Riaprì gli occhi.
Spalancò la bocca quando davanti a sé non trovò più il lago nero. Nonostante il colore fosse rimasto, le increspature dell'acqua avevano ceduto il proprio posto in prima fila a qualche linea sinuosa. Sembravano muoversi nonostante fossero ferme e si alzavano dal terreno come volessero rivendicare la propria esistenza.
Le sfere bianche accompagnavano i contorni delle grandi foglie e delle radici, illuminandoli e scurendoli a ritmo scandito mentre risalivano lungo le cortecce muschiate di oscurità.
La stella si mosse e lui comprese il concetto di foresta.
La sensazione precedente era sparita e ora, invece che il freddo dell'acqua, sentiva qualcosa pungere con delicatezza la pianta sporca del piede. Abbassò adagio il mento e osservò i fili di quella che successivamente avrebbe definito "erba". Si staccavano dalla terra sottostante, bagnati di rugiada e rischiarati da qualche movimento bianco che permeava l'atmosfera.
Ancora una volta si rese conto di quanto la Regina nel cielo fosse meravigliosa.
Inarcò le dita dei piedi, stupendosi della mobilità simile a quelle delle mani. Queste, al contrario di quelle, si muovevano tutte nello stesso modo. Pensò che sembrassero un rastrello, poi si chiese cosa fosse questo "rastrello". La stella non lo aiutò.
Osservò con calma tutto ciò che lo circondava. Rivestiti di un tenue candore, le radici bucavano l'erba con foga aggraziata, cercando il nutrimento che avrebbe permesso, in seguito, la crescita dei grandi alberi che sorreggevano. Qualche goccia scintillante faceva capolino tra il muschio e le foglie cadute.
Tutto era nero, ma l'uomo, per chissà quale ragione, dipinse tutto di verde, poi rosso, giallo e infine marrone.
Si grattò la nuca e si impigliò nei nodi dei lunghi capelli. Non capiva perché avesse fatto quel ragionamento, guardò la stella. Questa danzò com'era solita fare e spiegò all'uomo cosa fosse il ciclo delle stagioni. Lui capì in buona parte e tornò a guardare il grande albero che si stagliava di fronte a lui. Era nero come gli altri, rovinato come gli altri, ricoperto di foglie come gli altri, sorretto da radici come gli altri. Ma era grande, era immenso. Sembrava un padre in mezzo alla nidiata. La stella lo invitò ad avvicinarsi.
Obbedì.
I rami dell'albero si mossero, protendendosi amorevolmente. Si allungarono per intercessione superiore, si ingarbugliarono, raggiunsero la chioma scura in controluce e tornarono da lui con in grembo qualcosa. Afferrò il dono con la mano su consiglio della stella e lo analizzò a fondo con la curiosità di un bambino venuto da poco al mondo.
Non c'era niente di più azzeccato per definirlo.
Era morbido in alcuni punti e duro in altri, di forma quasi sferica ma leggermente abbozzato sui bordi. Nero, ovviamente, come tutto il resto. Un picciolo solitario sbucava dalla cima sancendo la proprietà sul corpo. La stella, roteando, lo definì frutto e gli ordinò di mangiarlo.
Obbedì.
Il sapore dolciastro della polpa sulle papille gustative lo mandò in estasi. Rimase a bocca aperta, con il succo che gli cinse i fianchi della bocca per poi lasciarli, come un tocco durante un elegante ballo di gala in cui si scambiano gli accompagnatori.
Delizioso, pensò. Capì quel concetto senza che la stella dovesse dargli qualsivoglia spiegazione.
Si affrettò a finire il pasto e guardò l'albero con la speranza di ricevere un secondo dono. L'albero lo accontentò per mediazione della stella. Questa volta fu ancora meglio. Lo divorò in fretta e furia, sporcandosi tutta la faccia con il succo appiccicoso. Ne volle un altro, ma questa volta l'albero non lo ascoltò e la stella lo ammonì di non essere ingordo.
La gola, aveva detto, era peccato, per poi spiegargli cosa fossero la gola e il peccato. Comprese il primo, ma non il secondo. Il secondo era troppo difficile da capire.
Un muso allungato comparve alle spalle del tronco muschiato. Poi, dietro, altri due più piccoli. Guardò estasiato quelli che la stella definì animali e, in particolare, cerbiatti. Avevano due occhi, due orecchie, un naso e una bocca proprio come lui. Avevano quattro arti, proprio come lui. Li trovò strani, proprio come lui. Ma erano diversi. Lo guardarono con gli occhietti scintillanti e, quando provò ad avvicinarsi, fecero lo stesso annusando l'aria. Quello che sembrava il genitore si lasciò accarezzare il muso per un istante. Poi scapparono impauriti. Ci rimase male e una lacrima gli solcò il viso.
La stella dovette spiegargli che avevano paura di lui e che non doveva piangere. Gli disse che era colpa degli uomini se le cose stavano così. Quello non riusciva a capirlo.
«Io non ho fatto nulla», disse con il broncio.
La stella trovò inutile spiegare. Invece, lo invitò a guardare il grande albero, la cui sommità era ricoperta di tante luci. L'uomo pensò che fossero le sfere di energia color latte che permeavano tutto quanto, ma dovette ricredersi. Erano lucine giallognole, più calde, più amorevoli, più naturali.
«Lucciole, dici?»
Le lucciole lo avvolsero e, ad una ad una, lo baciarono sul naso, risalirono in un vortice e scomparvero. Rimase con i capelli rigettati all'indietro ad osservare il cielo nero, chiedendosi dove fossero andate, chiedendosi per quale motivo tutto se ne andava e rimaneva solo lui. La stella lo bacchettò di non essere arrogante e poi, dolcemente, lo spinse ad abbassare lo sguardo.
Un tremitio, il soffiare del vento scosse le chiome. I rami si mossero e seguirono la brezza. Tra le foglie che cominciavano a svolazzare fecero la loro comparsa delle piccole sfere verdi, dure e leggermente umide se schiacciate. Il vento smise di spirare. Un nuovo tremitio, questa volta più forte. E i boccioli, così definiti dalla stella, si aprirono come un corpo raggomitolato quando si alza.
Il mondo si tinse di diverse gradazioni di oscurità biancastra, poi la brezza e il silenzio. Una miriade di fiori profumati lo accolsero sorridenti. Si tappò il naso, che cominciava ad essere pungolato da quell'aroma piccato. Piccato, certo, ma meraviglioso. I fiori, che crebbero dal nulla cingendogli le caviglie e lo stinco, si infilarono con i loro steli tra le dita, solleticandolo.
Pensò che fossero meglio quando colorati, ma non era sicuro di sapere cosa fossero i colori. La stella si rifiutò di rispondere. A quanto pare, i colori erano una cosa che non meritava.
Un movimento. Come nel lago, anche questa volta le sfere bianche si condensarono come attirate da un magnete. Quella fu l'immagine che gli venne in mente, anche se non sapeva cosa fosse un magnete. La stella non glielo spiegò. Si allargarono e distesero sul piano invisibile, con l'albero a fare da sfondo. Lesse ad alta voce.
«Natura è vita.»
Poi, con molta calma, la stella spiegò all'uomo cosa fosse la natura, cosa fosse la vita, e come le due cose fossero relazionate. Alla fine della spiegazione l'uomo si prese la testa tra le mani e tirò su con il naso. Aveva capito tutto, meno che una cosa.
«Ma io non voglio distruggerla, non avrebbe senso», disse.
La stella rispose che non ne fosse così sicura e che le cose non fossero così semplici.
Sbatté le palpebre.
Il mio angolo.
Compagni d'avventura, eccoci giunti alla terza parte. Spero che la storia vi stia piacendo, nonostante abbia un peso e una forma rispetto alla mia prima storia breve.
Esatto, è un modo per dirvi di leggere anche la mia prima storia. Forza, che aspettate? Millantate di essere tanto amanti della lettura e poi siete così pigri? Non vi capisco, ragazzi, davvero.
Comunque sia, rimodellare questa storia mi sta piacendo molto e, lentamente, ci stiamo avvicinando ad alcuni temi leggermente più pesanti.
Mi viene da chiedervi, cosa fareste se vi dicessero che siete l'ultimo baluardo del genere umano? Io probabilmente sorriderei sarcasticamente. Io? L'ultimo essere umano? Stiamo a posto.
Almeno qualcosa di alcolico c'è?
STAI LEGGENDO
La bellezza del peccato
NouvellesAntropo non desidera altro che far vivere i propri figli prediletti, gli uomini condannati all'estinzione. Non vuole altro, perché nonostante vivano nel peccato li ama. In fondo, è loro padre. Un giorno, Antropo viene convocato dalla Madre, la divi...
