Passò un giorno, forse una settimana, forse un mese. In realtà passo un anno. La stella aveva scandito il tempo contando i secondi e, al termine della scadenza – fissata a trentun milioni e cinquecento trentasei mila secondi – si era spenta.
Ora camminava lungo il corridoio marmoreo avvolta dalla sua tunica color cinabro, gli sguardi di tutti i presenti non lo mollarono un istante. Lo guardavano nella speranza di sapere come fosse andata a finire, ma il suo viso non tradì nulla. Raggiunse la volta e chinò il capo di fronte all'eptagramma che si stava spezzando. La cupola trasparente lo accolse con il suo solito spettacolo meraviglioso. Era in vita da duecentomila anni ma ogni volta che la vedeva era come la prima. Si inginocchiò sbattendo un pugno per terra e portando l'altro sul cuore, gli occhi fissi sul pavimento a qualche centimetro di distanza dai piedi. La donna seduta sul trono rialzato fece un cenno scocciato con la mano e lo invitò a drizzarsi.
«Hai fallito anche questa volta Antropo e, come al solito, avevo ragione io. Ma ti concederò di esprimere la tua opinione, se ci tieni tanto. Ho osservato, ma vorrei un resoconto completo dell'ultimo anno. Come sai, ho smesso di osservare dopo un po'», sibilò.
L'antica stella in tunica vermiglia osservò quella che sulla terra si era trasfigurata nella luna. Indossava una veste talmente bianca da essere fastidiosa agli occhi ma che rappresentava fedelmente la sua purezza intrinseca.
«La ringrazio, Madre. Mi permetta di iniziare con un ringraziamento per la possibilità che mi ha concesso. Da quando lei, Madre onnipotente di tutte le cose esistenti, ha deciso di eliminare gli uomini, ho cercato in tutti i modi di farla desistere, non lo nego. Lei li considerava – e li considera – troppo superbi e peccatori. Iracondi e accidiosi. Golosi e lussuriosi. Invidiosi e avari. Cercai di farla desistere con tutte le mie forze. Perché - come ben sa - io sono Antropo, creatore degli uomini. Può chiedere a chiunque, in questa stanza, in questo luogo, se non mi capiscono. Ognuno, qui, ha creato una specie. Se lei decidesse di eliminare una di quelle specie, sa benissimo che si ritroverebbe una dura opposizione. Così è stato per me. Gli uomini sono miei figli. Lo erano. Ho cercato in tutti i modi di farla desistere. E lei mi ha concesso di dimostrarlo attraverso una prova. Era l'occasione perfetta per dimostrarle il lato buono degli uomini, le loro qualità. Mi ha concesso tre possibilità, ho fallito altrettante volte. Me ne vergogno.»
«Te ne vergogni?» chiese la divinità suprema.
«Sì, ma badi. Non provo vergogna per il mio fallimento, bensì per la fiducia smodata che ho riposto nei miei figli. E per la poca fiducia riposta nei suoi, Madre.»
«Non te ne curare», lo interruppe e cominciò a giocare con il ricciolo dorato che le cadeva sulla guancia. «Prosegui pure.»
«Sì», alzò lo sguardo. «Tutti e tre hanno fallito, come detto. L'ultimo dei prescelti, in particolare, è stato quello che più si è avvicinato al risultato sperato. Si è dimostrato intuitivo, sveglio, obbediente. Tutti e tre, comunque, sono caduti di fronte al desiderio, alla tentazione. Tutti e tre hanno peccato dimenticandosi della gratitudine. Nonostante l'ultimo fosse il migliore, alla fine conta il risultato. Ha fallito, me ne rammarico. Dopo che ha acceso i fuochi, dopo che ha scoperto i piaceri della carne, dopo che ci ha dimenticati, ha continuato a vivere sulla terra come un uomo qualsiasi: uccidendo e razziando. E vivendo secondo desiderio. Per un anno, termine stabilito da Lei come data ultima. In trentun milioni e cinquecento trentasei mila secondi non c'è stata una sola volta in cui abbia ricordato e ringraziato. Ha fallito e ora è diventato pietra, come gli altri due. E la donna usata come prova finale si è sciolta al vento. Ha fallito. Anche quest'uomo, l'ultimo degli uomini, ha fallito.»
«Comprendo il tuo rammarico», fece la Madre. «Posso chiederti una cosa?»
«Non ne sono degno.»
«Cos'hai capito?»
La domanda, anche se scontata, lo spiazzò.
«Gli uomini meritano l'estinzione.»
Lo disse con una smorfia di dolore.
«Sono sollevata che tu te ne sia reso conto», rispose lei, ululando. Si alzò in piedi.
Come pattuito, Antropo verrà esiliato.
Nonostante abbia resistito con ardore,
si è dimostrato padre del peccato.
Pertanto, egli stesso è peccatore.
Detto ciò, gli occhi della donna smisero di brillare e si accomodò sul trono perlato. Antropo lasciò che le parole riecheggiassero ancora un po' nel suo cuore. Era una stranissima sensazione, troppo complessa da definire. Sorrise pensando di essere come gli uomini che aveva creato, guidato e poi giudicato. La sentenza emessa dalla Madre continuò a vibrare. Aveva questo incredibile potere di parlare direttamente con la parte più recondita dell'anima. Se lo avesse posseduto pure lui, forse, avrebbe potuto fare qualcosa in più.
Forse.
Guardò la bellissima donna che ora stava in silenzio, annoiata e speranzosa che se ne andasse in fretta. L'essere alla sua sinistra, vestito di un abito lapislazzuli, le lunghe dita sottili, la testa ovale, vide una forma identica a sé seduta sul trono. Quello alla sua destra, i tentacoli a sorreggere il farsetto beige, la testa molle e senza forma, vide una forma identica a sé seduta sul trono. E così via. Ognuno di loro era creatore di una razza, di una specie che poi era stata sparsa in giro per l'universo. E la Madre di tutte le cose esistenti – e non – assumeva ai loro occhi la forma che una madre dovrebbe avere.
Antropo sorrise nel constatare che la propria fosse una donna bellissima e regale. Pensò che gli uomini fossero la specie più bella di tutte, ma era consapevole che fosse relativo. Si alzò in piedi, si inchino e si rammaricò del fatto che gli uomini fossero la prima specie a subire il giudizio divino. In futuro si sarebbe reso conto che nessuna specie avrebbe avuto lo stesso destino dei suoi figli e che, forse, gli uomini fossero davvero un errore. Ma continuò a volergli bene.
In fondo era loro padre.
Diede le spalle al trono e camminò lungo la cupola, non staccando lo sguardo neppure per un istante. I suoi protetti avevano peccato e, pertanto, anche lui sarebbe stato scacciato. Non avrebbe mai più visto quello spettacolo mozzafiato. Si fermò di fronte all'eptagramma e diede una rapida occhiata alla divinità sul trono.
Pensò che fosse davvero bella e di volerla avere tutta per sé.
Non avrebbe desiderato altro.
Sorrise divertito per il pensiero peccaminoso e constatò che gli uomini fossero davvero suoi figli. Alla fine, non aveva fatto altro che crearli a sua immagine e somiglianza. Guardò un'ultima volta la donna dagli occhi chiari e dai riccioli dorati mentre la porta andava a riformare l'eptagramma scucito.
Era davvero bella.
La desiderava.
Sorrise nuovamente.
«È proprio vero che bellezza e peccato vanno a braccetto.»
La porta si chiuse e una lacrima alizarina rigò la guancia dell'uomo ormai tramutato in pietra. Una scritta gli era apparsa in fronte.
17, 5 – 10
Il mio angolo
E siamo così giunti alla fine di questo breve - più o meno - viaggio.
Non mi ha calcolato nessuno come mi aspettavo, complice anche la mia mancata voglia che maschererò con una frase ad effetto: questo racconto è per pochi eletti.
Settimana prossima, probabilmente, comincerò a caricare un romanzo che ho concluso qualche mese fa di stampo completamente diverso. E li sì che conquisterò tutti, dannazione!
Queste lacrime escono senza un motivo.
Ringrazio chiunque sia arrivato fin qui, so che qualche tempo fa avevo promesso una birra ma... non lavoro da settembre. Non è che potete offrirmela voi?
MM
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La bellezza del peccato
Short StoryAntropo non desidera altro che far vivere i propri figli prediletti, gli uomini condannati all'estinzione. Non vuole altro, perché nonostante vivano nel peccato li ama. In fondo, è loro padre. Un giorno, Antropo viene convocato dalla Madre, la divi...
