Cimitero - Morte

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Aprì gli occhi.

Una landa desolata e fredda, gli occhi umidi non distinsero le numerose forme. Si sfregò il viso con il braccio, arrossando le guance e il naso schiacciato. Non aveva ancora il pieno controllo dei suoi movimenti. 

Guardò davanti a sé. Sull'erba secca, quasi appuntita al tatto, si ergevano come funghi una serie di lastre di pietra. Alcune ovali, altre triangolari, qualcuna rettangolare. Ma tutte, nessuna esclusa, erano distrutte. Presentavano cumuli staccati, edera che le martoriava - penetrando all'interno come un parassita e disintegrandone la forma ben definita -, segni di erosione. 

Segni del tempo. Il concetto di tempo lo conosceva. Sorrise, soddisfatto del suo sapere. Era nella sua natura. Era un uomo, d'altro canto. Fu invitato a muoversi.

Obbedì.

Si abituò in fretta ai pizzicotti dell'erba decaduta e raggiunse il centro del circolo di rocce. Le sfere di luce le illuminarono lievemente. Presentavano delle scritte illeggibili, forse appartenenti a una lingua diversa. 

La stella gli spiegò che quelli fossero nomi e che tutti gli uomini ne avessero uno. Si chiese se anche per lui fosse così. La stella gli disse che non aveva poi così importanza. Ci rimase male, la stella sorrise. Voleva svelargli la verità, ma non poteva. Sotto ogni nome, in ogni singola lastra, un solco chiaro brillava.

17, 5 – 10

Un leggero venticello spirò nel terso cielo grafite. L'uomo lo ricollegò a quello della radura, ma subito si pentì di quell'accostamento e rettificò. Non erano la stessa cosa. Questo stava ululando, stava chiedendo aiuto. Sbagliò di nuovo, si corresse. Stava ululando, ma non stava chiedendo aiuto. Lo stava attirando a sé. Sì, questa volta pensò di aver ragione. 

Si strinse nelle braccia e incassò la testa nelle spalle. Aveva davvero freddo. Il vento ululò di nuovo, corteggiandolo e muovendo i lunghi capelli. Poi, come una dama, gli sfiorò la pelle e si allontanò per farsi desiderare. Riuscì nel suo intento. 

Fece un passo, ma la stella lo bloccò e roteò nel cielo. Si chiese per quale motivo l'uomo non la stesse seguendo, guardo in basso, sorrise. L'uomo, con i pugni chiusi, guardava il cerbiatto accasciato sotto una di quelle lastre rotte. I due cerbiatti più piccoli sfregavano la testa staccata con le proprie. 

Sembravano non essersi accorti della sua presenza. Scelse di non disturbarli e guardò la luce a cinque punte nel cielo. 

«Perché non si muove?» chiese indicando il corpo che il filo aveva spezzato. L'istante successivo venne dominato da un leggero bagliore, gli angoli degli occhi si riempirono di bianco. Mosse la testa e osservò il messaggio che andava a via a via formandosi.

«La morte regola le cose.»

L'uomo, senza sapere cosa fosse questa morte, la collegò al vento che continuava a ululare sempre più disperatamente. La stella gli diede ragione e gli spiegò che tutto è destinato a nascere, vivere e perire. L'uomo capì e guardò il cerbiatto negli occhi freddi. 

La prole era scomparsa. Il capo ricoperto di pelo arancio scuro si sollevò, ondeggiò, si adagiò sul vento che assunse una forma antropomorfa. Poi cadde. L'uomo capì perché l'animale non si muovesse più, comprese cosa fosse successo, si accorse del motivo per cui gli animali lo evitavano, diede forma all'odio dei due piccoli cerbiatti. 

Chiese scusa senza sapere cosa significasse, sussurrandolo a fior di labbra. Si strinse il petto che aveva cominciato a fare di nuovo male. Chiese alla stella cosa fare. Non seppe rispondergli.

«Anche io morirò?» chiese. La stella annuì. L'uomo tirò un sospiro di sollievo. Non voleva vivere in eterno con quel dolore al petto. Era insopportabile. Faceva male. Aveva freddo. 

Sospirò e guardò il cerbiatto che aveva cominciato a dissolversi. Congiunse le mani come gli aveva insegnato la stella e ringraziò la luna, le divinità e la stessa guida. Chiese scusa agli animali. 

Gli faceva male il petto. Aveva freddo. Insopportabile, pensò. 

A lati del circolo notò i due riflessi rocciosi che aveva visto al tempio. Li squadrò e chiese alla stella se anche loro fossero morti. La stella asserì e, anticipandolo, gli disse che era successo perché si erano dimenticati di lei, della luna, e di tutto ciò che è grande. 

L'uomo li compatì e, al contempo, li invidiò. Rilesse i numeri sulla loro fronte che venivano amplificati dalle lastre. La stella suggerì di non pensarci e, al contempo, di non dimenticare. Poi gli chiese di ripetere cosa fosse davvero importante. Annuì dopo la risposta e gli intimò nuovamente di non dimenticare le cose veramente importanti. 

L'uomo lo sapeva, lo aveva capito. O così credeva. Rispose con forza che non si sarebbe mai dimenticato. Ringraziò le stelle, la luna, le divinità e ripeté il giuramento. La guida sospirò, sperando che fosse davvero così. 

Era il momento della verità. Era tutto nelle mani dell'uomo. Purtroppo. 

Lo invitò a proseguire.

Obbedì.

Sbatté le palpebre.

Il mio angolo 

Essendo il testo relativamente pesante per i temi trattati... beh, eccomi qui. 

Il prossimo luogo che verrà visitato sarà anche il momento della verità. 

Sarà più lungo, pertanto suddiviso in due parti. Spero che non ti dispiaccia, caro lettore svogliato. 

Che poi, ora, a chi sto parlando? Il mio riflesso nello schermo mi guarda come se fossi pazzo. Ehi, sono davvero bello oggi. 

MM

La bellezza del peccatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora