Eighteenth

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Il tempo passa

senza che io

possa farci niente.

Anche se non voglio che l'orologio

ticchetti,

le lancette continuano

a muoversi.

Vanno avanti inesorabili,

inarrestabili

e a tutti sembra andar bene così.

Per questo non ho detto nulla

quando mamma è tornata a casa

di venerdì pomeriggio,

con una nuova sveglia

impacchettata nella sua borsa.

L'ho osservata

in silenzio

seduto sul mio letto

mentre mi sorrideva

con gli occhi che le piangevano,

per tutto il tempo

che ha impiegato a posizionarla

sul mio comodino

e farla funzionare.

Non l'ho ringraziata

nonostante il mio cervello

mi stesse spingendo le parole

fuori dalle labbra.

Attese qualche istante

in piedi

accanto al materasso,

perché dalla mia espressione

sofferente

sembrava volessi dirle qualcosa.

Poi rinunciò

con un sospiro scoraggiato,

che mi fece male

al petto.

Uscì

e si chiuse la porta

alle spalle,

mentre io guardavo

il comodino alla mia sinistra,

dove la sveglia

segnava l'ora in grandi numeri rossi.

Il colore mi faceva già male agli occhi

però non dissi niente,

perché in camera non c'era più nessuno,

perché continuai comunque a guardare

i numeri rossi

cambiare sotto i miei occhi.

Aspettai giovedì,

quasi una settimana,

per buttarla a terra.

Guardare i numeri scorrere veloci

mi faceva male

al petto.

Perché io mi sentivo immobile

e il tempo non lo era.

Perché io aspettavo

e il tempo non si fermava.

Perché io sto ancora aspettando

e nonostante non veda più

quei numeri rossi cambiare

alla velocità della luce,

ormai so che il tempo

non si fermerà mai.

Nemmeno se piangessi,

nemmeno se supplicassi,

nemmeno se morissi.

-Sempre tuo, Michael.

Always Yours, Michael // 5sos (3)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora