Ero in camera mia. La valigia aperta sul letto era quasi piena, mancavano pochi vestiti. Mi sedetti sulla sedia accanto alla scrivania e osservai la mia stanza. In quell’anno e mezzo che avevo trascorso in Italia, l’avevo abbellita con ogni oggetto immaginabile. Dal portachiavi più piccolo alla foto ingigantita di me e Beth che sguazziamo come due bambine di cinque anni, nel mar Adriatico. Mi ricordo ancora quando ci andammo.
Era appena finita la quarta e Beth era stata rimandata in matematica. Ci eravamo concessi due settimane appena finiti i corsi estivi e siamo corsi a Cervia. È stata una di quelle estati che mi mancavano di passare. Beth si era presa una cotta per un ragazzo del nostro stesso hotel, si chiamava Edoardo.
Questa era una coincidenza davvero strana, dato che da poco avevo cominciato a dimenticare Harold. Comunque, dicevo che incontrò questo ragazzo e lui si presentò bello e, come lo definì lei stessa, impossibile.
“Adele!”. Mi risvegliai dai miei pensieri e, asciugando una lacrima che scendeva lentamente, infilai gli ultimi indumenti in valigia, chiudendola.
“Gemma ti sta aspettando” disse Beth, entrando in camera. L’abbracciai, sussurrandole che le volevo bene e che poteva venire a trovarmi quando voleva.
“Ti voglio bene anch’io – rispose, singhiozzando – e appena potrò verrò”. Le lasciai un bacio sulla guancia e, afferrando tutte le mie cose, scesi le scale, goffamente.
***
L’aeroporto sembrava più affollato del solito. D’altronde aprile, non dovrebbe esserlo. Comunque mi andai a sedere sulle poltroncine nere accanto alla vetrata che mostrava la pista di decollo. Un gruppetto di ragazzine, sui quattordici anni, cominciò ad urlare.
“Ecco tieni” disse Gemma, porgendomi il caffè e guardando verso le ragazze.
“Chissà cosa sarà successo” dissi, sorseggiando lentamente la bevanda e soffiando di tanto in tanto, per non bruciarmi la lingua. Lei in tutta risposta alzò le spalle e cominciò a bere il suo.
“Il volo A328 per Londra sta per decollare, i passeggeri sono pregati di portarsi al gate 3”.
Gemma mi fece segno che era il nostro aereo. Arrivammo all’entrata del lungo tunnel, dopo aver caricato le nostre valigie sul nastro trasportatore. Documenti, passaporto e via, di ritorno a casa.
Appena mi sedetti al mio posto, accanto al finestrino, cominciai a pensare a mia madre. Perché non mi aveva avvertita prima che si stava per risposare? Anzi, perché non mi aveva detto che aveva un fidanzato? Non trovai alcuna risposta a queste domande, ma una cosa era certa non sarei rimasta a vivere con loro.
“Gemma?”. La mia amica si voltò verso di me, regalandomi uno dei suoi sorrisi che, per quando li amassi, mi ricordavano molto quelli di suo fratello.
“Abbiamo entrambe 18 anni, sai che significa?” chiesi, nella speranza che si ricordasse ancora quella promessa che avevamo fatto da piccole.
Adele e Gemma, se ne stavano sedute sul letto della seconda, guardando il loro cartone animato preferito in televisione. Harry si era addormentato dalla noia. Appena finì, le due bambine, si guardarono sorridendo.
“Gemma, quando siamo grandi andiamo a vivere insieme?” chiese Adele, marcando molto sulla “s” a causa della mancanza dei denti davanti.
“Sì! – rispose l’amichetta entusiasta – però solo io e te, Harry mi scoccia”.
“L’appartamento me l’hanno comprato i miei – mi rispose e io, sorrisi istintivamente – ho promesso loro che ci sarei andata a vivere, quando tu saresti tornata”.
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She wrote on her arms
Fanfiction*dal primo capitolo* Sentivo gli occhi ancora lucidi. Era arrivato il momento, dopo tre lunghi anni, di reagire a quelle sofferenze. "Styles - da dove arriva sto coraggio? - solo perché tu e i tuoi amichetti siete i fighetti della scuola non vuol di...
