Capitolo 2:

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Mi alzai in piedi. Il pane non era stato rimesso nel cesto, il sale e il pepe si trovavano vicino al frigo, le posate non erano nel terzo cassetto, ma vicino al pane e l'acqua era là sopra, invece che nel frigo. Ricordai perché nulla era al suo posto. Le piastrelle che si distendevano sul pavimento luccicavano alla minuta luce che traspariva dai vetri sporchi delle finestre. Il sipario biancheggiante si diradava un po' in tutta la cucina, con il tavolo al centro che assumeva una colorazione beige, da scuro che era prima. E io restai a contemplare lo spettacolo della nascita del giorno, come fossi un ermeneuta del tempo.

Non ho sonno... Esco.

Presi il mio giubbotto dalla sedia e le chiavi, poi uscii. Porca puttana, che freddo! Me lo aveva appena confermato la nube uscita dalla mia bocca.
Il paesaggio era calmo, come le spiaggie ad Ottobre. La nebbia avvolgeva le mie Nike e correva sullo specchio del canale davanti a casa mia. Il cielo pareva tinta manganese, con spennelate di grigio qua e là, randomiche. Il marciapiede veniva timidamente illuminato da lampioni, e non erano svelate le buche presenti nel cemento; mi toccava camminare pianissimo. Il Comune mai una volta che sistemasse. Non ero certo il tipo che va in Municipio a sbattere i pugni sulla scrivania, ma esigevo di poter gironzolare in tranquillità anche la mattina presto. O la notte tardi.

L'erba dei cigli della strada era quasi fiabesca: s'intonava con il paesaggio perfettamente. I miei passi sembravano inesistenti nel silenzio di quella notte. Io non ne posso più. Mi sentivo senza una parte essenziale di me. Serrai i denti, cominciavo a lacrimare.
Presi i Tempo dalla tasca sinistra e con uno mi asciugai gli occhi e le guance. In lontananza sentii il rombare di un motore, un temerario. Decisi di rincasare e andai a coricarmi. Che schifo.

De dissolutione conscientiæDove le storie prendono vita. Scoprilo ora