Capitolo 3:

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Mi svegliò la mano tiepida del Sole che iniziava a dorarsi. Mi stiracchiai con la giusta forza, mentre cercavo di riconnettere i neuroni. 6:33, era presto.

Il mio Breil era incredibilmente perfetto. Lo adoravo, non c'era momento della giornata che io non lo indossassi. Il quadrante rosso attirava il mio sguardo, come una calamita, ogni momento. Il senso di controllo sul tempo mi attirava, dava quella sicurezza che non guasta mai. Mi stropicciai per bene gli occhi e poi mi alzai in piedi. Sapevo bene dove dovevo andare quel giorno: a trovare mio padre. Feci colazione con solo del caffé addolcito con lo zucchero di canna. Terminato, mi diressi verso la mia Fiat.

Il motore era freddo, il sedile ancora di più. Destinazione: papà. La strada era particolarmente affollata, ci misi anche troppo. Arrivai.

La mia vecchia casa era come la ricordavo: coi muri gialli e scoloriti, con crepe qua e là sparse, come colori in un quadro di Pollock, il profumo di terra bagnata e cemento, l'auto di papà parcheggiata storta e l'erba marcita. Davanti alla porta già potevo sentire la puzza di sigaro che mi molestava il naso e lo raschiava morbosamente. Non fumare il sigaro dentro. Almeno in questo, vince ancora lei. Tossii prima di bussare con forza. Mi aprì mio padre.

- Ciao - interloquii. La risposta fu un analogo "Ciao", dopo avermi squadrato da capo a piedi.

- Come stai, papà? -.
-Sto bene; mi sento un po' solo da quando tua madre è venuta a mancare... -. Non ci credevo. Diffidente, il mio sguardo si fece più ardente.
- Che c'è? - mi chiese, allarmato dal mio "strano" comportamento.
- No, nulla. Non mi sono ancora ripreso... - e lui:
- Ah, capisco -. Io, poi, tirai un sospiro e domandai:
- Posso entrare o ci parliamo a metà porta? -. Fece un accenno di sorriso, poi mi mi accompagnò sul divano. Il salotto era leggermente cambiato; era la stanza più grande della casa. Sul lato nord, quello che ha la finestra che guarda la strada, c'era ancora il poster di Micheal Jordan e sotto la vecchia televisione. Il lato est aveva la libreria con i volumi di mia madre. Leggere ti rende più intelligente. Lo ripeteva quando ero piccolo. Scorgevo qualcosa di Stephen King, forse, Vespa, Volo, Camilleri e pure Mieli. Il divano si trovava ancora collocato sul lato sud. Adoravo quel divano. Il mio primo bacio lo diedi lì. Che ricordi... Ero con una più piccola. Dicevano che fosse più facile con quelle di seconda. Avevano ragione, con un anno in più, ti danno più peso. In mezzo alla stanza, vi era il tavolino di faggio.

Le cose che erano cambiate erano le Ceres e le Moretti sopra il tavolino e sul pavimento.
- Papà, non devi bere -.
- Un bicchierino non fa male -.
- Già, un bicchierino... - e lo guardai male, poi cominciai con le vere domande:
- Ormai la mamma è morta da 3 settimane... Il tempo come lo impieghi? -.
- Bè, niente di che: esco, mi butto sul divano, guardo la Serie A. Capisci? - il tono era in cerca di appoggio.
- Certo, capisco... Esci? -.
- Sì, perché? - e mentre lo diceva si avvicinava la Moretti alle labbra.
- Per capire come l'avevi presa, il tuo metodo. Ma esci con amici? -.
- Sì, di donne neanche l'ombra -. Perfetto, avevo l'informazione che volevo. Risposi a lui con un ghigno, giusto per stare al gioco. Ora dovevo liquidarlo. Feci finta di guardare l'orologio e dissi che ero in ritardo, salutandolo di fretta. In realtà, lo guardai l'orologio, ero fissato. Rimase perplesso, impassibile, mentre uscivo. Tornai a casa.

Niente amante, si presume. Perché, allora? 10:00. Mi buttai a letto. Dormo per recuperare 'sta notte. Dormii per circa 2 ore.

De dissolutione conscientiæDove le storie prendono vita. Scoprilo ora