Avanti e indietro, ancora una volta. E di nuovo. Sembra di essere su una barca. Mi sento così strana, non sento le mani, sono come addormentate. Apro gli occhi, con fatica, appena mi rendo conto di averli chiusi. È quasi buio, ma delle flebili luci mi permettono di distinguere diverse figure sedute davanti a me. Non le riconosco, non ho la minima idea di chi possano essere, né dove io mi trovi. Oltre a questo le mani ancora non rispondono alla mia intenzione di muoverle, non sento nemmeno le gambe e le braccia. Una delle figure si alza, mantenendosi in equilibrio a fatica. Non sento una parola di quello che mi dice. Devo sembrare confusa perché mi fa segno di stare tranquilla. Si volta verso le altre figure, poi verso di me e dice qualcos'altro. Sembra intuire ancora una volta che non lo capisco. Mi fa segno di stare tranquilla. Ora che è più vicino riesco a osservarlo meglio, sebbene la luce sia davvero bassa. Sulla divisa nera ha un triangolo argento, contenente tre petali incrociati. Un ricordo mi colpisce con violenza, come se fosse stato lanciato con una fionda: la piazza, i miei genitori, la folla, le guardie, Axel. Non impiego molto a capire che devono avermi sedata con un paralizzante, per quanto la situazione sia angosciante dovrei ringraziare di essere ancora viva. Faccio del mio meglio per non cedere al panico, prego. Non so come funzioni ma ne sento il bisogno in questo momento. Ogni religione è vietata, lo è da secoli nello stato, tanto che si è persa traccia di ogni credenza e di ogni tradizione religiosa. Cerco solo parole, senza un destinatario né uno scopo preciso. Non trovandone lascio che sia ciò che provo a parlare per me.
Il tempo trascorre in modo strano, prima lentamente, poi velocemente, arriva a sembrare fermo in un istante che non ha fine, poi torna a scorrere altalenante, senza trovare l'equilibrio, senza riuscire a calmarsi senza essere preso dalla frenesia subito dopo, esattamente come sta succedendo a me. Solo quando uno degli uomini, diverso da quello di prima, mi prende per le spalle e mi mette seduta mi sembra di tornare alla realtà. Il mezzo su cui siamo si è fermato. Viene aperto il retro dopo qualche istante e gli uomini scendono, trascinandomi con loro e sostenendomi dopo avermi fatta sedere sul bordo. Alcuni di loro si allontanano con le armi in mano, due rimangono con me; uno l'ho visto prima, l'altro deve essere stato davanti. Anche lui ha la stessa divisa nera. Non sono kres, devono essere soldati.
Non sembrano preoccuparsi minimamente della mia presenza. Come dar loro torto? Sono una ragazzina paralizzata e senza udito. Non posso muovermi, quindi non ho la minima possibilità di fuggire. E ammesso di averla, non so dove sono e questo luogo sembra un deserto: ci troviamo nel mezzo di un'immensa distesa di terra grigia e sabbiosa, su cui alberi brulli e alcuni bassi, radi e secchi cespugli si sgretolano nella desolazione, anneriti probabilmente dal fuoco. Ciò che più rende irreale questo posto è l'immensa coltre di nubi grige, così spessa da filtrare quasi completamente i raggi del sole. Sembra una terra morta, una terra senza luce.Vengo riportata sul furgone grigio poco prima del ritorno degli altri soldati. Si danno il cambio e ripartono. Nonostante il paesaggio mi abbia messo i brividi e senta il cuore stringersi dalla paura sono più tranquilla, forse anch'io perché ho meno fastidio alle orecchie. Spero che l'effetto di qualsiasi cosa fosse quella che mi hanno iniettato stia passando. Mentre i tre uomini parlottano di tanto in tanto, ignorandomi completamente, a ogni scossa del furgone sbatto contro la panca di metallo e non ci posso fare nulla. Comincio a essere leggermente insofferente quando sia le mani che i piedi passano dallo stato di intorpidimento a un formicolio insopportabile. Quando si espande alle braccia e alle gambe stringo i denti, stavo meglio prima: dava fastidio, ma almeno non faceva così male. I soldati non si accorgono di nulla perché attenti alla conversazione, così devo solo sopportare, possibilmente in silenzio, quella tortura. Passa il tempo senza che io riesca a farmi un'idea né di dove stiamo andando né se sia notte o giorno. Trascorre e io trattengo le lacrime.
***
Siamo finiti in un bel guaio io ed Em. O meglio, lei ha innescato una ribellione completa di tentato omicidio e io ci sono finito in mezzo. Ovviamente. 'Per lei questo e altro' penso, mentre vengo trascinato chissà dove. Sono ancora nei pressi di Tarah. Probabilmente finirò nel carcere all'esterno delle mura. Comincio a pensare che il mio affetto per Emma stia diventando abbastanza insano. Insomma, stavo per farmi uccidere. Effetto collaterale della mia personalità. Non mi sorprende più di tanto, però forse dovrei smetterla. Potrei diventare un po' più normale, solo un po'.
Non sono mai stato capace di aspettarmi qualcosa di certo dal futuro quando c'era Emma di mezzo. Però non ero preparato a questo. Imprevedibili allo stesso modo, sia Em che il destino mi stanno trascinando da qualche parte, probabilmente se non morirò vivrò contro la mia natura. Come lo so? Diciamo che non mi sento particolarmente fortunato al momento.
***
Mi guardo intorno. Da quel poco che riesco a capire da sdraiata mi trovo in una stanza di metallo, sui entrambe le pareti corte ci sono due rettangoli, come delle finestrelle credo. Una di queste lascia filtrare poca luce, è chiusa, probabilmente dall'esterno, mentre l'altra è aperta.
Ho mani e piedi legati, perciò mi butto indietro contro la parete che sta alle mie spalle e faccio leva sulle gambe per alzarmi. Saltello per arrivare alla finestra faticando a mantenere l'equilibrio, finalmente arrivo alla parete dell'apertura.
Case crollate completamente o in parte, neri terreni bruciati e un silenzio assordante. Per minuti resto immobile, ipnotizzata da quel luogo morto, fino a quando, non so dire dopo quanto tempo, come se si fosse generato dal nulla un gruppo di figure nere compare correndo, armate di scimitarre, pugnali e armi da fuoco. I lunghi mantelli neri si muovono nell'aria scoprendo i vestiti aderenti dello stesso colore, da tutti i cappelli a falda spuntano delle trecce. Si muovono nel più totale silenzio, persino mentre si gettano in un fossato e spariscono dalla mia visuale.
Dopo pochi secondi la parete alle mie spalle viene aperta, rivelandosi una porta. Le guardie che indossano la divisa nera con lo stemma argento mi prelevano e mi riportano sul furgone.
«Abbiamo fatto una sosta, ti abbiamo dato dello stazin per accelerare i tempi di smaltimento del sedativo» annuisco in risposta al soldato biondo, il primo che avevo visto quando mi ero svegliata sul furgone.
«Chi erano quelli?» chiedo dopo qualche istante passato a ritrovare la voce.
«Ribelli» gli sportelli posteriori del furgone vengono chiusi e ripartiamo.
«Non dovreste, che so... Ucciderli, o catturarli?» mi guarda ridendo. Cosa ci sia di divertente nelle mie parole però non lo capisco.
«Ringrazia il destino perché ha fatto in modo che non ci abbiano visto, altrimenti saremmo solo corpi senza vita a quest'ora» mi dice, sedendosi di fronte a me.
«Non credo nel destino» alza le spalle in risposta alla mia affermazione.
«Non è affar mio» è davvero molto socievole quest'uomo. Non passa un minuto prima che io gli chieda dove stiamo andando.
«A Phacity. Manca meno di un'ora, sta' buona» nonostante mi senta trattata come un cane a quelle parole, evito di parlargli ancora, ma senza poter fare a meno di guardarlo. A giudicare dalle rughe ai lati degli occhi deve avere non meno di trentacinque anni, non più di quaranta. Ha la rigidità propria di ogni militante, ma non solo. Sembra che ci si trovi bene, potrebbe anche essere parte del suo carattere naturale.
«Come si chiama?»
Mi guarda pensoso. Indeciso. "Cosa c'è di male? Avanti..." penso.
«Nate»
Dopo qualche altro minuto passato a osservarlo concludo che è a posto. Da l'idea di ordine e compiutezza, esattamente come mia madre, anche se in modo del tutto opposto. Certo che se non fosse al servizio di Anon magari ci scambierei altre due parole.
Il tempo passa. È assurdo come la mia realtà avrebbe dovuto fermarsi e invece va avanti. È naturale e logico, ma terribilmente doloroso. È come se la morte non tocchi la vita, che va avanti, comunque. È sbagliato.
«Siamo arrivati, avanti» trovo che il tono dell'uomo sia leggermente più morbido di prima e non so decifrare il significato di questo mutamento. Sarebbe bene che riguardasse solo i suoi pensieri, che non fosse legato al mio destino.
Devo tenere la testa alta qualsiasi cosa accada. Non devo chiudere gli occhi. I miei non avrebbero voluto che mi comportassi da debole, da codarda. So di essere capace di vivere con dignità. Posso anche morire allo stesso modo.Hiiiiii. Tra interrogazioni di diritto e verifiche di arte #cisiamo. Scusate l'attesa... (: ci rimettiamo all'opera il più presto possibile ;) ♥
S&V ❤·---·---·---·---·---·---·---·
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Braves - the third city
Hành độngSe non leggete questa storia (CARINA) vi veniamo a prendere... baci ;* Scherziamo, siamo troppo pigre per muovere le chiappe. *** Tarah è la terza città, è la città dell'Ovest. È la città da cui escono solo i morti e i condannati.