CAPITOLO UNO

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Tre anni dopo…

Fare un lavoro che piace può essere di gran lunga più facile e soddisfacente piuttosto che accontentarsi di quello che capita. In teoria è vero, ma se il vostro capo è uno stronzo come il mio, allora questa teoria non è del tutto giusta. Non sapevo che problemi avesse nei miei confronti, eppure doveva esserci qualcosa sotto perché, al contrario degli altri miei colleghi, mi trattava sempre malissimo e mi affidava i casi più complicati sperando in un mio fallimento, forse per avere una buona scusa per mandarmi via. Purtroppo per lui ero davvero brava nel mio lavoro e non mi facevo fermare da niente e nessuno; neppure dai signori De Rossi, con cui ero quella mattina di gennaio. Lavoravo nell’azienda Elite Project come arredatrice d’interni, e mi trovavo di fronte a una diatriba tra moglie e marito. Un classico: lei voleva arredare la nuova casa in stile moderno; a lui proprio non andava giù quella scelta; preferiva qualcosa di meno vistoso. Non era una coppia proprio giovane, secondo il mio pensiero – e difficilmente mi sbagliavo in queste cose – potevano avere dai quaranta ai quarantacinque anni, ma litigavano comunque come due ventenni.
Provai a inserirmi nella conversazione, volevo spiegare loro che potevo accontentare entrambi ed ero molto contenta di aver trovato una soluzione a quel problema, anche se i diretti interessati ancora non lo sapevano.
<<Non ci penso proprio. Non trovo per niente eleganti queste stanze da letto>> disse il marito, indicando le bozze che avevo disegnato per loro.
‘Be’, grazie mille, signor De Rossi, ci ho solo perso una notte intera dietro a quei disegni’.
La pazienza non era il mio forte, ma negli ultimi tre anni – da quando avevo cominciato a lavorare – avevo imparato ad adoperarla, sapevo che me ne sarebbe servita molta per fare quel lavoro.
<<Oh, tu non capisci niente. Perché non lasci fare a me? È risaputo che noi donne abbiamo più gusto in queste cose>> lo rimbrottò la moglie.
Non ero del tutto d’accordo con la sua teoria: da quando cominciai a lavorare all’Elite Project, conobbi diverse donne con gusto pari a zero e uomini capaci di lasciarmi a bocca aperta, ma non lo dissi. Al contrario, cercai di calmare un po’ gli animi.
<<Posso? Mi dispiace che le bozze che vi ho portato non siano di vostro gradimento. Durante la nostra conversazione telefonica mi è stato richiesto di optare per qualcosa di moderno, per questo non ho portato altro. Mi sono concentrata su quello che mi è stato detto.>>
<<Certo, perché lei ha parlato solo con mia moglie, dovevo immaginare che non ne sarebbe uscito niente di buono.>>
<<Stai per caso giudicando i miei gusti?>>
Ecco. Non facevo in tempo a farli stare zitti due minuti che subito ricominciavano. Misi i gomiti sulla scrivania e poggiai la testa sulle mani, tanto quei due non badavano minimamente a me. Dovetti fare qualche respiro profondo – molto profondo – per evitare di rispondere male e quando fui abbastanza sicura di non mangiarmeli vivi appena avessi aperto bocca, provai di nuovo a illustrargli la mia idea. <<Potrei accontentare entrambi>> m’intromisi e dovetti urlare per sovrastare le loro voci. Per un po’ non mi calcolarono, poi finalmente riuscii ad attirare la loro attenzione. <<Possiamo mischiare due stili. Ormai tante persone decidono di arredare casa mischiando stili diversi, come antico e moderno. Potrebbe essere una soluzione. Possiamo fare alcune stanze in stile moderno e altre più classiche.>>
Mi guardarono per qualche istante e capii dai loro sguardi che stavano valutando la mia proposta. Per fortuna, la risposta del marito mi fece ben sperare di aver trovato la soluzione giusta.
<<Io sono d’accordo. Mi basta che non sia moderna la stanza da letto. Odio quei letti bassi e scomodi. La vorrei simile a quella che abbiamo ora.>>
<<Perfetto>> esultai e non riuscii a nascondere il sollievo nella mia voce. Ero già pronta a salutarli, comunicando loro che li avrei chiamati appena avessi avuto le nuove bozze pronte, quando la voce della moglie mandò in frantumi i miei sogni.
<<È proprio la stanza da letto che voglio moderna.>>
<<Non avevo dubbi. Non sei mai contenta.>>
Continuare ad ascoltarli non era nei miei piani, ne avevo fin sopra i capelli di quei due. Mentre loro andarono avanti con la discussione, pensai a quello che avrei dovuto fare durante la giornata. Erano le undici di mattina e già mi sentivo stressata, ed ero solo all’inizio. Dovevo ancora sistemare le ultime cose per la signora Ricci; anche se eravamo già a buon punto, la casa era praticamente pronta, si trattava di sistemare giusto qualcosa. Di pomeriggio avevamo una specie di riunione per fare il punto dei nostri lavori e poi potevo finalmente tornare a casa per godermi un rilassante bagno caldo accompagnato da un buon bicchiere di vino. In sostanza, non vedevo l’ora che arrivassero le venti.
<<Ascolti, signorina Parisi, per adesso andiamo a casa e ne parliamo meglio. Magari la chiamo in giornata per il prossimo appuntamento>> mi informò la signora.
Non sapevo se fare festa ed essere felice perché finalmente andavano a discutere da un’altra parte – molto lontano da me – oppure preoccuparmi per la decisione che avrebbero preso. Se il marito ce l'avesse fatta a farle cambiare idea, avrei dovuto ricominciare tutto daccapo.
<<Va bene. Mi chiamate voi allora.>>
Li accompagnai alla porta e li salutai con il sorriso sulle labbra, come se non mi avessero fatto venire un’emicrania e l’unica cosa che in realtà volevo era strozzarli.
Dopo la pausa pranzo, andai nella sala riunioni e mi sedetti il più lontano possibile dal mio capo, che tra l’altro non era ancora arrivato.
<<Perché mi sembri già stanca?>> sussurrò Asia, sistemandosi il caschetto biondo e scrutandomi con i suoi bellissimi occhi azzurri. Era la mia collega che, fortunatamente, era diventata anche un’amica. L’unica che avevo. Al liceo ero circondata da amici, avevo un gruppo numeroso. Mi divertivo molto con loro e non pensavo che un giorno li avrei ‘persi’ tutti, ma quando iniziai la mia storia con Angelo, mi ritrovai completamente e totalmente risucchiata dalla voglia di stare con lui e cominciai a uscire sempre meno con loro. Finché il distacco non fu troppo evidente e mi ritrovai all’improvviso da sola. All’epoca non mi pesava non avere più amici. Avevo lui, e mi bastava, ma non potevo negare che li invidiavo tantissimo quando li vedevo uscire insieme. Quell’esperienza mi rimase come lezione, così quando conobbi Asia, mi ripromisi di trovare sempre un po’ di tempo da dedicare a noi due. Ovviamente il mio fidanzato non mi faceva mancare niente e stavo bene con lui, ma ormai avevo imparato che l’amore non preclude l’amicizia e che nella vita bisogna avere entrambe le cose per essere davvero felici.
<<Ti sembro stanca perché sono stanca. È stata una giornata pesante. Com’è l’umore del capo?>>
Alzò gli occhi al cielo. <<Pessimo, amica mia. Quindi preparati.>>
Non ebbi neppure il tempo di sbuffare perché, manco a farlo apposta, in quel momento entrò Domenico De Angelis, ovvero il mio capo. Era un uomo di quarant’anni, con un fisico più o meno decente e un viso niente male. All’apparenza sembrava innocuo e alla mano, ma posso assicurare che in realtà era tutto fuorché gentile. Gestiva lo studio di suo padre – quando si dice ‘nascere con la camicia’ – solo che al contrario di suo padre – che io avevo conosciuto ed era una persona bellissima – lui era tutto l’opposto. In poche parole, lo odiavo e se non fosse stato per il fatto che amavo il mio lavoro, me ne sarei andata senza pensarci due volte.
<<Anastasia. Tu a che punto sei con i tuoi lavori?>> mi domandò, facendomi venire un colpo; ero immersa nei miei pensieri e non mi ero neanche accorta che fosse arrivato il mio turno.
<<Ah, ehm>> farfugliai cercando di non fargli capire che non ero attenta a quello che stavano dicendo. <<Con la signora Ricci ho quasi finito.>>
<<Quasi?>> mi fermò, fulminandomi con lo sguardo.
<<Ehm, no. Ho finito. Ha solo cambiato idea sulle mattonelle della cucina e forse vuole cambiarle, ma abbiamo praticamente finito>> mi giustificai velocemente.
Assunse la sua solita aria annoiata e mi fece segno con la mano di andare avanti; il grande capo non poteva mica sprecare parole per me, meglio farmi i segni come si fa con i cani…
<<E con i Signori De rossi ci sono un po’ di problemi.>>
<<Le persone si affidano a un’arredatrice d’interni affinché li aiuti a scegliere bene e per risolvere gli eventuali problemi che si presentano. Non per lasciarli lì dove sono. A che servi, altrimenti?!>>
<<In questo caso non è proprio colpa mia. Hanno idee diverse su come arredare la casa e quindi…>>
<<Trova un modo per metterli d’accordo. Ti pago per questo, non per girarti i pollici>> mi rimproverò come una bambina, davanti a tutti.
Tenni tutto dentro e abbassai la testa. Non tanto come segno di sottomissione, più che altro perché se avessi guardato ancora quella sua faccia da schiaffi, non avrei risposto delle mie azioni.
Fece scivolare sul tavolo una cartella che si fermò proprio davanti a me.
<<Nonostante ultimamente tu sia molto distratta, ho deciso comunque di affidarti questo lavoro>> disse, indicando la cartella che mi aveva passato. <<Si tratta di un ristorante. Una nuova apertura. È un incarico di una certa importanza, lo chef è il pluristellato Alphonse Legrand. Vedi di fare le cose per bene e non mi fare pentire di averti scelta.>>
Nonostante tutte le sue frecciatine, ero al settimo cielo. Un incarico come quello avrebbe giovato al mio portfolio. Lavorare nello studio di un architetto di una certa fama, come il padre di Domenico, era un buon trampolino di lancio per noi che eravamo all’inizio: i clienti erano molti e quindi avevamo sempre tanto lavoro da fare; inoltre, grazie ai lavori che svolgevamo, potevamo fare esperienza e farci un nome, farci conoscere.
Era esattamente quello che avevo intenzione di fare. Volevo lavorare in un’azienda mia, un giorno, magari creando un team come aveva fatto Domenico con noi. Ognuno aveva il proprio ruolo ed era proprio per questo che eravamo una buona squadra. Io, in quanto interior designer, mi occupavo dell’arredamento; Asia invece era molto brava a disegnare i mobili, le sue creazioni erano stupende e molti negozi di arredamento si affidavano a lei – era talmente brava che se un giorno fossi riuscita davvero nel mio intento, le avrei senz’altro chiesto di far parte del mio team – e Fabio invece era un architetto – come quel gran simpaticone del mio capo.
<<Non ti è andata tanto male, dai>> disse Asia.
<<No, infatti. La frecciatina non è mancata però.>>
Liquidò il tutto come poco importante. <<Fallo parlare. Tu pensa solo a fare il tuo lavoro.>>
Risi con lei e tornai alla mia postazione. Ero elettrizzata per il nuovo incarico e quella notizia spazzò via il malumore che mi lasciarono addosso i signori De rossi. Così chiamai subito lo chef Alphonse Legrand per presentarmi e fissare un appuntamento.
***
Quella sera quando finalmente mi ritrovai immersa nella mia bellissima vasca, non mi sembrava quasi vero. Quella giornata fu infinita, ma per fortuna potevo staccare la spina per due giorni: era ufficialmente iniziato il mio fine settimana.
In quel momento i miei muscoli erano completamente rilassati e sentii che non sarei mai uscita da quella vasca; o almeno finché l’acqua non fosse diventata fredda.
Presi il bicchiere che avevo appoggiato sul bordo della vasca e bevvi un lungo sorso di vino bianco. Adoravo quel rito che trovavo confortante: non c’era niente di meglio che farmi avvolgere dal calore dell’acqua calda e dal sapore del vino. Non mi piacevano gli alcolici, non bevevo neppure la birra. L’unico alcolico che mi piaceva e che mi concedevo era proprio il vino – bianco, quello rosso non mi piaceva per niente – perciò mi assicuravo di averne sempre una bottiglia in casa. E dopo giornate come quella, me lo meritavo.
In alternativa, spesso mi preparavo il the – classico o verde, i miei gusti preferiti – ma questo era più un rito del dopo cena. Della serie: divano, coperta, film e the. Ero una persona molto precisa e con le idee chiare. In molti pensavano che la mia vita fosse monotona per colpa degli “schemi” che mi prefiggevo, ma io non la pensavo così. Non ci ho mai visto niente di male nel mio stile di vita o nel mio essere precisa in tutto. Mi piace avere tutto sotto controllo, mi fa stare più tranquilla; e vale anche per le cose più banali.
Sentii squillare il cellulare che, come succedeva spesso, avevo dimenticato sul mobile vicino al lavandino; e cioè fuori dalla mia portata. Con un’imprecazione che avrebbe fatto impallidire perfino un camionista, uscii controvoglia dalla vasca e presi il cellulare. Stare fuori era impossibile, stavo ballando dal freddo, perciò rientrai prima di controllare chi stesse chiamando e un sorriso spuntò sul mio viso quando lessi il nome del mio fidanzato.
<<Ehi. Adesso sì che non mi manca più niente.>>
<<In teoria a me qualcosa manca. Tipo la mia fidanzata che sicuramente si è dimenticata che stasera l’avrei portata fuori a cena. Sai, ti sto aspettando sotto casa tua da dieci minuti>> disse ed era divertito e rassegnato allo stesso tempo.
<<Merda>> mi sfuggii mentre balzavo di nuovo fuori dalla vasca.
Lo sentii sospirare attraverso il cellulare. <<Lo sapevo che avevi dimenticato il nostro appuntamento.>>
<<No no. Ma che dici. Sono già pronta. Devo solo>> blaterai mentre prendevo dal mio armadio il primo vestito che mi ritrovai sotto gli occhi e tornavo in bagno per prepararmi, cercando nel frattempo una scusa da inventare.
<<I capelli>> strillai, contenta che mi fosse passato per la testa qualcosa di credibile. <<Devo fare i capelli e arrivo.>>
Ridacchiò. <<I capelli. È un classico. Come la scusa del mal di testa quando non vuoi fare sesso. Ti aspetto.>>
Chiusi la telefonata e feci l’impossibile per non metterci decenni prima di essere pronta. Esattamente ventidue minuti più tardi, raggiunsi finalmente Massimo in macchina.
<<Ciao, amore>> lo salutai, avvicinandomi per dargli un bacio veloce.
<<I capelli, eh.>>
<<Okay. Ammetto che non ero pronta.>>
<<Avevi dimenticato il nostro appuntamento.>>
<<D’accordo, avevo dimenticato dell’appuntamento>> ammisi. Non era la prima volta che succedeva e ormai era abituato. I primi tempi discutevamo spesso dei miei tanti difetti decisamente non facili da accettare, ma a un certo punto si rassegnò, credo. Non potevo dire che gli andassi bene così com’ero, perché alcune cose di me gli davano fastidio e spesso me lo faceva notare, ma stava con me, voleva sposarmi; per cui le cose non potevano essere tanto critiche.
<<Anastasia, non è normale che dimentichi il tuo fidanzato. Sei così precisa in tutto quello che fai, ma quando si tratta della nostra storia, sembra quasi che tu la gestisca con sufficienza.>>
<<Oh, non essere esagerato. Non ho dimenticato te. Ho dimenticato di avere un appuntamento con te, ma solo perché è stata una giornata pesante.>> Non riuscii a indorare la pillola più di così.
Scosse la testa. <<Magari la prossima volta stai più attenta, che ne dici?>>
Annuii. Con Massimo era così: non si arrabbiava mai, non si scomponeva, non faceva scenate. Era il fidanzato perfetto. Per questo avevo accettato di sposarlo. E anche perché lo amavo, ovviamente. Mancavano pochi mesi al matrimonio e fortunatamente non sentivo l’ansia prematrimoniale che molte donne sono costrette a subire prima delle nozze.
In passato feci parte anche io di quella categoria, quando stavo organizzando il matrimonio con il mio ex fidanzato – Angelo – ma con Massimo ero più tranquilla. Forse perché, in qualche modo, non era la prima volta. Ovviamente era la prima volta che mi sposavo, ma non la prima volta che organizzavo il mio matrimonio.
Quando arrivammo al ristorante, mentre aspettavamo la nostra ordinazione, arrivò la domanda che mi aspettavo.
<<Com’è andata la tua giornata?>>
Era la prima cosa che mi chiedeva appena ci vedevamo. Poteva sembrare una cosa carina, in un certo senso, ma piuttosto prevedibile ormai.
<< Ho dovuto sopportare un’interessantissima diatriba tra moglie e marito. In diretta, oltretutto. E anche la ramanzina del mio capo, il quale afferma che ultimamente sono un po’ distratta. Però mi ha assegnato un incarico fantastico.>>
Stavo per raccontarglielo, contenta di poter condividere con lui una cosa così importante, ma non mi lasciò finire il discorso.
<<Scusa se mi intrometto. Ma non puoi capire cosa mi è successo oggi.>>
Non era una novità che prima mi facesse delle domande e poi mi interrompeva per raccontarmi qualcosa che riguardava lui. Era un brutto vizio che aveva, forse l’unico perché di Massimo non potevo proprio lamentarmi, però a volte era un po’ stressante. Magari avevo una bella notizia da dargli, o più semplicemente volevo condividere con lui qualcosa di bello che mi era successo e lui se ne usciva fuori con una delle sue “storie”. Qualche volta glielo avevo anche fatto presente che mi dava un po’ fastidio quando faceva così, ma era un tratto del suo carattere impossibile da modificare.
Avevamo entrambi i nostri difetti, potevamo impegnarci e stare più attenti; controllarci; ma eravamo questi e non potevamo cambiare dall’oggi al domani.
<<Cosa ti è successo?>> domandai, anche se ormai non avevo nessuna voglia di sentire quello che aveva da dirmi.
Si mise a ridere mentre si sistemava meglio sulla sedia. <<Oggi è venuto nel mio studio un signore che sto seguendo da un po’ di tempo. È in sovrappeso e questo gli sta causando anche problemi di salute. Insomma, è una situazione abbastanza seria e io ho preso subito a cuore la sua situazione. Sono sempre stato gentile con lui, ha anche il mio numero privato, in caso gli servisse qualcosa. Diciamo che oltre a essere il suo nutrizionista sono anche diventato un po’ il suo psicologo. Fatto sta che oggi è venuto da me ed era molto arrabbiato perché dice che non vede risultati e che gli sto rubando i soldi. Roba da non crederci, se non vede risultati è perché non sta seguendo le mie indicazioni.>>
All’inizio pensai di non ascoltarlo veramente, ma dopo la prima parte del discorso lo ascoltai con molta attenzione. So quanto può essere frustrante non piacersi quando ci si guarda allo specchio e i disturbi psicologici che ne seguono.
Conobbi Massimo proprio così. Fu il mio nutrizionista prima di diventare il mio fidanzato. E ricordo bene quel periodo. Quando Angelo se ne andò senza dirmi una parola, scomparendo da un giorno all’altro senza nemmeno un ultimo confronto, passai un periodo un po’ complicato, per usare un eufemismo. I primi tempi stavo male, quel genere di situazione che tutti passano in seguito a una rottura, tutto nella norma insomma. Non mangiavo, non uscivo, non avevo voglia di fare niente. Non riuscivo e non volevo cancellare tre anni di relazione con lui. I tre anni più belli della mia vita. E più tempo passavo senza avere nessuna notizia di Angelo, più la situazione peggiorava. Capii a mie spese che il famoso detto “il tempo guarisce le ferite” è solo una storiella che ci viene raccontata per aiutarci, per illuderci che un giorno andrà meglio e che il dolore diminuirà progressivamente fino a scomparire del tutto. Ma il tempo non guarisce un bel niente se la cicatrice è profonda e ben radicata nel cuore. Alcune cicatrici non le puoi estirpare da lì, neppure con tutto l’impegno e la forza del mondo. Perciò, a un anno dalla fine della mia storia con Angelo e consapevole ormai che non sarebbe più tornato, cercare qualcosa di lui in ogni persona che incontravo non mi bastava più, così cominciai a trovare altri metodi per sfogare il dispiacere e la rabbia. Il cibo era la mia valvola di sfogo. Mangiavo così tanto che ogni volta credevo di scoppiare e più mi sentivo piena, più aumentava il mio senso di colpa. Quando tornavo dal lavoro, passavo le mie giornate in cucina a mangiare e successivamente in bagno a eliminare quello che avevo mangiato. Ero finita in uno strano tunnel da cui non riuscivo più a uscire; non riuscivo a vedere neanche uno spiraglio di luce. Sapevo che c’era qualcosa che non andava, che la mia era probabilmente depressione e che c’era fin da quando Angelo uscì da casa nostra per non tornare più, ma non volevo ammetterlo. Non pronunciavo neppure per sbaglio quella parola, neanche nella mia testa. Credo fosse un modo per non guardare in faccia la realtà. E così facendo peggiorai solo la situazione.
Fu solo grazie a Luana, mia sorella, che riuscii ad affrontare tutto. Essendo gemelle, capivamo sempre quando l’altra stava male e Luana percepì dall’inizio che stavo peggio di quanto davo a vedere; e quando cominciai a soffrire di bulimia, prese a starmi intorno in continuazione. Un giorno venne a trovarmi all’improvviso – aveva perfino la copia delle chiavi di casa – e mi beccò proprio mentre ero in bagno a vomitare l’anima.
Dopo i vari pianti che ci siamo fatte, mi convinse a farmi aiutare; andavo dallo psicologo regolarmente e successivamente dal nutrizionista, ovvero da Massimo.
Perciò in quel momento, scattò qualcosa dentro di me, sentendolo parlare in quel modo. Sapevo che erano situazioni diverse, ma capivo perfettamente gli scatti di nervosismo di quel signore e sapevo che aveva solo bisogno di un po’ di comprensione.
<<E tu come gli hai risposto? Bene, spero. Sai che è difficile cambiare stile di vita.>>
<<Ovviamente, Anastasia. Gli ho solo detto che non è colpa mia e che ci vuole solo tempo e pazienza.>>
Annuii, anche se ricordare quel periodo della mia vita mi aveva inevitabilmente rovinato l’umore, ma feci finta di niente per tutta la durata della nostra cena e non andò neanche tanto male, nonostante non fossi più di buonumore.

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