15| CICATRICI E IMPERFEZIONI

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• Pugni stretti, cicatrici e
diamo voce a quei pensieri.

FLAME POV:
🔥

I minuti erano passati velocemente, fino a diventare ore, poi giorni e in fine settimane.

In un mese possono succedere molte cose,
ho scoperto che il lavoro di mio padre non è retribuito poi così bene, che mia madre non è stata richiamata dopo il colloquio in quella libreria.

Sono venuta a conoscenza anche che hanno fatto altre feste, ma io non ci sono più andata.

Non ho sentito Layla in questi giorni, solo Rosy, ogni tanto, si ostina a mandare qualche foto o immagine divertente.

È da un mese che frequento le lezioni assiduamente, che ho ripreso i soliti ritmi con più determinazione.

Il dolore l'ho accantonato da qualche parte, in nuovi cassetti che mi ostino a chiudere con chiavi diverse.

Mantenere il tempo impegnato è l'unico modo che conosco per sostituire i pensieri negativi con altro, di meno nocivo.

È passato un mese dall'ultima volta che ho visto Aaron, non l'ho più incontrato nemmeno nei corridoi.

Non ho riconosciuto nessun rombo di motore in orari improponibili.

Nonostante ogni notte prima di andare a dormire sbircio in direzione della sua camera, lui non c'è.

Forse dovrei mandargli un messaggio, solo per accertarmi che sia ancora vivo, ma sono certa che non mi risponderebbe.

Forse per una volta potrei mettere da una parte le mie insicurezze e provare a scrivergli.

«Ti va se usciamo oggi?», mia madre entra nella stanza con un libro in una mano e una tisana fumante nell'altra.

«Cosa vorresti fare?» non distoglie lo sguardo da quelle righe, mentre sorseggia la bevanda come se fosse un cocktail prelibato.

Che tipa strana.

«Andiamo a fare una passeggiata?», propongo, il tempo non è dei migliori, ma questa improvvisa voglia di uscire sbalordisce anche me.

Solleva la testa di scatto, il sorriso che affiora nel suo viso mi lascia intendere che l'idea non le dispiace poi così tanto.

«Certo! Vuoi chiamare le tue nuove amiche?» chiude il libro, incamminandosi verso la scalinata che conduce al piano superiore.

«No, mamma. Mi basti tu» ed è la verità.

Noto come cambiano i suoi movimenti, diventando incerti e meccanici.

È quasi in imbarazzo, oppure è la tristezza nel sapere che il dolore che sente dentro è così simile al mio, che nonostante tutti gli sforzi non potrà fare poi molto per alleggerirlo.

Deve essere difficile per lei, avere la consapevolezza di non potermi aiutare pienamente.

«Va bene, allora...», annuisco sorridendole.

Si precipita al piano superiore, mentre infilo le scarpe e mi sistemo la giacca.

Guardo il mio riflesso allo specchio, i capelli sono più arruffati del solito, ci passo una mano in mezzo con l'intento di renderli più presentabili.

Poco dopo mi arrendo, l'umidità non farà che peggiorare la situazione.

«Eccomi!» per poco non mi investe con la sua energia, in tutti i sensi possibili.

Ammiro la sua forza, la carica e la grinta con cui elettrizza una stanza.

Prima di uscire afferro un ombrello, per sicurezza, controllo l'orario prima di lasciare il cellulare sul mobile d'ingresso.

𝙿𝙾𝙲𝙾 𝙿𝚁𝙸𝙼𝙰 𝙳𝙴𝙻𝙻' 𝙰𝙻𝙱𝙰Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora