Città - Senso di colpa

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Riaprì gli occhi.

Lofece molto lentamente a causa della brutta sensazione che tastò sotto i piedi.Era duro, freddo, ruvido. Non era bello, no di certo. Fu assalito da un alonedi tristezza quieta, da una malinconia con il sorriso falso di chi non hanessun motivo per sorridere. 

Dietro questo velo si stagliava una lunga stradacementata. Avanzava in avanti e alle sue spalle, perdendosi a vista d'occhio. Spariva nell'orizzonte scuro senza lasciare traccia o un minimo indizio di una sua fine. Spariva e ritornava. Con forza, con veemenza, sicura di sé. 

Quasi arrogante, pensò. 

Usò quel termine perché la stella gli aveva detto cosa significasse. Lui non lo era, l'aveva capito e se ne vantava. Ma quel fiume di cemento era arrogante, troppo sicuro di sé. 

Ailati della distesa nera si alzavano dei fili che non si confondevano con ilcielo solo grazie alle sfere di luce, che ne marcavano, con delicatezza, lelinee. Curvavano, in alto, e concludevano la loro corsa con un rettangolino piùchiaro. La stella li definì lampioni e gli disse che là dentro, in quellasquadratura, un tempo c'era la luce degli uomini. Guardò la luna e si immaginòcome posse essere possibile replicarla. Lo trovò incredibile. E spaventoso. 

Deitronchi giganti, altissimi e completamente immobili, si alzavano da dietro icosiddetti lampioni e raggiungevano il cielo, perdendosi nella sua immensità.La cima era invisibile, nemmeno le sfere di luce riuscivano a rischiararla.Sembravano voler toccare la luna e strapparla dal suo trono, sembravanograttare il cielo. Le sfere di luce, fin dove arrivavano, trovavano nuoveamiche in quello che poi venne definito vetro, il materiale delle finestre. Lampidi latte coprirono le pareti dei tronchi scuri. 

La stella gli spiegò che quellafosse una città, un'invenzione dell'uomo per vivere in comunità. Inutilesottolineare che si dovette far spiegare anche il concetto di comunità. E lotrovò affascinante, volle provarla. La stello lo ammonì di non dimenticare lecose realmente importanti. Lui annuì. Sfiorò con la mano i grattacieli spenti eli trovò noiosi, anche se, a modo loro, interessanti. Emanavano, come l'afa sulla strada, un forte e malinconico senso d'essere. Si inquietò a sua volta. Osservò le palline di energia bianca sfiorargli la mano e ricomporsi al suo fianco. Anche questa volta lesse ad alta voce.

«La città distrugge la natura.»

Un tremore, poi una scossa. Si ritrovò con le mani sul freddo, freddissimo cemento. Una miriade di increspature si aprirono sul fondale duro. Si allargarono, tremarono, aprirono varchi nuovi, mai visti. Chiuse gli occhi, terrorizzato, e si coprì la testa con le braccia. La stella sibilò di guardare.

Obbedì.

Un albero rigoglioso e ricoperto di frutti lo guardava. Si avvicinò, fermandosi dopo qualche passo per un bagliore sfolgorante che tagliò il cielo. Quel qualcosa lo raggiunse, roteandogli intorno e allontanandosi. Si muoveva come un filo dotato di pensiero. Raggiunse il tronco, gli passò attraverso, tornò in basso. L'albero, dopo qualche secondo, cominciò a scivolare su sé stesso nel punto in cui era stato reciso. Cadde con un fragore tale da fargli tappare le orecchie e, così com'era apparso, si dissolse. Le diverse parti del ceppo tintinnarono e vennero trascinate da qualcosa di incomprensibile. Tastarono il terreno di ghisa e si impilarono una sopra l'altra. 

Rimase ad osservare a bocca aperta. Un edificio dal tetto triangolare cominciò a osservarlo come in precedenza aveva fatto l'albero

La sua vita è stata usata per quello, pensò con una tanto sconosciuta quanto orribile sensazione al petto. La stella gli diede ragione, stupendosi della sua perspicacia. Ma da lì in poi, aggiunse tra sé e sé, sarebbe stato sempre meglio. Lo invitò ad entrare.

Obbedì.

Un tanfo pressante lo costrinse a voltarsi e a tapparsi il naso. In una gabbia di piccole dimensioni due occhietti neri e umidi lo spogliarono dei vestiti che non aveva. Riconobbe il cerbiatto e lo indicò alla stella.

«Vita»,disse. 

Si avvicinò a passo pesante, ascoltando per la prima volta da quandoaveva aperto gli occhi il rimbombo del suo avanzare. La stella non risparmiòuna spiegazione accettabile. Tuttavia, il concetto di eco lo sfiorò soltanto.Aveva in mente solamente quelle due piccole perle di buio. Alle sue spallebalenò la luce precedente e il filo fece il suo ingresso trionfale, loscavalcò, rumoreggiò tagliando l'aria, sovrastò il cerbiatto. L'uomo pensò chedovesse essere la madre che aveva accarezzato nella foresta. 

Allungò ilbraccio, il filo balzò in picchiata, la testa del cerbiatto cadderumorosamente, seguita dalle gambe esili e dal corpo impellicciato. Uno schizzo nero. Poi una pozza dello stesso colore si confuse con il pavimento. L'uomo fece un passo indietro e osservò il corpo immobile. Il filo compose un sorriso arcigno e gli passò di fianco all'orecchio. 

Sembrò dirgli che il destino dell'animale fosse quello di essere cibo per quelli come lui. Sembrò anche scoppiare a ridere. 

L'uomo, dopo qualche secondo di silenzio, chiese alla stella se fosse vero quello che il filo aveva detto. La stella annuì. L'uomo lasciò che la sensazione al petto lo mangiasse da dentro, non capendo cosa fosse.

«Lui è me, siamo uguali», disse indicando il cadavere dell'animale. 

Non capiva perché la testa si fosse staccata e perché non si muovesse. La stella asserì usando il passato. Il petto gli dolse, si inginocchiò, cominciò a piangere. Non capiva cosa stesse succedendo. Sentiva di essere schiacciato da qualcosa di pesante, molto pesante, con le mani bloccate, il petto sul punto di spezzarsi, la mente in procinto di piegarsi. Era orribile, non voleva. L'energia pura richiamò a sé tutti gli elementi sparsi, unendoli. Una volta ripresosi si asciugò le lacrime silenziose con la mano. E lesse.

«Senso di colpa.»

Guardò in alto, con gli occhi carichi di acqua salata e senso di colpa. Chiese alla stella cosa fosse il senso di colpa. La stella non riuscì a spiegarglielo, ma gli disse che per non provare più quella sensazione c'erano due strade: diventare il filo fino a farselo piacere o fuggire. 

L'uomo non voleva seguire nessuna delle due strade, ma non disse nulla. 

Annuì e ringraziò la stella per la spiegazione. Si alzò e uscì dall'edificio buio, ai suoi piedi una placca di metallo rettangolare portava un'incisione.

«Macello.»

L'uomo pensò che gli uomini fossero orribili. Il senso di colpa lo stava uccidendo, ma non capiva né il motivo, né cosa volesse dire uccidere. La stella gli disse che lo avrebbe compreso più avanti. Si assicurò anche che provasse quella sensazione abbastanza a lungo da non dimenticarsela e gli ricordò che solo nella luna e nelle divinità poteva trovare conforto. L'uomo annuì. La stella lo convinse a muoversi lungo la strada.

Obbedì.

Camminò per qualche minuto, assorbendo con attenzione la percezione dell'asfalto sotto i piedi. La stella, finalmente, gli spiegò cosa fosse il tatto. Lo trovò un nome buffo e per nulla appropriato. 

Ma cosa poteva saperne lui, che non sapeva niente? Doveva solo ringraziare la stella. E le divinità, ovviamente. 

Perso nei suoi pensieri, non vide che alle sue spalle il macello era crollato. Dalla strada si liberarono delle saette che, da lontano, non erano altro che corpi oblunghi. Le radici, braccia della natura, sommersero la città e ripresero gli spazi che le spettavano di diritto. L'uomo non vide nulla di tutto ciò. Lui stava solo pensando di dover ringraziare le divinità. E di seguire la stella, ovviamente.

Sbatté le palpebre.

Il mio angolo 

Ciao ragazzi/e/nonvogliodirlo, sono tornato a riprendere il mio ritmo dopo aver avuto un sacco di problemi con Wattpad. Anche a voi è successo che copiando la storia da Word vi vengano saltate delle parti? 

Me ne sono accorto tardi ma dovrei aver messo a posto tutto. 

Dannato Wattpad, non avrai mai la mia verginità! 

No, aspetta, ho sbagliato. 

MM

La bellezza del peccatoLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora