CAPITOLO 8

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QUENTIN

Sembrava una buona idea quando Seven ha proposto questa uscita, oggi pomeriggio

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Sembrava una buona idea quando Seven ha proposto questa uscita, oggi pomeriggio.

Adesso, mentre me ne sto davanti allo specchio a dare un'ultima occhiata al mio aspetto, mi chiedo che cosa c***o mi abbia detto il cervello.

Mi rifiuto di pensare che sia ansia, quella che sento. Questo non è un primo appuntamento, è solo un incontro informale fra due persone che lavorano insieme e che vogliono staccare per un po' la spina.

Me lo ripeto anche mentre torno davanti allo scaffale di fianco alla TV per scegliere un'altra maglietta meno consumata, lo ricordo di nuovo a me stesso  quando mi liscio i jeans che sembrano diventati più stretti del solito, già che ci sono me lo dico una terza volta anche mentre do una pulita agli stivali logori.

Già, questo non è un appuntamento.

Seven è uscita da una storia difficile, che l'ha traumatizzata per bene, non è in cerca di una nuova relazione. Sono attratto da lei? Ovvio, solo un c0g**0n3 potrebbe non esserlo, ma da qui a pensare che questo sia un appuntamento... no, non c'è pericolo. Non sono a caccia di impegni, se non quelli che ho già preso per la vita, e ho sempre avuto grosse difficoltà a mettermi in gioco. Per questo ho accettato senza tante domande, non c'è nulla di serio in questa situazione. È solo un'uscita senza aspettative.

Se Seven non fosse la figlia di Ron, forse avrei avuto un piacere diverso a giocare un po' con lei, giusto per fare un po' inc4**4r3 il suo ex. Spero che il messaggio sia stato chiaro: non ho paura di nessuno. Non mi lascio impressionare con facilità e di certo non da un ragazzino ricco che vuole fare a gara a chi piscia più lungo. E non sto certo cercando di entrare in competizione con lui: Seven merita qualcosa in più di una gara ridicola a chi andrà a occupare il posto vuoto accanto a lei. Non ho neanche tempo di chiedermi se vorrei mettere le radici, figuriamoci provare a farlo. E poi... c'è sempre quell'altra questione.

LA questione.

Prendo un respiro profondo per non andare con la testa dove non c'è via d'uscita, al momento, e muovo i pochi passi che servono per arrivare alla porta di ingresso e prendere le chiavi del pick-up di Ron.

L'officina è chiusa, nessun ruggito a intervalli dei motori in funzione, l'odore pungente dell'olio e della gomma però penetra costante attraverso il pavimento in legno, fra le crepe che separano le assi e le mura grigie e spoglie. Ormai è una sensazione familiare, è quasi come se rendesse l'ambiente più vivo. Quello che io non so fare.

Mi trascino, aspetto, a volte spero. Poi torno a sopravvivere.

Decisamente non posso concedermi il lusso di una relazione.

Do un'ultima occhiata alla casa; so che si tratta di una soluzione temporanea, che è un buco e che non mi appartiene per davvero, ma è ideale per una vita che non richiede pretese. Proprio come la mia.

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