7 - Qualcuno sta giocando al piccolo chimico

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«Grazie ancora» dico all'uomo e lui mi sorride.
«Di nulla, è stato un piacere aiutarvi. – sposta lo sguardo su Elijah – Spero si riprenda presto il vostro amico» dice prima di scoccare il frustino sui cavalli e andarsene sul suo carro.
Mi limito ad annuire e sorridere flebilmente.
Dubito che si riprenderà, se l'uomo di prima ha detto la verità.
«E ora?» mi guarda Hektor disorientato, stringendo a sé il gemello con fare protettivo. Alzo lo sguardo al cielo e dalla posizione del sole constato che sia quasi l'una di pomeriggio, forse le due.
«Perlustriamo la zona per il momento, prendiamo familiarità con questo ambiente» propongo e Hektor annuisce.

Dopo svariato tempo troviamo una locanda.
Quando entriamo noto subito le pareti di mattoni marroncino chiaro, addobbate con molte foto raffiguranti persone di vario genere, dalla più stravagante alla più ordinaria. Chissà chi sono e perché hanno appeso le loro foto...
Mi avvicino al bancone, mentre Hektor fa sdraiare il fratello su una panca vicino all'entrata.
«Mi scusi, stiamo cercando qualcuno che possa guarire la ferita di quel ragazzo» dico alla locandiera, indicandogli la panca su cui sdraia inerme Elijah. Lei gli lancia un'occhiata prima di posare lo sguardo su di me.
«Ferito? Nel Limbo?» inarca un sopracciglio, guardandomi con sospetto. Annuisco e lei sospira.
«Non conosco nessuno che possa aiutarvi e non credo esista».
A quelle parole Hektor punta il suo sguardo su di lei e si avvicina al bancone, lasciando Elijah da solo.
«Com'è possibile che non ci sia un medico o qualcosa del genere?» digrigna i denti e io gli prendo la mano, cercando di fargli capire di calmarsi. Non è una buona idea fare una scenata.
«Giovanotto, non so se ti sei reso conto in che posto ci troviamo. Siamo già tutti morti. Non morirà per una ferita, lasciategli il tempo di guarire» risponde la donna guardandolo torvo.
«Non è una semplice ferita! È stato avvelenato!» sbraita e improvvisamente quella piccola manciata di persone nella locanda si ammutolisce, volgendo la loro completa attenzione a noi. Grandioso, quello di cui avevamo bisogno.
«Avvelenato?» balbetta la donna, guardando con occhi scioccati il corpo dormiente di Elijah.
«Hektor... – sibilo a denti stretti, stringendogli con forza la mano – Fa' silenzio o attirerai attenzione indesiderata». I suoi occhi, ardenti di rabbia, incontrano i miei. Abbassa lo sguardo e inspira una boccata d'aria, cercando di calmarsi.
«Il vostro amico è stato avvelenato?» si avvicina un uomo al bancone, guardando con curiosità Hektor.
«Sì...» sospiro. Ormai lo sanno, è inutile ritrattare.
«Com'è successo?» chiede incuriosito, volgendo il suo sguardo su di me.
Guardo il biondo accanto a me, a cui sto stringendo ancora la mano, e lui annuisce.
«Un demone ci ha attaccato...» sussurro e l'uomo mi guarda sorpreso.
«Non l'ha assorbito... ma avvelenato?» s'intromette la locandiera, puntando lo sguardo su Elijah, ancora incosciente sulla panca.
«In città dovrebbe esserci un esperto di veleni, posso farlo andare a chiamare...» aggiunge e Hektor la guarda con gli occhi che brillano di speranza.
«Davvero?» chiede euforico e lascia la mia mano, che finora non aveva mai lasciato. Era piacevolmente calda.
«Ho tante stanze vuote, vi lascio occuparne una per farlo visitare» dice con un sorriso la donna. Hektor va' a recuperare il fratello assopito e sia la locandiera che l'uomo li guardano impietositi. Stringo i pugni e mi faccio strada verso la prima camera vuota, dove poter far riposare Elijah. 

 

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