Twenty-first

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Attesi l'inizio della settimana

per uscire di nuovo di casa.

Di domenica aveva piovuto

e le strade erano ancora bagnate,

disseminate di piccole pozzanghere qua e là.

Non mi curai di sistemare la mia stanza

prima di uscire.

Sapevo che mamma avrebbe messo a posto la sveglia

e raccolto il CD da terra.

Ho preferito andarmene

 e non esserci mentre leggeva i brani

scritti sul retro,

per l'ennesima volta.

Avrei dovuto arrabbiarmi,

per quel suo costante ficcanasare

nelle mie cose,

nelle tue cose,

ma non glielo rimprovero.

Deve essere difficile

guardare il tuo stesso figlio

cadere a pezzi un po' alla volta

proprio davanti ai tuoi occhi,

senza che tu possa farci niente.

Nessuno può farci niente,

se non te,

ma tu non ci sei.

Non sei mai tornato.

Ho camminato a lungo,

accostandomi alle palazzine alte,

superando la nostra vecchia scuola

senza guardarmi indietro,

preferendo i marciapiedi deserti

per evitare di incrociare qualche conoscenza.

Qualcuno che non sa

di come mi hai ridotto.

Qualcuno che potrebbe impressionarsi

alla vista del vuoto che conservo nei miei occhi.

Qualche ora dopo

sono finito davanti l'appartamento di Calum.

Era tutto uguale a come lo ricordavo:

la porta d'ingresso sempre aperta,

il cartello appeso alle porte dell'ascensore,

le lettere della parola ROTTO

scarabocchiate con un pennarello nero dal proprietario.

Era tutto identico alla prima volta

che ci misi piede,

accompagnato dall'espressione burbera di Calum

e lo sguardo perso di Jodie.

La sola differenza

era che io non ci abitavo più.

E da come diceva mamma,

ormai neanche Calum.

Rimasi in piedi davanti il cancelletto d'ingresso

per qualche minuto

a studiare la palazzina

in cerca della finestra del nostro vecchio soggiorno.

Non impiegai troppo a trovarla,

al quarto piano

sulla sinistra,

accanto al muretto crepato di un balconcino.

Ricordai Jodie

con le mani immerse nello scatolone

le guance umide di lacrime

gli occhi verdi spalancati.

Mi chiesi come stesse.

Chissà se era cambiata.

Chissà se il nostro continuo abbandonarla

l'aveva cambiata una volta per tutte.

Chissà se i suoi occhi verdi erano ancora verdi,

se la sua pelle era ancora rosea,

se la sua voce si era fatta roca,

le sue guance scavate,

le sue clavicole prorompenti,

le sue mani ossute,

le sue occhiaie violacee,

i suoi capelli opachi,

il suo sorriso spento.

Chissà se era ancora viva,

se respirare non le facesse male al petto,

se le gambe la reggessero ancora in piedi,

se le braccia tremassero,

se le sue dita riuscissero ad afferrare gli oggetti.

Chissà se il dolore l'avesse annientata.

Chissà se riuscisse ancora a parlare,

se le parole non le inciampassero sulla lingua,

se l'aria non le si bloccasse in bocca,

se le urla non le otturassero la gola.

Dovetti andare via,

perché ero certo che Jodie non ci fosse più

e pensarci era straziante.

Mi salirono le lacrime agli occhi.

Se anche fosse rimasta lì,

ad aprirmi la porta

sarebbe stato il fantasma di ciò che era stata

e il pensiero di posare i miei occhi

su una Jodie che non fosse viva

mi faceva salire la bile in gola.

Dopo un mese di assenza

e qualche minuto in più di vagabondaggio

mi trovai seduto

sulla nostra panchina.

Non mi preoccupai di controllare la sequenza,

i numeri sarebbero stati sempre gli stessi.

8 9 1 0 4

E li avrei letti fino a consumarmi gli occhi

e non sarebbe comunque cambiato nulla.

Non ricordo cosa simboleggiano,

non riesco a riportare alla mente

il giorno in cui li scavasti nel legno della panchina

o il motivo per cui lo facesti.

Sapevo solo che erano là

e che lo sarebbero stati per sempre.

-Sempre tuo, Michael



Note:

Il libro sta arrivando alla sua conclusione e non vedo l'ora di potervi introdurre ai restanti due libri!

Spero sia rimasto qualcuno a leggere e che il capitolo sia piaciuto.

Non dimenticatevi di commentare e votare, sembra scontato ma il feedback è fondamentale!

-Gil




Always Yours, Michael // 5sos (3)Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora