9| LA MIA NEBBIA

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• Quella gentilezza che disarma,
la malinconia nei ricordi e la consapevolezza
che sei marcito dentro.

AARON:
🏴‍☠️

Non so nemmeno io perché sono rimasto, probabilmente ce l'avevo con mio padre, oppure ero talmente ubriaco da non essere pienamente consapevole delle mie azioni.

La verità però era molto più insidiosa: mi annoiavo, come sempre.

Ho dimenticato la passione per le cose da molto tempo, quella smania per le novità, è superflua.

Dura sempre troppo poco.

È diventato tutto una routine monotona, quella ricerca costante di una soddisfazione ormai inesistente, dimenticata o rotta.

Ho perso la festa di Ace e mi sono completamente scordato di avvertirlo, penserà che io sia crepato, sarebbe anche la volta buona.

Tutto questo sentirmi morto, senza la possibilità di percepirne il sollievo reale mi innervosisce, mi consuma; un respiro alla volta, sempre più in profondità.

Non posso parlarne con nessuno, non per ricevere in cambio occhiate di disappunto o peggio ancora di pena.

Odio la drammaticità dietro quegli sguardi di menzogna, come se a qualcuno fregasse veramente di cosa tengo dentro.

Sono stanco, di tutto.

La testa pesa come una tonnellata, appoggiata al muro di questo ospedale, che conosco fin troppo bene.

Ogni crepa e insenatura, marchiati a fuoco nella mia mente, impastati con quei ricordi acidi.

Guardo la ragazza assorta nei suoi pensieri, la felpa di qualche taglia più grande che le arriva fino a metà coscia e i capelli vaporosi dovuti alla pioggia.

Il mio battito rallenta, mentre incrocio le braccia al petto e mi abbandono del tutto contro la parete.

Faccio un lungo respiro e butto fuori più aria del dovuto, mentre torno a chiudere le palpebre e i miei pensieri, poco alla volta, intagliano immagini sempre più affilate.

Ripenso alla mia infanzia, alla nostalgia mescolata alla vergogna e alla curiosità.

Sono sempre stato un bambino irrequieto, un terremoto in tutti i sensi.

Cento ne pensavo e mille ne facevo, una nuova cicatrice nel sopracciglio e una nuova sberla in piena faccia da mio padre.

Non capiva che il mio creare frastuono era un modo per richiamare l'attenzione, per toglierla da mio fratello che invece viveva sempre con i riflettori puntati contro.

Io ero stato invisibile agli occhi di mio padre, non importava quanto mi impegnassi per essere notato, ero inesistente; una mosca fastidiosa da scacciare.

Fare baccano non serviva, non aveva mai aiutato, finché con lui arrivai al silenzio tombale.

Contrariamente a quello che si poteva pensare a scuola ero bravo, con ottimi voti, anche se il comportamento non sempre compensava.

Ricordo che il me tredicenne non aveva una corporatura esile, c'era qualche filo di grasso di troppo che contornava l'addome e la muscolatura non era ancora definita come invece si vedeva già delinearsi su Ace.

È sempre stato il mio migliore amico, abbiamo la stessa età e sempre avuto la medesima testa, anche se lui non se la cavava bene come me a scuola, era molto più bravo con le ragazze, sempre stato.

𝙿𝙾𝙲𝙾 𝙿𝚁𝙸𝙼𝙰 𝙳𝙴𝙻𝙻' 𝙰𝙻𝙱𝙰Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora