Hai paura?

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Quella è una delle rare notti in cui Simone riesce a dormire senza essere svegliato dalla nausea o dal perenne mal di testa. Non sa se sia per qualche sorta di miracolo o merito del proprio corpo che ha deciso di dargli una tregua, ma non si pone troppe domande - meglio non farlo.

Trascina i piedi sulle mattonelle, incredibilmente non gelide. Sbircia, con ancora aria assonnata, lo schermo del cellulare che ha in mano. Sono le 11:42 del mattino e ha il telefono pieno di messaggi WhatsApp da parte di chiunque, in pratica.

Ha avuto ragione a sostenere che, se lo avesse saputo Matteo, lo avrebbero saputo tutti e, di fatto, è stato così: ora quasi quotidianamente è pieno di quei messaggi di conforto che trova pressoché inutili, che lo incitano a farsi forza, che lo abbracciano da lontano, che gli dicono che è giovane, deve combattere.

Ah, lui li trova piuttosto fastidiosi e pregni di luoghi comuni.

Non se ne fa un bel niente.

Che poi lo sa che è un loro modo per stargli vicino e dimostrare affetto, è solo che...

Non sa spiegarlo, lo infastidisce, quindi alla fine non risponde mai a nessuno.

Giunge in cucina, dove crede di trovare Manuel - di solito è così - ma il ragazzo lì non c'è. Piuttosto, nei pressi dei fornelli, con un mestolo di legno in mano, mentre rigira qualcosa che bolle in una pentola d'acciaio, scorge una chioma voluminosa di capelli bianco latte.

«Nonna?» borbotta Simone, aggrottando le sopracciglia.

Virginia sussulta appena ad udire la sua voce. Si volta nella sua direzione, sorridendo docilmente. «Ma ben svegliato, dormiglione» esclama «Credevo fossi un mattiniero, eh».

Simone è piuttosto confuso dalla sua presenza, in particolar modo nella dépendance: la nonna non vive più nella villetta Balestra da almeno un anno, si è trasferita a casa dell'ormai ex professore di latino Lombardi e stanno parecchio bene insieme. Le sue visite, comunque, non sono mai cessate, sebbene un po' meno frequenti per tutte le uscite serali e i viaggi che i due fanno più che occasionalmente. Tuttavia, la sua figura per il ragazzo è sempre stata importante e un reale punto di riferimento.

Anche perché crede che Virginia, dalla diagnosi, sia stata l'unica a non cambiare una virgola nell'atteggiamento nei propri confronti. Di questo, Simone ne è grato.

Con lei si sente appena più leggero.

«Di solito sì» esclama, scrollando le spalle. Muove ancora qualche passo, per sedersi al tavolo, appoggiando la schiena al muro. «Vado anche a correre».

Virginia spalanca la bocca, fingendosi sorpresa. «Che brutta abitudine quella» commenta.

Simone ride. «Lo pensano in molti» replica e posa il telefono sulla superficie piana, con lo schermo rivolto verso l'alto.

La nonna abbandona il mestolo di legno in equilibrio sulla pentola dove bolle una zuppa di legumi e abbassa la fiamma del gas sotto di essa. Congiunge le mani in grembo e lentamente raggiunge il nipote, prendendo posto sull'altra sedia. «Beh, ovvio che lo pensano» dice, spalancando gli occhi «È faticoso, si suda un sacco. Piuttosto me ne sto a casa a leggere qualcosa».

Simone non puntualizza che non è proprio la stessa cosa, ma lo sa che è il suo modo distaccato di dirgli che non deve andarci a correre - Virginia è un po' così, esprime disaccordo specificando ciò che farebbe lei nella medesima eventualità.

Nel frattempo, lo schermo del cellulare di Simone continua ad illuminarsi all'arrivo di ogni nuova notifica e, puntualmente, il ragazzo blocca l'apparecchio tramite il tasto laterale.

È un particolare che la donna nota e allora «Non rispondi a tutti quei messaggi?» dice.

Simone scuote appena il capo. «Non mi va» borbotta. Virginia lo fissa per un attimo, non proferisce parola, ma è chiaro dal suo sguardo che stia chiedendo spiegazioni. E dunque «Non so che rispondere» spiega il ragazzo «Cioè, sono - tutte frasi fatte sul dover lottare e farcela, non...».

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