarmi Maestro" C'era un chiarissimo "devi", sottinteso in quel puoi, notò lo spadaccino. Aveva appena accettato di stare alle regole del gioco. Nel mormorio del corso precedente, Cori e altri tre ragazzi si ordinarono sul fondo del tatami in ordine di cintura e di altezza. Cori era la più alta, seguita da due ragazzi con la cintura marrone come la sua e una cintura blu. Zoro, che era più alto di tutti e quattro, tentò di mettersi in cima alla fila, ma Cori lo rispedì senza tante cerimonie in fondo. D'altronde, era un senza-cintura. Il Maestro si posizionò di fronte alla capofila e con gli occhi le fece segno di iniziare dopo essersi inginocchiato.
"Seiza!" ordinò Cori stentorea, inginocchiandosi prima col sinistro e poi col destro, e gli altri la seguirono.
"Rei!" ordinò di nuovo inchinandosi, toccando il tatami con la fronte. Le fitte si susseguivano a ritmo col respiro.
"Ritzu!" Tutti si alzarono all'ordine di Cori, prima col destro e poi col sinistro. Nel totale silenzio, il maestro batté le mani e la fila si mosse quasi in sincrono cominciando una serie di esercizi di riscaldamento. La voce di Cori scandiva il cambio degli esercizi. Inutile dire che per quanto fosse rispettoso alla disciplina, la prestanza di Zoro si manifestava con chiarezza, ed il Maestro non si risparmiava dal farglielo notare.
"Sembrate bacarozzi! Guardate Zeno, che è venuto solo oggi, è mille volte più bravo di voi!" E grazie al cavolo, c'era da dire. "A proposito, che sport facevi prima?"
"Sport?" provò a chiedere Zoro, ma Cori lo precedette: "Faceva Kendo, prima" prevenendo la sua confusione.
"L'ho chiesto a te? Ti chiami Zeno, per caso?" la rimproverò il Maestro sorridendo. Se era per questo, neanche lui si chiamava Zeno. Punte... Talloni... Accosciate... Le veniva più facile se pensava a qualcuno che odiava... Mani... Laterale... Corsa... Indietro... I polmoni amano fare la danza dell'epilettico. Il silenzio calò, mentre i ragazzi si disponevano in modo che la capofila si trovasse di fronte a loro. Dopo un'altra serie di esercizi di riscaldamento statici ed a terra, il Maestro ordinò di fare le flessioni.
"100 normali" L'animaccia sua che gli aveva chiesto di andarci pesante. Cominciò a fare le flessioni con il sudore che le colava sulla fronte e le finì che bagnava il pavimento. Scendi, inspira, risali, espira e conta. Alla novantesima le tremavano le braccia e cominciava a rallentare. "Mammolette! Ai miei tempi farne 500 era la norma!" gli urlò, seguito dall'assenso di Zoro, che senza fatica seguiva il loro ritmo. Non aveva neanche una goccia di sudore, mannaggia a lui, mentre la sua pelle scottava per la congestione! Alla centesima le braccia le tremavano tanto da doverle sciogliere, mentre quello non si disturbava nemmeno a mettersi in ginocchio. Il petto la stava uccidendo, ogni contrazione dei polmoni era un'agonia.
Ormai andavano tutti a ritmo di lumaca con l'asma (a parte Zoro, ovviamente). Bruciava d'invidia nel vedere la facilità con cui il ragazzo eseguiva gli esercizi a qualche metro da lei, il suo sghembo sorriso sdegnoso. L'ultima flessione la abbandonò sul tatami col viso congestionato dallo sforzo. Seguirono tre serie da cento di addominali, grazie al cielo aveva saltato le altre, e poi il resto della ginnastica. Altre volte erano arrivati a centoventi a tipologia, anche se attraverso un diverso tipo di sequenza. Sorvolando le cadute, ovvero la spiegazione di "un judoka deve saper cadere", saltarono a piè pari l'Uchi Komi, ovvero gli esercizi a ripetizione e si dedicarono invece ad una spiegazione sommaria delle tecniche di gialla. Poiché era la più alta in grado, il Maestro la chiamò per scontrarsi con Zoro, che aveva avvertito del non poter usare calci e pugni.
"Le prese si chiamano Kumikata, e si chiamano destre quando la mano destra stringe il bavero sinistro dell'avversario e la sinistra la manica al di sotto del gomito destro" Cori vide il maestro molto sollevato perché non doveva insegnare a Zoro a stringere la mano (!). Non era giusto! Era svantaggiata: Quell'idiota portava una maglietta a maniche corte!
"E adesso facciamoci un paio di grasse risate!" sorrise il maestro mettendosi da parte. Cori arrossì violentemente e si agitò sulle gambe. Il Maestro la prendeva sempre in giro perché nonostante la sua stazza, o forse proprio per quella, era sempre stata la più lenta ad apprendere e la più goffa, anche se ormai il peggio era passato. Di solito lei era l'uke dei più piccoli proprio perché li spaventava. Di sicuro non era quello il problema adesso però.
"Preparati ad essere sconfitta" ghignò capelli d'insalata. Cori poteva solo sperare nella sopravvivenza.
Il secco ordine si schiantò come un fulmine sulle pareti del dojo: "Hajime!"
Zoro non attese e le si lanciò addosso, tentando di fare l'ultima tecnica che gli avevano insegnato, l'Ippon Seoi Nage, ma caricandola si abbassò con la schiena (errore tipico), e lei ne approfittò per uscire dalla presa e tirargli un Tani Otoshi. Appena il ragazzo toccò terra Cori tentò di ingabbiarlo fra le sue gambe, ma lui la rovesciò sopra di se. Il vantaggio si era invertito: Bloccata fra le sue gambe non poteva fare granché. Infatti, Zoro non perse tempo e ruotando le gambe, la trascinò sotto di se. Lei ebbe giusto il tempo di mettersi in difesa prima che lui tentasse di tirarla su dal bavero, i lividi urlarono. Non ci riuscì, così spinse col ginocchio sulla sua gamba destra e la rovesciò con la forza bruta (è difficile che una cintura bianca in forze sfrutti lo judo per rovesciare qualcuno. È più facile che sfrutti la forza. Ora, Zoro se lo può permettere, ma basta un pari peso per bloccare ogni iniziativa). Le costole gridavano perdono. Lei per forza di cose non tentò di resistergli, anzi lo assecondò e quando lui tentò di schiacciarla di petto si alzò quel tanto che le serviva per uscire dalla presa e a sua volta tentare l'immobilizzazione con una Yoko Shio Gatame. Purtroppo nella maggior parte dei casi, l'immobilizzazione è praticamente inutile con uno piú forte, per di piú Cori aveva piú lividi che pelle. Zoro alzò il fianco lo spazio necessario per infilarle prima il ginocchio e poi il piede praticamente nell'inguine e spingerla via. Aveva il fiatone, cavolo, ed era una tortura! Poggiando tutto il peso su una gamba quando atterrò, anche i muscoli urlarono. Nel giro di pochi secondi stava comunque per attaccare. Zoro si era rialzato, quando il Maestro ordinò un "Sore Mate!" e furono costretti a tornare a posto. Cori sapeva che era solo una battaglia rimandata, esattamente come lo sguardo vittorioso di Zoro. La ragazza ebbe quasi l'impressione di veder scivolare via il poco rispetto che aveva guadagnato agli occhi del ragazzo, sostituito dallo sdegno piú totale. Che rabbia! Aveva fatto schifo! Passò il restante quarto d'ora ad arrovellarsi su quel fatto, tanto da accorgersi a malapena del Maestro che voleva fare il saluto. Uscì dal dojo piú cupa che mai, ragionando sul fatto che doveva pensarci prima di invitarlo, dato che sapeva che avrebbe fatto una figura barbina. Non era neanche lontanamente vicina al diventare una cintura nera, figuriamoci battere Zoro, che l'aveva stracciata senza katane e conoscendo a mala pena quattro tecniche! Doveva allenarsi assolutamente, e questo era imperativo. Poi come al solito si chiedeva perché, e si rispondeva che le piaceva, e che il desiderio di rivalsa bruciava. Obiettivo della sua vita: Sconosciuto. Era troppo vecchia per campare di solo judo ormai... pensò ignorando alla grande il Maestro, Zoro e tutti gli altri.



Quando i due uscirono, erano le otto passate e stava per iniziare il coprifuoco. Cori non aveva avuto la minima volontà di guardarsi in faccia, conscia di sembrare più un'annegata che un sano essere umano. Per di più puzzolente. No, no, non ne aveva voglia assolutamente. Stava per partire con la moto nella calda notte con Zoro a rimorchio, quando il cellulare squillò.
"Nonno, che succede?" chiese Cori allarmata.
"Eeh, eeeh, non lo so Cori, vieni qui per favore..."
"Prima dimmi cos'hai" quasi piagnucolò Cori nell'apparecchio.
"Ti prego, vieni subito... Oh, Dio mio... Lo sapevo..." La telefonata si chiuse con uno scatto secco. Cori ripose il telefono, infilo il casco ed ordinò un "Andiamo" categorico a Zoro, lanciandogli il casco.
"Non accetto ordini, di sicuro non da te. Che è successo?" fece resistenza Zoro puntando i piedi. Si era rimesso la parrucca.
"Non lo so, è questo il problema." Ringhiò Cori frustrata. "E se tu vuoi restare qui a marcire, beh, peggio per te, ma io non voglio avere vite sulla coscienza. Parliamoci chiaro: Al momento senza il mio aiuto non hai la minima possibilità di tornare a casa, e se anche non credi che io possa esserti d'aiuto, le tue katane sono in mio possesso, almeno finché non torniamo a casa. Che decidi di fare?" L'indecisione balenò per un attimo negli occhi di Zoro. "Mostrami la strada" si decise alla fine, con uno schiocco soddisfatto della lingua. La ragazza sapeva che se avesse voluto avrebbe potuto liberarsi di lei e trovarsi da solo quelle dannate spade. Beh, magari quello no, ma sbarazzarsi di lei si. La tregua era stata sancita. Zoro salì sulla moto con l'arroganza del vincitore, Cori scosse le spalle e partì. Se lo poteva scordare che lei lo portasse subito a casa.

Cori parcheggiò di fronte al vialetto d'ingresso ricoperto di ghiaia di un piccolo villino. La casetta era avvolta nell'ombra, e solo la porta era un riquadro luminoso, dal quale emergeva la figura controluce di un vecchio molto alto, dai radi capelli bianchi e dei brillanti, quasi spaventosi, occhi verdi. Degli occhi che però Cori adorava. Smontò dalla moto e arrivo dal vecchio alla velocità della luce.
"Nonno stai bene?" gli chiese allarmata. Sul volto non c'erano segni di scontro. Il viso dell'uomo, pur sembrando la rugosa corteccia di un albero, parlava di serietà e rispetto, ma era anche un po' imbronciato, con il labbro proteso in avanti. Si appoggiava allo stipite della porta con le braccia incrociate sul petto.
"Ti stavo aspettando" le disse fissandola con quegli occhi liquidi e cisposi, ma vivissimi. Poi spostò lo sguardo su Zoro che era rimasto appoggiato alla moto. "Anche tu" disse fulminandolo. Un'espressione sorpresa si dipinse sui volti dei due ragazzi, che entrarono. Zoro si accostò a Cori.
"Che cosa vuole da me questo vecchio? Come fa a conoscermi?" le chiese tenendo sotto controllo con lo sguardo l'anziano uomo. Notò che nonostante l'età, non era affatto curvo. E portava per lo meno due rivoltelle, se la vista non lo ingannava.
"Questo vecchio è mio nonno, e non ho idea di cosa abbia in mente" gli sibilò lei in risposta. La casetta aveva un solo piano, e superato il vestibolo, umido, stretto e poco illuminato, si entrava in un salotto alla cui sinistra si apriva una piccola cucina rustica, e alla destra una sala da pranzo con un massiccio tavolo di legno. Da una porta aperta davanti a loro si apriva un lungo corridoio scuro.
"Nonno, mi dici che è successo?" si ripeté Cori. La faccenda non le quadrava. Era come se nel centro del salotto ci fosse una colonna d'aria calda, tremolante. Improvvisamente, senti quasi di avere la febbre. La sua pelle scottava, e gli occhi le si stavano appannando. L'anziano la osservò con quel suo sguardo arcigno mentre sollevava i polsi sottili. Sulla pelle traslucida i lividi spiccavano come macchie di pittura, ma la cosa che più sgomentò la ragazza era il coltello che suo nonno teneva in mano. Insanguinato.
"Ecco che è successo" brontolò l'uomo facendo volteggiare con un movimento abile il coltello sopra la mano destra. "Quel tuo amico, Gabriele, non è un gran che col coltello"
"Gabriele?! Che cavolo ci faceva qui?" si allarmò ancora di più la riccia. Per quale assurdo ragionamento quell'imbecille aveva provato a colpire suo nonno?
"Non ti allarmare. Non ho fatto male a nessuno. Almeno non troppo" borbottò il vecchio piantando il coltello in una tavola di legno chiaro.
" Non era di quello che mi preoccupavo" sussurrò Cori. Aveva temuto che il nonno avesse potuto farsi male da solo. Era stato un marinaio prima della pensione ed era stato lui a spingere perché entrambi i suoi nipoti imparassero un'arte marziale, quindi non era molto sbalordita del fatto che avesse vinto contro quello sborone nullafacente di Gabriele, che si basava solo sulla prestanza fisica. Aveva la mente un po' annebbiata.
"Che cosa c'entro io in tutta questa storia?" chiese Zoro cupo, avanzando verso l'uomo, che non si vergognò di mettere mano alla fondina dietro la schiena.
"Con calma, ragazzo, con calma. Cori, ti conviene chiamare Gregorio per farti portare le robe e avvertire a casa" Le consigliò spostandosi in cucina. "E tu. Stai lontano da mia nipote. Sono stato chiaro?" intimò l'uomo aprendo due uova per fare una frittata.
"Nessun problema" assicurò Zoro alzando un sopracciglio. La ragazza alzò gli occhi al cielo mentre telefonava.
"Greg? Sono io. Potresti portarmi le robe a casa di mio nonno?... Si, quelle lì. Prendi anche lo zaino di scuola e la borsa blu.... Te lo dico quando arrivi. Niente di cui preoccuparsi, sul serio. Ciao" il mormorio di Cori riempì la stanza. Al ragazzo non piaceva la situazione. Gli sembrava troppo tesa, strana, e quel vecchio non lo convinceva. E non aveva le katane.
"Nonno, chiama tu papà. Lo sai che a me non da retta" gli urlò dal salotto.
"Passa qua. Giuliano, figliolo!" esultò baldanzoso afferrando al volo l'apparecchio con una mano mentre con l'altra sbatteva le uova.
"Papà. Cosa vuoi?"
"Cori dormirà da me per un po'" rispose senza abbandonare il suo tono. Butta in padella, metti un po' di mozzarella...
"Te lo puoi scordare. Cori deve studiare"
"E studierà da me, dov'è il problema?" ribatté mettendo a bollire l'acqua per la minestra.
"Te l'ha chiesto lei?" Aveva un tono pacato, minaccioso.
"No, ci ho pensato io. Le metti troppa pressione addosso! Quella povera ragazza finirà per avere un esaurimento nervoso" si lamentò tagliuzzando un pomodoro.
"Sua madre mi basta e avanza. Non ho bisogno di un altro peso morto" Il vecchio storse la bocca. Ma perché doveva avere un figlio del genere? Che aveva fatto di male, in cosa aveva mancato nell'istruirlo? Sperò che nessuno dei due ragazzi stesse ascoltando.
"Allora dimentica quello che ho detto. Cori sta da me perché mi manca tanto e voglio passare del tempo con la mia nipotina" affermò con spirito gioviale mentre faceva volteggiare la frittata sopra la testa.
"E va bene. Passamela, che la saluto" Doveva essere di buon umore.
"Cori, è per te" il nonno le lanciò il telefono.
"Si?" chiese la ragazza nervosa.
"Ciao piccola. Mi raccomando, comportati bene e studia"
"Tranquillo pa'. Stiamo solo a pochi metri di distanza, voglio solo dare il meglio di me" La tensione non accennava a scendere nella sua voce.
"E lo darai. Buona notte"
"Buona notte papà ". La telefonata si chiuse. Zeno nel frattempo se ne stava fregando beatamente, ed aveva aperto lo scompartimento dei liquori, tirandone fuori una bottiglia di Anisetta Meletti. Strano che per le altre cose non avesse lo stesso senso d'orientamento. L'alcool lo trovava subito. La via di casa, mai. Il campanello squillò, e Cori corse fuori per aiutare Greg a scaricare la macchina.
"Grazie per avermi portato le cose" lo ringraziò abbracciando la sua borsa da ginnastica e lo zaino di scuola. Non aveva bisogno d'altro.
"Figurati. Allora, cos'è successo?" chiese curioso il giovane chiudendo il baule della vecchia macchina.
"Niente, tutto a posto." Per un po' il silenzio regnò. Greg la guardava in modo strano, come se le stesse dicendo addio. "Hehe, torni tu, vado io. Torno presto"
"Ci credo" rispose lui, ma non sembrava sincero. "Ti accompagno" disse dopo qualche attimo di silenzio.
I due rovesciarono le cose sulle poltrone mentre Zoro si stravaccava sul divano con la bottiglia in mano.
"Gregorio! Bentornato" lo accolse il vecchio dalla cucina.
"Signore" si inchinò il giovane.
"Allora, come va a casa? Vieni qui, così ti sento" lo chiamò a se, per poi cominciare a parlottare. Nel frattempo Cori aprì la poltrona della sala da pranzo e il divano per la notte e apparecchiò. Le poltrone ed il divano avevano la stessa fodera fiorita su sfondo verde. Odiava i motivi floreali. Le stanze erano illuminate dalla calda luce di due lampadari di legno massiccio. I gingilli di antichi viaggi sbrilluccicavano i loro brillanti nostalgici ricordi sotto quella luce dall'aria rustica come la pesante credenza. Da piccola credeva che i vetri di quell'ingombrante mobile fossero fatti di fondi di bottiglia.
Greg si congedò con un inchino e uscì, scompigliandole i capelli. Senza neanche darle il tempo di salutarlo a dovere. Il nonno portò la frittata e la pentola con la minestra a tavola. "Mangiamo mentre vi racconto" disse mentre faceva le parti.
I ragazzi si sedettero al desco nel silenzio dei bambini che aspettano le storie. Cori, guardando le rilucenti sciabole spuntate appese incrociate sopra al camino, ebbe l'impressione che sarebbero spuntati dei corsari dalla cappa.
"Allora... cominciamo dall'inizio. Io non sono di qui. Vengo dal tuo mondo, ragazzo." Affermò l'uomo ingollando la frittata.
Cori sbarrò gli occhi. Suo nonno veniva dall'universo di One Piece?!? Il vecchio la quietò alzando la mano.
"Le domande alla fine. Tempo fa, facevo parte degli studiosi di Ohara. Ero uno scienziato, e avevo appena creato il mio capolavoro. Dopo quattro anni di studio, con l'aiuto del mio assistente, ero riuscito a sintetizzare un siero che mi permetteva di passare da un universo all'altro. Ma il lavoro non era finito. Sperimentandolo su cavie vive, alcuni fattori del siero avevano uno strano effetto: Li bruciava dall'interno. Così, dovetti modificare il loro DNA perché fossero in grado di sintetizzare le molecole in grado di neutralizzare questi effetti. In seguito dovetti farlo anche per lo stesso siero, che per non provocare danni doveva essere prodotto dall'interno. Fu in quel periodo che scoprii che il mio assistente mi tradiva e dava le informazioni alla Marina. Tentai di estrometterlo da ogni tipo di informazione, ma senza allontanarlo per non insospettirlo. Nel frattempo avevo cominciato a provare la terapia genetica su di me, ma quel traditore voleva a tutti i costi i miei appunti, e cominciammo a litigare. Per errore nella rabbia aprii un varco e me lo trascinai dietro. Il viaggio fu tremendo, ed atterrammo ad una velocità inaudita. Non sapevo come controllarlo. La caduta mi valse un trauma cranico ed un'amnesia, oltre che varie ossa rotte, ed eravamo caduti sul morbido, per fortuna. È stato un miracolo se non ci si è spezzato l'osso del collo. Quando mi svegliai, non mi ricordavo più nulla, e accanto a me c'era Benedetta, tua nonna. È stato amore a prima vista. Ci sposammo dopo neanche un anno e dopo poco nacque tuo padre. Ho ritrovato la memoria cinque-sei anni dopo, quando il mio ex-assistente mi contattò per la prima volta. Voleva tornare indietro, a tutti i costi. Io gliel'ho sempre impedito" Aveva uno sguardo sognante mentre parlava della nonna. Nonostante tutto, e forse era merito di quella strana febbre, Cori rimase soltanto molto sorpresa, emise un paio di versi inarticolati, ma non diede di matto. Aveva una cosa come dieci miliardi di domande in testa. Zoro aveva semplicemente continuato a mangiare come se nulla fosse.
"Quindi tu sei in grado di riportarmi indietro" lo interruppe Zoro. Cori lo fulminò.
"Io ormai sono troppo vecchio per questo genere di cose. Ma Cori può" asserì l'anziano uomo.
"Come sarebbe a dire 'Cori può'? Vuoi dire che anch'io posso fare salti dimensionali?" gli chiese sbalordita, nonostante la nebbia che aveva in testa. Si strofinò con due dita la pelle del ponte nasale.
"Certo. Te l'ho detto, ho dovuto fare una terapia genetica per produrre il siero. Se Gabriele mi ha attaccato, è solo perché ha capito che tu l'hai ereditato" mugugnò ingurgitando cucchiaiate di minestra.
"Ottavio lo sapeva? L'aveva ereditato anche lui?" gli chiese la ragazza. Era frastornata. Possibilità infinite si stendevano di fronte a lei, oltre ad una serie di implicazioni a cui avrebbe pensato in seguito.
"Non ho fatto in tempo a dirglielo" si incupì, gettando lo sguardo lontano da loro. Aveva un tono quasi burbero.
"Ah. Ma che c'entra Gabriele con tutta questa storia?" chiese Cori incuriosita.
"Gabriele" disse il vecchio lasciando che il sapore del caffè corretto gli ripulisse la bocca "è il figlio di quel bastardo di Kalt, il mio ex-assistente"
"È giovane per essere suo figlio. Se dici che era il tuo assistente..." suppose Cori ignorando il caffè.
"Cosa vuoi che ti dica" rispose quello facendo spallucce "la sua vita privata non è mai stata affar mio".
"Direi che la questione è risolta" li interruppe Zoro. "Tu" disse indicando Cori "mi accompagnerai dall'altra parte, e ognuno andrà per la sua strada"
Cori s'incupì. "Non ho idea di come si faccia, e mi sembra anche una cosa abbastanza pericolosa" ribatté con una smorfia di disappunto. Possibile che quel buzzurro non avesse un minimo di tatto? Per lo meno poteva non spiattellarle in faccia tutto il disagio che provava a stare in sua compagnia, se proprio voleva spingerla a sbrigarsi a riportarlo sulla sua bagnarola.
"Non ti preoccupare Cori, ti aiuterò io a rispedirlo dov'è giusto che sia. Negli anni ho affinato la tecnica, anche se non ho più provato veri e propri viaggi inter-dimensionali. Ti insegnerò tutto quello che so" la rassicurò il vecchio alzandosi. La febbre si stava alzando, cominciava ad avere mal di testa.
"E almeno questa l'abbiamo risolta. Come risolviamo la faccenda della faida secolare?" chiese stanca massaggiandosi le tempie.
"Non preoccupiamoci di quello per adesso" disse il nonno sparecchiando. "Hai la febbre, dovresti riposare"
"Come fai a saperlo?" quasi grugnì per il dolore fisso in testa che sembrava lacerarle la pelle.
"È venuta anche a me, la prima volta che sono tornato qui. Vieni in veranda con me a prendere il the" le rispose prendendola per mano.
"E tu, insulsa creatura, cerca di mantenere un comportamento decoroso, per piacere. Non ho idea del perché tu sia qui, ma puoi star certo che cercherò di cacciarti via il prima possibile. Tu non mi piaci" ringhiò poi contro Zoro, che secondo Cori stava per scoppiare come una teiera, così intervenne prima che accadesse l'irreparabile. Estrasse le meravigliose katane dalla borsa della ginnastica e gliele diede, porgendogliele con tutt'e due le mani.
"Tieni. Spero che tu sia contento, ora" le uscì con un tono più amaro di quanto avrebbe voluto. Poi, sotto lo sguardo minaccioso e silente di Zoro, seguì docile il nonno in veranda.
"Stupida ragazzina" borbottò il giovane assicurandosi le spade al fianco.

Cori si buttò sulla vecchia e polverosa sdraio della nonna in veranda. Il mal di testa non la lasciava. Il nonno la raggiunse subito con una tazza di the.
"Tieni, prendi questo, ti farà stare meglio" le disse porgendogliela. Aveva un sapore amaro, dal retrogusto quasi di castagna.
Mentre il mal di testa si placava, Cori cominciò a pensare. Suo nonno veniva da ONE PIECE. Ok, questa si che era una cosa strana, ma in fin dei conti accettabile. Lui era arrivato sulla Terra grazie ad un siero che il suo corpo produce. E quella stessa capacità l'aveva anche lei. Quindi in fin dei conti, parte del suo sangue apparteneva a quel mondo. Lei poteva appartenere a quel mondo.
Fuori era sera, e la foto sul tavolino si vedeva a mala pena, cosí Cori se la avvicinò. Nella foto c'erano i suoi nonni e suo padre da bambino, in una vecchia foto d'epoca colorata. La nonna era bellissima nel suo lungo abito bianco e la morbida treccia color cioccolato posata sulla spalla. Gli occhi, che erano anche i suoi, la fissavano dolci dal vetro, mentre le fossette sul suo volto si piegavano in un sorriso. In braccio a lei c'era mio padre a quattro anni, piccolo, con i capelli neri lisciati all'indietro nella classica acconciatura a leccata di mucca ed un sorrisone felice sporco di cioccolata. E alla fine c'era il nonno, con i suoi boccoli neri e gli strabilianti, enormi occhi verdi nel viso paffuto, quasi da ragazzino, sbarbato. Portava l'uniforme della Marina Italiana. Dicevano sempre che gli assomigliava tantissimo, soprattutto per la statura, mentre le ossa grandi le aveva prese dalla nonna. Ottavio assomigliava piú alla mamma, soprattutto nei tratti allungati e angolosi del volto. Almeno da quanto si ricordava. All'improvviso, le sorse un pensiero. Magari il fatto che potesse appartenere ad un altro mondo aveva influito: Lei non aveva mai saputo cosa fare della sua vita. Sarebbe mai appartenuta ad un mondo?
"Non cominciare a crearti delle scuse. Il tuo mondo te lo crei da sola, e se non hai mai saputo cosa fare, beh, è il momento di cominciare a chiedersi il perché e cominciare a pensarci. Non scaricare le tue responsabilità sugli altri" le disse il nonno sorseggiando il suo the.
"L'ho detto ad alta voce?" rispose Cori. Il vecchio alzò le spalle. "Eri abbastanza intuibile"
"Ah" emise scostando lo sguardo. Il volto dell'anziano uomo si distese. "Allora, chi è il ragazzo che russa dietro questa porta?" chiese sorridendo.
"Si chiama Zoro, ed é... un ragazzo molto simpatico, si" per quanto suo nonno conoscesse il mondo di ONE PIECE, dubitava che sarebbe stato felice che lei avesse costantemente a fianco uno spadaccino plurilaureato in scienza delle barbarie e affini.
"Non si direbbe, sai? È piuttosto maleducato. Come mai è qui, se posso chiedere?" le chiese ancora ammiccandole con quei suoi enormi occhi verdi.
"Per sbaglio. Beh, credo sia colpa mia. Stavo guardando ONE PIECE, sai, quell'anime..." divagò ruotando la tazza fra le dita.
"Si, ho presente" ribatté il vecchio annoiato.
"Ed è comparso lui, così, dal nulla, puf!" mimò Cori con le mani.
"Puf" ripeté l'altro. "Si, immagino sia colpa tua" ammise poi.
Aggrottò le sopracciglia "Grazie per la considerazione, ora mi sento veramente rinfrancata". La febbre stava tornando a ondate.
"Domani cominceremo a pensare a come riportarlo indietro. O forse vorresti andare con lui?" le ammiccò il nonno.
"N-no. Nonno!" si scandalizzò Cori.
"D'accordo, d'accordo. Andiamo a nanna" le disse alzandosi e porgendole la mano.
"Nonno. Ti manca mai la tua vecchia casa?" gli chiese candida, osservando la mano callosa.
"Ho imparato a farne a meno. Quando ho ricordato, c'erano cose piú importanti. La mia vecchia casa, come la chiami tu, mi manca, ma non la rimpiango, no" il suo sguardo sembrava avere cento, mille anni in quel momento. Parlava della nonna e di papà. Ma quanto era rimasto adesso, delle ancore di allora? Poi insieme si alzarono, il momento sparì e il nonno la accompagnò alla poltrona-letto in camera da pranzo. Zoro ronfava della grossa nel divano-letto in salotto, gettato di traverso sul materasso, con la bocca spalancata e la classica bolla al naso. Le katane erano posate contro la spalliera e lanciavano tre ombre di artigli sul letto alla luce della luna. Sembrava l'ombra di una gabbia, e Cori si chiese quanto di casuale ci fosse in quella situazione.
"Aspetto che ti cambi, poi ti vengo a dare la buona notte" la interruppe il nonno.
"D'accordo" pigolò Cori attenta a non alzare troppo la voce. Quella luna era un cavolo di faro lì dentro! Poi suo nonno si ostinava a tenere quell'orrenda maschera africana proprio di fronte al letto. Non amava restare sotto gli occhi di quel malefico miscuglio fra un nigeriano e la versione drogata di Mr. Fantastic, così si affrettò ad infilarsi il pigiama. Il nonno tornò e le rimboccò le coperte.
"Yawwn... Qual è il tuo nome, nonno?" le chiese già mezzo morta, con gli occhi a mezz'asta. L'uomo sembrò pensarci un po'.
"Claw. Mi chiamavano Claw, un tempo" le rispose allontanandosi verso il corridoio oscuro. Il russare di Zoro sobbalzò per un attimo, poi si quietò di nuovo. Il rumore silenzioso della notte vuota invase la casa.
Pochi minuti e la febbre la addormentò.

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