Sonetto introduttivo

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S'è vero che io sono a me nemico,
ragion per cui m'ammalo e poi mi tergo,
mi rammarico, ma non maledico
il tempo del livore ond'io emergo.

Non posso capire, ma non rinnego
chi, con dolor, m'ha reso quel che sono:
ché ciechi nell'oblio ci fa il diniego,
disconoscendo il senso del perdono.

Ho errato spesso ed errerò in futuro,
finché non sarà chiara e definita
l'identità tra mille e più rimpianti.

E l'aurora del giorno nascituro
sveglia un'anima a lungo intorpidita
che adesso, con coscienza, volge avanti.

L'Ultimo Conte di VeilchenburgDove le storie prendono vita. Scoprilo ora