Prima lezione: Teoria dei warmholes

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Qualche tempo prima...

Zoro osservò la ragazzina allontanarsi ondeggiando lungo il corridoio, accompagnata da quel bislacco figuro di suo nonno. Mentre ingollava l'ultimo goccio d'alcool della casa, si permise di ripensare alle giornate appena trascorse, in particolar modo l'ultima. Da quel che aveva capito dai brevi, isterici dialoghi di Cori, aveva causato problemi (anche se lui non li riteneva tali) non indifferenti. Per cominciare, Cori stessa quella mattina era tornata con piú lividi che ossa, e da quel che aveva sentito ultimamente, doveva essere in parte colpa sua, almeno per il fatto che se sene fosse stato tranquillo forse nessuno lo avrebbe notato. A Zoro non piaceva avere debiti con nessuno. Poi era stato invitato in quel minuscolo dojo, dove aveva incontrato il Maestro Angelo, a suo giudizio un guerriero e un uomo di tutto rispetto. Lì aveva imparato i rudimenti di un'arte a lui quasi totalmente sconosciuta, il judo. Gran bella arte, ma non faceva per lui. Se proprio doveva combattere senza katana, preferiva di gran lunga usare il taglio delle mani, pugni e calci. Il Maestro invece era ironico, forte e severo, tutte qualità che lo rendevano assai simpatico ai suoi occhi. Cori in quei momenti gli aveva ricordato molto se stesso i suoi primissimi tempi, ancor prima che incontrasse Maestro Koshiro, quando ancora inesperto le strategie di combattimento gli si affollavano nella testa e lui non faceva in tempo a reagire nel modo giusto, per poi affidarsi alla forza bruta. Era abbastanza sicuro che ci fossero strategie ben piú efficaci di quelle che aveva usato la ragazzina per atterrarlo.
Cori rientrò e si buttò a peso morto sul letto. Il nonno si allontanò.
La luna era salita oltre la cortina di nuvole, e illuminava bene il giardino col suo latteo lucore. Zoro vide un uomo scavalcare il recinto e avvicinarsi al retro della casa. Portava sulle spalle l'enorme zaino nero e blu di Cori, e superata la prima linea di aiuole, si affrettò a lanciare lo zaino al nonno, che lo attendeva addossato alla pallida parete. Zoro assottigliò gli occhi, cercando di scorgere piú dettagli dell'uomo sconosciuto. Questi corse fuori e montò su un motorino. In quel momento si girò, rivelando di essere quello scialbo energumeno per cui la ragazzina sembrava stravedere.
"Tsk" ghignò Zoro voltandogli le spalle. Non erano certo affari suoi.



Zoro stava sognando. Stava sognando, ne era sicuro. Cioè, ne era stato sicuro fino a due secondi prima, quando quella pazza era montata sul suo letto e aveva cominciato a saltarvi sopra.
"Sveglia, sveglia, sveglia!" Ma non stava malissimo giusto il giorno prima?! Senza neanche aprire gli occhi, le afferrò il piede e tirandolo a se la fece cadere sul letto. E meno male che faceva judo!
"Ehi, brutto bastardo!" gridò tirandogli un calcio dritto nelle costole. Poi saltando di nuovo in piedi gli ricadde addosso per errore, facendo cozzare le braccia rigide contro il suo petto. "Ti ho preparato la colazione!" gli rise quasi nell'orecchio la pazza, tirandogli un pugno scherzoso dritto sullo sterno. Poi vi si appoggiò per alzarsi. Zampettò fino al bordo del letto e con un saltello scese, camminando a piedi scalzi fino in cucina. Ma che cazzo le era preso? I giorni prima tutti col muso, e adesso faceva tutta la gioviale, rideva, scherzava... così, a caso! Fino ad allora non l'aveva mai toccato volontariamente senza l'intento di picchiarlo, e adesso sorrideva, saltellava, ma che...? Canticchiava! Stava cantando, di prima mattina!
"Se cercate un fatto, io ve lo da-rò!"
Dalla cucina veniva odore di colazione. Lo stomaco brontolò.
"Gli Unni han vita corta, chi vivrà, vedrà!"
Zoro si alzò quasi di malavoglia, per poi stravaccarsi su una delle sedie intorno al tavolo. Cori gli venne incontro saltellando, portando in mano latte, pane e marmellata alle arance. Tutto aveva un'aria bucolica. Da Mulino Bianco, pensò Cori.
"Come mai quella faccia?" chiese Zoro sospettoso, con la stessa espressività facciale di uno zombie sotto morfina.
"Così, mi va. C'è bisogno di un motivo per essere felici? Ma anche se voi siete deboli, lavoreremo ancor di piú, si vedrá – l'uomo che – non sei tuuuu" il tono vivace con cui lo aveva detto sembrava proprio dire "si, c'è, ma non te lo voglio dire, ok?". Aveva continuato a canticchiare fra i denti per tutta la colazione, sempre con quel sorriso da trecento carati sparato dritto in faccia a lui. Mentre si servivano al lauto pasto, Zoro notò un fatto assai singolare : Il nonnetto non era mai comparso quella mattina.
« Dov'è finito il vecchio? » chiese alla fine.
"Sará andato a farsi una passeggiata" fece spallucce la ragazzina. Non si era nemmeno incavolata perché aveva chiamato vecchio il nonnetto. Bah.
Quando ebbero finito, Cori posò i piatti nell'acquaio e uscì saltellando come Heidi. Ma che cavolo si era fumata? Zoro la seguì titubante in silenzio insieme alle sue katane.
"Nonno! Nonno, dove sei?" chiamò Cori.
"Sono qui!" urlò il vecchio dal giardino sul retro. Quando vi arrivarono, il nonnetto stava montando una lavagna bianca sugli infissi di una finestra. Aveva portato due vecchi banchi di scuola arrugginiti, raccattati in chissá quale discarica, davanti alla lavagna, accompagnati dalla loro degna controparte detta sedia. Il vecchio si era anche messo in ghingheri, con il vetusto completo di fustagno ed il cravattino a fantasia scozzese. Inghirlandato così, sembrava un vecchio professore in pensione, con i radi capelli bianchi pettinati ordinatamente all'indietro.
"Sedetevi pure, ragazzi, arrivo subito" gli disse il vecchio ancora girato di spalle. Nessuno dei due si arrischiò a sedersi sulla causa della morte per tetano, e non avendo effettivamente altro da fare si sedettero sul bordo dei banchi, mentre aspettavano che il vecchio gli dedicasse attenzione. Cori ne approfittò per ammirare la disposizione del piccolo giardino: La mano di Greg, che ben volentieri passava ogni tanto di lá, si faceva vedere: Il fondo era un'unica, bellissima parete di alberi di Jaracanda blu, sotto alle cui fronde crescevano arbusti di more ancora acerbe. Il resto del prato era di un bel verde uniforme, fatta accezione per la pianta di rosa tea addossata alla sedia a dondolo. Il verde era cosí uniforme che pensò di dire a Zoro che la sua testa poteva tranquillamente confondersi con l'erba, ma si trattenne. Quella mattina si era svegliata particolarmente euforica, e non le andava di litigare. Tutti i dolori erano passati insieme alla febbre, magicamente, non aveva idea del perché e nemmeno gliene importava! Era come essere sotto l'effetto di una droga.
"Vi ho chiamati qui per spiegarvi un paio di cose, ragazzi. Con tutta probabilità entro la settimana la banda di Kalt e della sua progenie ci attaccherà. Prima di allora sarà necessario riportare questa... cosa a casa sua. Se mai arrivassero qui e uccidessero uno di noi due, questo impiastro non potrebbe piú tornare indietro" che per caso il nonno non sopportasse Zoro? Doveva essere solo una sua impressione...
"Tsk. Credete che non sarei in grado di sconfiggerli? Mi basterebbe un colpo solo" ghignò Zoro facendo scattare l'impugnatura della katana.
"E a loro basterebbe un solo proiettile per far fuori noi. Non sono esattamente privi di potenzialità. Renditi conto che non sei il padreterno, piccolo pidocchio" lo denigrò il vecchio.
« Come mi hai chiamato, vecchio del cavolo? » si adirò il giovane alzandosi e portando la mano destra all'elsa della katana.
"Tu non sai chi sono io!" si intromise Cori tra i due, camuffando buffamente la voce. "Si, me lo immagino" si rivolse poi a Zoro. "Nonno, il pidocchio ha un nome. Si chiama Zoro, e ti assicuro che se anche non è infallibile, sa il fatto suo" disse poi all'anziano uomo, che lanciava fulmini dagli occhi. "Zoro, lascia che mio nonno si spieghi, sono sicura che ha altre motivazioni per cui dovremmo accelerare il passo" cercò poi di blandire Zoro, che senza guardarla sotterrò momentaneamente l'ascia di guerra.
"La verità è che è da anni che Kalt mi avvelena lentamente, e non so per quanto ancora potrò durare." sospirò il vecchio scoprendo il braccio. Era pieno di zone purulente e rossastre, che emanavano già puzza di morte. Cori trasalí. "Il mio sangue è sempre piú infetto, e adesso che ha scoperto che anche tu hai il potere per riportarlo indietro, preme affinché io ti insegni quello che so prima di tirare le cuoia, così da poterti usare. E fidati se ti dico che di modi ne troverebbe" chiuse gli occhi riabbassando la manica sul braccio.
"E non esiste nessuna cura?" chiese Cori aggrottando le sopracciglia.
"È proprio la cura il male. Vedi, un conto è fare una terapia genetica su un paziente molto giovane, un conto è farlo su un uomo già formato. Inoltre questa terapia è molto invasiva, e piuttosto dolorosa. Tu sei il frutto di due generazioni che in qualche modo hanno cercato di metabolizzare il cambiamento, anche se tuo padre non l'ha mai manifestato. Ma io no, e avevo bisogno di farmaci che mi aiutassero a contenere gli effetti collaterali che in qualche anno mi avrebbero portato alla morte. Tuo padre parla spesso di un anno in cui mi presi una brutta malattia. Beh, non era una malattia, era proprio la terapia che mi stava uccidendo. Fu in quell'anno che Kalt mi raggiunse, proponendomi la cura. Sapevo che doveva esserci qualcosa sotto, ma accettai. Non volevo che tua nonna rimanesse vedova, con un bambino a carico facile preda di Kalt stesso."
"Non potevi cercartela da solo, la cura?" chiese Zoro.
"Credi che non ci abbia mai pensato?! In tanti anni di ricerche, non ho mai cavato un ragno dal buco! Ho pensato anche di eliminarmi una volta che suo padre era diventato grande, quando ormai era chiaro che non avesse ereditato nessun gene, ma quando ormai pensavo fosse arrivata l'ora è nato suo fratello. Non potevo lasciarlo smarrito, senza una guida. Sapevo che i tratti somatici possono anche saltare una generazione. Non potevo permettere che Kalt gli facesse del male. Un male inutile, tra l'altro, perché senza la mia esperienza non avrebbe potuto fare nulla, e lui lo sapeva. Mi minacciava con questo. Cosí sono rimasto" rispose il vecchio, infervorandosi. Cori abbassò il capo, e stringendosi le gambe al petto appoggiò la fronte alle ginocchia. Doveva pensare. Anzi, non ci poteva pensare. Che cosa doveva fare? Suo nonno le aveva raccontato che subiva i postumi di una terapia potenzialmente mortale curandosi con del veleno, che non gli era rimasto molto tempo, e che se non si era suicidato era per lei e suo fratello. Cosa doveva fare?
"Cosa posso fare?" disse alzando la testa. Zoro al suo fianco era rimasto in silenzio.
"Ho intenzione di insegnarti quello che so. Voglio che tu possa fuggire, nel caso le cose si mettessero male. Kalt dispone di un dispositivo che gli permetterebbe di aprire un portale senza il nostro consenso, solo sfruttando il nostro DNA, ma è quasi letale per noi. Vuole sfruttare il suo legame con il nostro universo originario per tornare indietro. Lui crede sia quasi impossibile, che probabilmente morirebbe anche lui, e questo lo sa, ed è la cosa che l'ha fermato fino ad adesso" il vecchio fulminò Cori e poi Zoro. "Ma grazie alla presenza di questo elefante interdimensionale, adesso la cosa non è piú cosí infattibile!"
"Perché? Che tu mi insegni ad aprire portali non è proprio quello che vogliono loro? Non..." sgranò gli occhi, capendo che se lui non gli avesse insegnato niente, probabilmente quegli stronzi avrebbero bloccato il rifornimento della cura.
"Non converrebbe che io muoia? Magari. Ti uccideranno, Cori. Se non ti insegnerò ciò che so, ti uccideranno nel modo piú lento ed atroce possibile" sospirò il vecchio, guardandola con quegli occhi acquosi ed il broncio proteso.
Dopo un lungo silenzio, finalmente Zoro si alzò al fianco di Cori. "Cosa stiamo aspettando? Parla, vecchio. L'hai detto: Abbiamo poco tempo" disse fissandolo con quel suo sguardo fiero.
"E sia"



"Lezione n*1: Teoria dei warmholes" dopo un primo momento di agitazione, Cori si era preparata ad ascoltare, mentre Zoro sonnecchiava con un occhio solo, ascoltando si e no quello che il vecchio marinaio diceva. Vi risparmierò la pena di ascoltare una lunga lezione. Vi basti sapere che per warmhole si intende un fenomeno molto simile al buco nero. Avviene attraverso un ripiegamento dello spazio-tempo, che permette all'universo di accorciare le distanze. Esistono diversi tipi di warmhole. Quello che useremo qui è ovviamente una trasposizione narrativa, poiché la forza gravitazionale di un warmhole inghiottirebbe la terra in poco tempo. Perciò abbiamo ideato un piccolo stratagemma che ci permette di creare warmhole portatili, e soprattutto usabili, ed è il talento di questa famiglia, basato su una pseudo-teoria fisica di mia invenzione per permettere l'esistenza di questa storia. Posso sperare che all'interno della storia tutto sembri molto logico.
"Nonno, scusa se ti interrompo, ma perché prima hai detto che grazie a Zoro per Loro sarebbe piú facile arrivare dall'altra parte?" chiese Cori incuriosita.
"Il suo legame con l'altro universo è piú forte del nostro, che ormai è sbiadito, tutto qui. È solo un'ottima guida. O almeno cosí credono. In realtà all'interno del nostro corpo si autoproduce una sorta di guida, ma questo loro non lo sanno, e devono continuare a non saperlo. L'unico motivo per cui usando il loro dispositivo potrebbero morire è che è praticamente impossibile, anche per noi, gestire un atterraggio. Se ci siamo salvati anni fa è stato solo per miracolo"
Cori rimase perplessa, ma era troppo distratta per prestare attenzione alla cosa per piú di due secondi. Sembrava che la strana euforia di quel mattino non fosse ancora passata, e aveva fatto una gran fatica a seguire il discorso del nonno.
Il nonno sospirò. "E va bene, per oggi abbiamo fatto abbastanza. Domani passeremo alla pratica. Ora andiamo a mangiare" disse raccogliendo le sue cose. Il magico trio si diresse verso casa nell'afosa calura estiva. Mentre Cori li anticipava in cucina, Zoro si avvicinò al vecchio.
"Ohi, vecchio. Che ha combinato Cori? È fuori di testa" gli chiese simulando indifferenza. Aveva passato la mattinata sonnecchiando nel languore di quella calda giornata estiva, sbirciando di tanto in tanto verso quella, e non comprendendo il perché di tanta pazzia.
" È l'effetto del varco in salotto. Rimarrà cosí per almeno un'altra oretta. E io non sono vecchio" Zoro sollevò un sopracciglio nel sentire il tono burbero del nonnetto. Quello incrociò le braccia.
Il clamore di metallo proveniente dalla cucina spezzò lo scontro di sguardi, e le risate che lo seguirono allarmarono il vecchio.
"Meglio che vada a controllare che sta combinando quella piccola pazza" esclamò iniziando a correre, seguito a ruota da Zoro, che entrato in salotto vide uno degli spettacoli piú tragicomici della sua vita.
Cori sedeva tra le pentole rovesciate, ridendo come una matta con una padella in testa. Rialzandosi sotto gli sguardi attoniti dei due uomini, si girò indifferente e con un'euforia inspiegabile cominciò a buttare ingredienti a caso in una delle poche pentole salvate.
"Oggi credo che farò digiuno. Divertiti, impiastro" gli annunciò il vecchio allontanandosi con un libro. Zoro guardò sconsolato l'orribile spettacolo culinario davanti ai suoi occhi. Quasi rimpiangeva Sanji. Quasi.




Alla fine non era stata così male. Nel bel mezzo del disastro, finalmente Cori aveva ripreso conoscenza e stava tentando di mettere insieme un pranzo commestibile, tra le risa di scherno di Zoro. Mentre l'acqua bolliva, Cori si affrettò a preparare un'amatriciana, quasi tagliandosi un dito per la rabbia, mentre Zoro rideva e lei immaginava di stargli affettando il braccio.
"Ehi, non è colpa mia! Smettila di ridere!" protestò mescolando il sugo.
"Ma come si fa? Eri veramente ridicola!" rispose Zoro ridendo, fissandola dallo stipite della porta della cucina.
"Hmmm. Proprio" mugugnò infilzando il coltello nel tagliere. Rimestò il sugo con la cucchiarola e le venne un'idea. Con circospezione si girò con la cucchiarola sporca di sugo in mano, e con nonchalance si avvicinò a lui con un inquietante sorrisone da trecento carati.
"Assaggia se ti piace" gli disse avvicinandogli la cucchiarola. Zoro, incerto, protese il viso e Cori ne approfittò per disegnargli una strisciata di sugo sulla guancia.
"Tu, brutta bastarda! Adesso te lo faccio assaggiare io!" gridò Zoro afferrando un pomodoro e spremendoglielo in faccia. Cori rise. "Ahhh, brucia agli occhi!" gridò urtando il piano cucina con la schiena. Il dolore dei lividi si propagò lungo tutta la schiena. Se ne era completamente dimenticata. Non aveva praticamente sentito piú nulla dalla sera prima. "Ahio, cacchio che male!" esclamò afferrando un canovaccio e asciugandosi la faccia. Mentre lo faceva, Zoro ne approfittò per afferrarla per il collo e strofinarle le nocche sulla testa con violenza. "Brutta stupida!" Cori si divincolò nella ferrea stretta e con un gesto sgraziato del braccio gli pulì la guancia dal sugo.
"Tu vuoi mangiare per caso? No, perché se è cosí ti conviene sparire" lo spinse via con quei gesti goffi che le erano caratteristici, poi si ributtò sulla cucina.
Una ventina di minuti dopo, stavano mangiando in silenzio di fronte a due piatti fumanti, amatriciana e pollo alla griglia, soffocando nello stesso calore delle pietanze.
"Allora, testa di finocchio, che ne pensi? Visto che sono capace a cucinare, scemo?" gli inveì contro sparecchiando.
"Ho mangiato di meglio" ammise felicemente Zoro.
"Ovvio" quasi grugnì Cori afferrando il telefono che squillava.
"Si, pa', che c'è?" chiese accettando la chiamata.
"Cori, quel ragazzo che ho registrato l'altro giorno non si è presentato oggi. Tu ne sai qualcosa?"
"Ehm, si certo. Mi ha detto che stamattina aveva... una visita medica e che sarebbe passato nel pomeriggio per completare il suo lavoro" si inventò Cori. Aveva detto piú bugie in tre giorni che in tre mesi.
"Bene. Allora ci sentiamo stasera che adesso ho da fare, ok? A piú tardi"
"A piú tardi" salutò lei serrando il telefono tra le dita. "Houston, abbiamo un problema" annunciò a Zoro stravaccato sul divano. Zoro la guardò malissimo.
"Devi andare a potare gli alberi di casa mia"
"Te lo puoi scordare!" sbraitò quello alzandosi.
"Non ti sto proponendo una scelta. Non ho intenzione di passare altri guai a causa tua" puntò sull'approccio aggressivo, puntando i pugni sui fianchi.
"Non mi interessa" il ragazzo le diede le spalle tenendo le braccia incrociate. Però, aveva delle gran belle spalle...
"Oh, si che ti interessa. Ho io il cucchiaio dalla parte del manico, ricordi?" ghignò la balda giovane incrociando a sua volta le braccia sotto il seno inesistente.
"Ne farò a meno" mugugnò il tipo con un fare veramente infantile ed irritante, mentre teneva lo sguardo fisso fuori dalla finestra.
"Zoro caro, ti ricordo che TU mi devi uno dei favori più grandi della tua vita, quindi ora VA!" ruggì Cori buttandolo fuori di casa.
Zoro grugnì qualche imprecazione incomprensibile prima di dirigersi verso il cancello. Doveva ancora scoprire il perché le donne riuscissero ad essere cosí terrificanti, alle volte, che anche un Re del Mare si sarebbe spaventato alla loro vista... E Cori, purtroppo, era l'ultimo degli esempi, si disse pensando alle sue nakama.
"Idiota, casa mia è dall'altra parte!" gli urlò Cori dalla porta.
"Ed io come faccio a saperlo?" protestò Zoro.
"Guarda che siamo vicini, è la casa affianco" gli rispose lei indicandogliela col dito. "Vedi di non perderti anche lí. E chiedi a Greg se ti serve una mano!" lo avvertì un'ultima volta prima di sbattere la porta con un ennesimo tonfo.





Un ramo cadde vicino a Cori, che sbadigliò. Non era certo il primo, pensò girando le pagine del libro di storia. Seduta sul dondolo, si godeva beatamente la frescura dell'ombra del giardino in maniche corte e pantaloncini. I fendenti di Zoro fischiavano fra gli alberi sopra la sua testa, ed una sottile pioggia resinosa di rami le pioveva addosso a ritmo costante, tanto che era stata costretta a coprire la sdraio con una tendina, per evitare che si sporcasse il libro.
Doveva studiare, ricordò a se stessa. Era facile distrarsi a guardare Zoro, che con urli di Tarzanica memoria volteggiava fra gli alberi tirando colpi a destra e a manca con le sue katane. Ma non doveva farlo. Aveva gli esami fra una decina di giorni! Ed era in ritardissimo con lo studio, tutta colpa di quel ritardato mentale di Zoro e di quella mega massa di teppisti cretini. Però come era difficile così!

"Vabé, basta, sono tre ore che sto qui a studiare. Vado ad allenarmi un po'!" si disse ad alta voce, sperando di attrarre il ritardato sopracitato. Erano le sette passate. Non le andava di allenarsi da sola. In realtà non le andava di fare un bel niente, ma non le andava nemmeno di sembrare pigra, quindi con estrema calma raccattò un asciugamano e si diresse nella vecchia palestra di suo padre, di fianco alla veranda. Per sua grande fortuna, la parete che dava sul giardino era composta da finestre, che aprì tutte. Dall'altra parte, lo specchio le rimandava l'immagine di una tizia con la testa simile ad un fungo atomico. Pfff.
"Pfff" si sgonfiò.
"Che cos'è questo posto?" chiese Zoro facendo capolino dallo stipite della porta.
"È una palestra. Non è abbastanza ovvio?" rispose stiracchiandosi. Aveva la brutta abitudine di bighellonare prima di allenarsi.
Zoro la ignorò e sorpassandola afferrò un peso. Il più pesante.
"Ti odierò, lo sai?"






Non era minimamente al suo livello. 

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