CAPITOLO 7

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SEVEN

Passo la mattinata chiusa in camera, fingendo di avere un gruppo di studi online, mentre al piano di sotto i rumori dei mobili che si spostano e i tonfi sordi mi confermano che Quentin è arrivato e che sta proseguendo con il trasloco

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Passo la mattinata chiusa in camera, fingendo di avere un gruppo di studi online, mentre al piano di sotto i rumori dei mobili che si spostano e i tonfi sordi mi confermano che Quentin è arrivato e che sta proseguendo con il trasloco.

Non ho mai considerato la mia stanza come un rifugio, ho sempre avuto una vita invidiabile fuori da queste mura, o così pensavo. Adesso invece mi viene difficile varcare i confini di queste quattro mura con leggerezza.

Butto un occhio alle citazioni motivazionali sulla parete, che adesso mi fanno venire voglia di dare fuoco all'intera stanza, così come i libri di psicologia che ho letto mille volte, ma che alla fine non sono stati per nulla d'aiuto quando il mio mondo è caduto a pezzi. 

Solo la scrivania mi rappresenta in questo momento: disordinata, piena di fogli sparsi, libri aperti che non sto davvero leggendo e una tazza di caffè ormai gelido.

Chiudo il laptop e lo getto sul letto, il copriletto a motivi geometrici è spiegazzato, come se non avessi ancora deciso se tornare a dormire o iniziare la giornata. Alcuni vestiti sono impilati sul comodino, altri sono ancora in valigia. E anche questo dice molto della mia situazione attuale. 

Dalla finestra ampia che illumina la stanza, vedo il pick-up parcheggiato accanto al vialetto d'ingresso, dove le piante crescono in forze. Anche questo scommetto è merito di Quentin. Papà non ha mai avuto il pollice verde. 

Mi sento in colpa mentre lo realizzo e mentre i rumori al piano di sotto proseguono senza sosta.

Dovrei essere io a dare una mano, a decidere cosa tenere e da cosa possiamo separarci, mentre sto lasciando a un perfetto estraneo il compito di stabilire l'importanza di quello che contiene questa casa.

Poi mi ricordo che Quentin è un perfetto estraneo per me, non per papà, e un po' mi sento sollevata, un po' mi sento doppiamente in colpa.

Oggi però non ho voglia di farmi del male, me ne sono fatta già abbastanza, e papà non merita di avermi qui con questa faccia, non quando l'ho già privato della mia presenza scappando in un altro Stato per studiare. E sappiamo entrambi che quella motivazione era vera solo in minima parte.

Così mi alzo dalla sedia, apro le finestre e do una sistemata veloce, prima di legarmi i capelli arruffati e prepararmi a indossare una maschera quanto più convincente possibile.

Quando arrivo al piano di sotto, Quentin sta trasportando una pila di piatti che avremo usato sì e no quattro volte in tutta la vita. Peseranno una tonnellata, ma lui si muove come se stesse spostando una piuma. Ovviamente non gli sto fissando le braccia e sempre ovviamente non sto apprezzando i muscoli della sua schiena. E nemmeno...

Si gira di scatto e mi becca a divorarlo con gli occhi, ma non fa battutine imbarazzanti né mi sorride sarcastico. Si limita a salutarmi con tono piatto e poi torna al lavoro.

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