La mia vita ricominciò a prendere una giusta piega, a scuola me la cavavo, avevo degli amici e mi accontentavo dell'amicizia di Liz.
Se essa si poteva considerare tale. Alcune sere finivamo a parlare di cose non tanto caste ed entrambe ci confidavamo di non avere gli slip perfettamente asciutti con quei discorsi.
Altre volte lei aveva crisi di pianto e non mi diceva mai la sua motivazione. Mi faceva male sentirla così e non poter fare nulla di concreto per consolarla; come un abbraccio.
Insomma, comunque sia, non riuscivo a definire il nostro rapporto. Liz non era più la mia migliore amica di un tempo, ma neanche la mia ragazza. Passavo la maggior parte delle mie ore a chiedermi cosa fossimo diventate, non arrivando mai ad una vera e propria conclusione, come sempre.
Magari mi considerava il suo giocattolino erotico, magari le piaceva scoparmi e basta. So solo che per quanto assurda possa essermi apparsa la situazione, non smetteva di piacermi.
Domenica 26 Ottobre.
Alle 8.17 del mattino, il mio telefono iniziò a squillare, incassando ogni mio tipo di bestemmia. Beh, i risvegli così bruschi di Domenica non mi sono mai piaciuti. Mi accorsi di essermi svegliata completamente quando lessi sul display il nome di Liz. Sentii qualcosa appesantirsi sul cuore e sperai fosse solo una sensazione.
«Che ci fai sveglia a quest'ora?»
«Volevo avvisarti che sono in ambulanza, ho avvertito dei dolori al fianco.»
Mi alzai velocemente con il busto, tenendo stretto il telefono fra le dita. Ambulanza? Lo stomaco si aggrovigliò nel giro di tre secondi. La sua voce era sofferente, aveva addirittura l'affanno. Non riuscii a capire molto per il resto della chiamata che prontamente lei chiuse una manciata di secondi dopo, lasciandomi incredula a fissare la scrivania dinnanzi al mio letto.
Le lasciai un messaggio, sperando nella sua risposta, mentre la mia mente era occupata a disperarsi, a chiedersi cosa potesse essere mai successo e cosa sarebbe successo in seguito.
Percepivo ogni volta il dolore di Liz sulla pelle, quando stavamo insieme lei parlava sempre di un filo rosso che ci legava; che fosse rimasto?
Passai la mia giornata vittima della preoccupazione che non mi mollava un secondo, facendole compagnia per messaggi. Per farle vedere che io ci sarei sempre stata in ogni tipo di situazione. Volevo dimostrarglielo.
«Ho bisogno di te.» lessi quel messaggio e non sapevo come reagire. Non sapevo se essere felice del fatto che per una volta avesse scelto me o triste per non poterla accontentare: data la distanza i miei non mi avrebbero mai concesso di andarla a trovare solo per una visita di mezzora in ospedale.
«Sono lì, lo sai.»
«No, Allie, voglio stringerti le mani. Non sappiamo neanche se ad Halloween ci rivedremo più. Ti prego, vieni qui.»
Inutile dire che le mie labbra raggiunsero il sangue ancora una volta per i morsi dei miei canini.
Le domande e le seghe mentali si riappropriarono di me.
'Tanto se ci vai cosa cambia? Lei continuerà a stare con la sua nuova ragazza.'
'Tu sei solo un'amica.'
'Magari ti ha chiamata proprio perché la sua ragazza non può.'
Portai le mani sul viso. Un attimo. Silenzio.
Okay, ci vado.
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Dopo essere riuscita finalmente a convincere i miei, ero ancora leggermente incredula quando io e mio padre eravamo sulla statale, diretti all'ospedale.
Percepivo la sua rabbia anche dalle mani strette sul volante. Non voleva andassi da lei, non dopo tutto ciò che mi ha fatto passare. Non dopo i kg persi, per le lacrime versate ed un fine estate completamente rovinato. Sentiva stessero prendendo in giro la sua bambina, ancora una volta. Non potevo dargli torto, quella sera apparii distrutta ai suoi occhi.
Entrai in macchina con le lacrime agli occhi, non dissi una parola, ero sconvolta. Lui, come al solito fece qualche battuta di cattivo spirito e si girò verso di me. Il suo sorriso scomparve e posò una mano sulla mia spalla.
«Cos'ho di sbagliato, papà?»
«Allison, che sta succedendo?»
Alzai lo sguardo verso di lui e scoppiai in lacrime rifugiandomi nel suo petto, dandogli la 'bella' notizia.Ero si sicura che mio padre non l'avrebbe mai scordato e che, soprattutto, avrebbe voluto prendere a parole Liz per tutto il dolore causatomi.
Questi pensieri mi accompagnarono fino all'ospedale, in cui entrai con non molta difficoltà. Raggiunsi a piedi il suo reparto salendo vari piani. Arrivai alla porta, la guardai e deglutii. Tutte le altre persone mi guardavano come se fossi scesa da Marte. Aprii la porta e cercai la sua stanza. L'ansia ormai era padrona del mio stomaco e non sapevo come cacciarla via.
Poi la vidi, era girata verso la madre che, guardandomi, la portò a girarsi dal mio lato. Sorrisi e lei fece lo stesso. Non riuscivo a smettere di pensare a quanto fosse bella anche sul letto dell'ospedale con i capelli leggermente arruffati e la flebo nel braccio. Mi sedetti sul bordo del divano e lei mi prese le mani, ora come ora non ricordo neanche di cosa parlammo, ma erano tutte un ammasso di stronzate. Ero completamente persa in quel clima. Poco dopo suo padre, sua nonna e sua sorella vennero a trovarla ed io non potei far altro che sentirmi a casa, sentirmi ancora in qualche modo parte di quella famiglia. Passavano i secondi e lei era sempre più bella, è inutile dire che la mia difesa personale crollava avanti a quel sorriso e quelle labbra, dove il mio sguardo si soffermava sempre.
La voce di mio padre mi fece ritornare con i piedi per terra, era già ora di tornare. Lei decise di accompagnarmi almeno alla sala d'attesa, perciò si alzò e trascinò con sè la flebo, senza lasciare andare la presa dalla mia mano. Mio padre era già ai piani di sotto ed io mi voltai per salutarla; per quanto mi facessero schifo gli ospedali, avrei voluto rimanere lì fin quando non si sarebbe dimessa. Dovevamo salutarci, ma non sapevo come. Mi avvicinai al suo viso, lei schiuse le labbra, non sapevo esattamente cosa fare ed il panico, la paura di sbagliare, i miei non diritti, mi portarono a deviare la strada sulla sua guancia, per poi lasciarle un bacio.
«Ciao.» le dissi distaccandomi e reggendo per poco il suo sguardo.
«Ciao...» sussurró lei lasciando scivolare la sua mano via dalla mia spalla, evidentemente delusa dalla posizione di quel bacio.
Mi girai, camminai verso le scale e poco dopo sparii dietro di esse. Lei rimase lì, a fissare il vuoto lasciato dalla mia figura.
«Torna qui..» lessi sul display del cellulare.
«Non posso.» salii in macchina con un rimorso che mi mangiava da dentro. Perché per una volta non potevo essere io, l'egoista?
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