Finalmente era arrivato il grande giorno, il giorno del suo concerto: Lunedì 3 maggio 2010.
Avrò riempito pagine di libri con quella data, contavo giorno per giorno le ore, i minuti ed i secondi che mi separavano da lui. Quel cantante romano dalla voce particolare ed incantevole. Quel ragazzo dagli occhi color nutella e dai capelli spettinati, terribilmente carino, dall'aria un po' folle ma nello stesso tempo dolce e irresistibile: Marco Mengoni.
Erano solo le 7 ed ero già in ansia. Eppure l'avevo già incontrato alla fnac alcuni mesi prima ed avevo già scambiato qualche parola con lui, ma un suo concerto sarebbe stato qualcosa di diverso, di indescrivibile. Mi trovavo sotto le coperte a fissare il vuoto, l'i-pod che avevo ascoltato la sera prima per addormentarmi era arrotolato al collo ancora in modalità riproduzione casuale, e mostrava il titolo: "In un giorno qualunque". Sorrisi, sapevo già che quel giorno non era di certo un giorno qualunque, sapevo che sarebbe stato il giorno più bello della mia vita, il giorno in cui per la prima volta avrei potuto sentire dal vivo la voce di quel ragazzo speciale, ma sentirselo dire appena sveglia anche dal proprio lettore musicale è come un segnale, come se la fortuna ti stesse dicendo che quel giorno ti sarebbero capitate cose indimenticabili, come se ogni tuo desiderio si potesse realizzare. Dopo aver messo le cuffie alle orecchie, mi alzai dal letto e andai a prepararmi un caffè. Amavo girare per casa ascoltando la musica, mi dava carica, dava quella spinta in più per affrontare una giornata nel migliore dei modi. Soprattutto quel lunedì ne serviva parecchia.
I miei dormivano ancora, così, andai nella loro camera per svegliarli. Quella mattina sarebbe stato mio padre ad accompagnarmi all'Alcatraz, per questo, appena lo chiamai si buttò subito giù dal letto e in un attimo si vestì, mentre mia madre si alzò con molta calma. Intanto corsi in camera ad alzare le tapparelle sperando in un tempo fantastico, sole magari, o anche nuvoloso sarebbe andato bene. Pioggia?! Il mio umore non era dei migliori, proprio per niente. Mi ero promessa che niente e nessuno avrebbe potuto rovinare il giorno della mia prima data del tour e a quanto pareva la pioggia si era messa in mezzo.
Riabbassai le tapparelle e aprii l'armadio per capire cos'avrei potuto indossare per il concerto. Non volevo essere stravagante ma non volevo nemmeno passare inosservata. Un paio di jeans neri a sigaretta, una canotta bianca abbastanza scollata con sopra una camicia a maniche lunghe a scacchi e un paio di scarpe all star ai piedi sarebbero stati perfetti. Mi vestii molto velocemente e riuscii ad essere pronta per le 9.00. Il viaggio fino all'Alcatraz fu abbastanza snervante, accompagnato dal cd "Dove si vola" e dalla mia agitazione, un mix perfetto. Ad ogni semaforo rosso che incontravamo muovevo le dita sul sedile nervosamente e sbuffando, volevo essere tra le prime, volevo avere una vista perfetta. Ecco che finalmente, dopo un'oretta ero riuscita ad arrivare alla meta. Arrivati davanti all'Alcatraz, mio padre non mi risparmiò le solite raccomandazioni: stai attenta, non fare questo, non fare l'altro, chiama se hai bisogno... ah, e divertiti! Diciamo che mi era rimasta impressa solo l'ultima parte del discorso. Intanto mi allungai facendo movimenti di contorsionismo per vedere quanta gente era già in fila, dato che ci eravamo fermati molto più avanti del teatro: erano solo una decina. Salutai mio padre e feci il tragitto fino là di corsa, prendendo qualche goccia di pioggia in testa dato che scendeva fitta.
Le ragazze arrivate prima di me mi salutarono e dopo essersi presentate scrissero sulla mia mano il numero 16 che serviva, come in tutti i concerti, a mantenere ordine nelle file. Ora ero a posto, mi aspettavano ancora 9 ore sotto la pioggia, ma andava benissimo, il posto sotto il palco l'avrei sicuramente avuto.
Vicino all'entrata c'erano i manifesti del concerto che ritraevano Marco con la bocca a bacio e con quello sguardo folle, da pazzo. Marco è stato amore a prima vista, fin dal primo provino di x-factor. Ho sempre pensato che lui sarebbe stato uno dei finalisti, che avrebbe addirittura vinto il programma. Mi ero fatta rapire da quella voce particolare, dalla sua anima che ti riusciva a trasmettere tante, troppe emozioni in un minuto e mezzo di canzone e da quegli occhi fantastici, unici, splendenti, intensi. Per me Marco era una medicina, un cantante diverso dagli altri, era l'unico che mi aveva fatto quell'effetto. Di certo non era solo tutto ciò, era anche un bel ragazzo, non posso negarlo. Quel giorno l'avrei sentito cantare per la prima volta dal vivo, mentre molte altre fan avevano avuto l'occasione di ascoltarlo in studio ad x-factor, a radio italia o in alcune ospitate televisive. Ero infatti agitata anche per quello, non sapevo cosa avrei potuto fare appena fosse salito su quel palco, sarei potuta svenire dall'emozione, ne ero certa.
Dopo aver fatto conoscenza con alcune fan chiamai la mia migliore amica, anche lei fan di Marco, per sapere dov'era finita, visto che anche lei sarebbe venuta con me al concerto.
"Marti, ma dove sei?"
"Giuls! Sono in un bar dietro l'alcatraz, finisco di fare colazione e arrivo."
"Ma cosa stai al bar? Qua più passa il tempo più arrivano le ragazzine che escono da scuola!"
"Ma non puoi prendermi il posto tu?"
Senza rispondere corsi dalla ragazza con il pennarello nero in mano e le chiesi di prendere un posto per la mia amica.
"Fatto, sei la 25. Ma non penso conti molto. Questi numeri appena apriranno i cancelli, non serviranno più a nulla"
"ahahah! Infatti, lo penso anch'io"
"Senti, facciamo così: adesso che abbiamo sistemato tutto, ti raggiungo al bar e mi prendo un bel cornetto al cioccolato. Così ti faccio compagnia e mi dici come hai passato la notte pre-concerto!"
"Va bene, il bar è quello all'angolo, dietro la fermata della metro"
"Ok, arrivo!"
Agganciai il telefono e dissi alle fan con cui avevo fatto conoscenza poco prima che sarei andata via per un po' ma che sarei tornata subito e se gentilmente mi avrebbero tenuto il posto, dato che dei 'numerini' non mi fidavo poi così tanto.
Subito mi precipitai da Martina correndo e cercando di non bagnarmi mentre la pioggia scendeva sempre più fitta. Arrivai al punto d'incontro respirando affannosamente, piegata in due dalla fatica della corsa e mi fermai all'ingresso appoggiandomi al portone del bar.
"Tutto bene signorina?" mi voltai lentamente e vidi dietro di me un ragazzo sui vent'anni, moro, abbastanza basso, con degli occhiali da sole che gli coprivano quasi tutto il viso come per renderlo irriconoscibile.
"Si, tutto ok. Devo solo riprendermi dalla corsa che ho appena fatto".
Il ragazzo sorrise e aprì la porta per farmi entrare.
"E allora ci vuole qualcosa da bere, sennò come fai a riprenderti da 'sta faticaccia eh?"
Non stavo mica morendo, probabilmente non se ne era reso conto, però era così gentile e la cosa mi piaceva. Aveva un accento a dir poco del sud, romano, e teneva ancora su quei benedettissimi occhiali.
"Guarda che qui dentro non c'è il sole, puoi anche farne a meno"
Si mise a ridere e si guardò per un attimo intorno.
"Non sono mica per il sole questi"
Aveva un non so che di strano, un'aria familiare, come se quel ragazzo lo avessi già visto ma il ricordo era troppo poco chiaro, così rinunciai a pensarci troppo.
"Posso chiederti per quale motivo stavi correndo sotto 'sto diluvio? Stavi scappando da uno stalker o robe simili? Ahahah"
Lo guardai sconvolta per il modo con cui si era preso già un minimo di confidenza, poi dopo aver bevuto quel bicchiere di aranciata gli risposi.
"No, è che mi stava aspettando una mia amica, che tralaltro dovrebbe essere proprio qui, in questo bar, ho abbandonato il mio posto in fila e avevo paura di perderlo così ho preferito fare una corsa per poi tornare subito indietro"
Notai il suo sguardo perplesso, così mi spiegai meglio.
"La fila per il concerto di Marco... cioè, Mengoni. Marco Mengoni, conosci?"
Subito fu preso da un colpo di tosse e anche se non potevo vedere i suoi occhi, notai dal resto del suo viso che gli era cambiata l'espressione.
"Beh, lo conosco più di quanto tu possa immaginare! Ahahah che gaf! Sei una fan quindi?"
Aveva cambiato il tono di voce, era un misto tra l'essere spaventato e l'essere nervoso, mascherando il tutto con un po' di ironia.
"In che senso? Non ti seguo. Comunque si, sono sua fan dagli inizi... xfactor, sanremo e ora il tour"
Sorrise.
"E allora mi sa che non sei tanto ma tanto fan, lo ascolti e basta o lo segui in tv ogni tanto, è così?"
Si, effettivamente era così, ma quel ragazzo come faceva a sapere questa cosa?
"Si ecco, di lui so molto poco a livello di vita privata o della gente che lo circonda, mi limito a sentire la sua musica e a seguirlo ogni tanto in tv"
Il ragazzo cominciò ad alzarsi dal tavolino e mentre cercava qualcosa nelle tasche del giubbotto mi si avvicinò.
"Comunque piacere, Davide. E tu sei?"
"Giulia"
"Bene, giulia..." tirò fuori un cartellino dalla tasca e prese una penna.
"Giulia l'infradiciata... mmh mi piace!" poi prese un altro cartellino e mi chiese il nome della mia amica.
"Martina, ma perché questa cosa?"
Subito dopo che aveva finito di scrivere il nome, prese i due cartellini, senza mostrarmeli me li infilò nella giacca e mi salutò con un bacio sulla guancia.
"Ora devo scappare, questi tienili stretti, mi raccomando! ci vedremo prestissimo Giulia!"
