11.

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La mia stanza d'albergo sembrava improvvisamente troppo silenziosa, nonostante i rumori attutiti che arrivavano dalla città. Melbourne brillava nella notte, le sue luci vibranti che si riflettevano sulla finestra come un mosaico irregolare. Mi accarezzai il braccio, quasi cercando di calmare la tensione che sentivo sotto la pelle, una tensione che non sapevo spiegare.

Ero seduta sul bordo del letto, le mani che giocherellavano nervosamente con l'orlo della maglietta. La valigia era chiusa e pronta vicino alla porta, un'abitudine ormai radicata nella mia vita. Preparavo sempre tutto con precisione quasi maniacale: le cose piegate alla perfezione, gli scomparti divisi con ordine. Era il mio modo per trovare un po' di controllo in un'esistenza scandita dal caos dei viaggi e delle competizioni.

Ma stasera, quell'ordine non bastava.

Alzai lo sguardo verso il tavolino, dove il trofeo dell'Australian Open era ancora appoggiato. La coppa scintillava debolmente sotto la luce soffusa della lampada, un simbolo del sogno che avevo inseguito per anni. Quando avevo sollevato quel trofeo pochi giorni fa, con il pubblico in piedi ad applaudire, ero sopraffatta dall'euforia. Era stato un momento perfetto, il culmine di sacrifici, allenamenti infiniti e una determinazione che non mi aveva mai abbandonata, nemmeno nei momenti più bui.

Eppure, ora che la tensione della competizione si era dissolta, sentivo una strana malinconia. La vittoria non era soltanto mia; era anche di Giovanni, il mio allenatore e mentore, che aveva creduto in me fin dal primo giorno. E dei miei genitori, che avevano fatto sacrifici enormi per sostenermi quando ero solo una ragazzina con una racchetta e un sogno. Guardai il trofeo, e per un momento pensai a quanto sarebbe stato bello portarlo a casa, mostrarlo a loro, condividerlo davvero.

Ma c'era qualcos'altro che mi riempiva la mente.

Qualcuno.

Jannik.

Il suo nome mi attraversò la mente come un sussurro, portando con sé un vortice di emozioni. Non potevo credere a quanto velocemente fosse cambiato tutto. Una settimana fa non lo conoscevo nemmeno, se non come un nome scritto sul tabellone di una probabile futura leggenda del tennis. E ora... ora sembrava impossibile immaginare la mia vita senza di lui.

C'era qualcosa di straordinariamente semplice e complesso in Jannik. La sua presenza calma, il suo sorriso che illuminava tutto intorno a lui, e quella capacità di ascoltare veramente. Non era solo il ragazzo che aveva conquistato Melbourne con il suo tennis impeccabile; era anche quello che mi aveva fatto ridere, che mi aveva guardata come se fossi l'unica persona nella stanza.

Un'ondata di emozione mi travolse. Il pensiero di lasciare questo luogo, e soprattutto lui, mi faceva sentire come se stessi abbandonando una parte di me stessa.

Mi alzai dal letto e camminai lentamente verso la finestra. Aprii le tende quel tanto che bastava per vedere il panorama della città. I grattacieli illuminati sembravano sfiorare il cielo, un mix di bellezza urbana e caos che amavo di Melbourne. Era stata una settimana intensa, ma anche magica. Avevo trovato qualcosa qui, qualcosa che non volevo perdere.

La stanza era avvolta nel silenzio, tranne per il suono distante della città che penetrava dalla finestra. Mi infilai il pigiama, un comodo set di cotone a maniche lunghe, con i capelli raccolti in una coda disordinata.

Il letto sembrava invitante, ma una strana sensazione mi impediva di rilassarmi.

Non riuscivo a smettere di pensare a tutto ciò che era successo negli ultimi giorni.

Nel frattempo, da qualche parte, c'era una presenza che continuava a riecheggiare nei miei pensieri.

Il mio telefono vibrò sul comodino, interrompendo il mio flusso di pensieri. Era lui. Un messaggio breve, ma che mi fece sorridere: «Non riesco a dormire... è strano, vero?»

GAME, SET, LOVE//Jannik SinnerLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora