Capitolo 3

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Mi perdo nel fare i compiti, nonostante io non creda nel futuro, o in un domani, dovrò pur vivere di qualcosa, e metto tutta me stessa nello studio, o almeno la parte di cui ho il controllo. Non ho mai creduto nella vera amicizia, forse si una volta ma adesso sono consapevole. La vera amicizia è gioire delle vittorie altrui, anche se si condividono le stesse passioni, non c'è gara, non c'è competizione. La vera amicizia è accettarsi e comprendersi. La vera amicizia è mettersi nei panni dell'altra persona, magari diversa da te, e vivere anche attraverso i suoi occhi, condividendo attimi, sorrisi e pianti. Ecco tutto questo, molto semplicemente, non esiste. Magari può esserci in una realtà parallela di un film o un libro, ma in questo mondo l'essere umano è troppo complicato per stare bene, non riesce a vedere al di là di se stesso, me compresa. Non appena mamma chiama a tavola, mi accordo che sono appoggiata al tavolo con gli occhi verso l'alto e davanti un libro aperto a non so quale argomento. Mi sono persa nei miei pensieri...di nuovo.

Appena scendo trovo papà che ha quasi finito di mangiare e mamma in piedi che mi aspetta.

Neanche il tempo di sedermi che inizia a domandare:

"Com'è andata la giornata amore?" Odio quando mi chiama così.

"Uguale."

" Ti hanno interrogato?"

"No, sennò te lo avrei detto."

"E Ambra dice qualcosa?"

Papà si alza di scatto dalla sedia e va a mettersi sulla poltrona davanti alla televisione.

"Mamma no, è inutile che me lo chiedi ogni giorno."

"Come stai tu?"

"Bene, ma starei ancora meglio se mi facessi mangiare."

"Si si scusa, mangia che è buono, ho cambiato alimentari, ti piace?

"Mamma, se me lo lasciassi mangiare te lo direi"

"Vero scusa"

Alla fine non ho risposto alla domanda e la cena è passata nel silenzio più totale, beh silenzio per lei, perché le voci che gironzolavano nella mia testa facevano un chiasso.

Ogni volta dopo cena mi metto sul letto e fisso il muro, il soffitto, e penso a tutto quello che potrei fare prima di andare a dormire, e alla fine mi riduco a rimanere per ore a fissare una parete. Mamma entra di getto interrompendo i miei piani:

"Ei posso entrare?"

"Sei già dentro"

"Ascolta, vorrei darti un consiglio.

"È un consiglio o un obbligo?"

"Chiamiamola premura di una madre"

"Chiamala come vuoi ma ho delle cose da fare quindi.."

" Si, volevo solo assicurarmi che tu stessi bene, che avessi qualche amico."
" Stare bene e avere amici sono due cose diverse, comunque sto bene, ora puoi andare?"

"Se mi prometti che ti sforzerai di cogliere le opportunità di legare o comunicare con altre persone si."

"Si prometto prometto, ma adesso devo andare a dormire, hai visto che ore sono? Ciao."

"Ma sono le 21:30."

"Appunto è tardi ciao mamma buonanotte."

La spingo verso la porta, chiudendo quest'ultima. Un pò mi sento in colpa, soprattutto quando bisbiglia piano "Buonanotte", da dietro la porta, e ascolto i suoi passi che si allontanano piano piano. Ogni cosa che mi sfiora, che mi sostiene persino, io la faccio allontanare, fino a distruggerla, e perdo le fondamenta, perdo l'equilibrio.

Il senso di colpa mi fa addormentare quasi subito, di solito quando dico una cosa la faccio, e anche in questo caso è stato più forte di me. Il buio mi avvolge e sogno una fenice nel cielo, ma non un cielo normale, sereno, una tempesta, con lampi e tuoni ovunque, ma la fenice va, come se intorno a lei ci fosse la luce.

Glimmer of lightDove le storie prendono vita. Scoprilo ora