La tazza era bollente, i palmi delle mani che ne avvolgevano la ceramica erano ormai rossi, abituata a quel calore quasi come una mancanza nel resto della sua vita. Non faceva più freddo ormai, la primavera era giunta alle porte ma il te caldo era una coccola oltre che una bevanda. Anna era immobile seduta su quella sedia in legno scuro, i manici scheggiati. Ogni tanto lo sguardo ricadeva su quelle scritte difronte a lei, questo bar un tempo era affollato anche se ora deserto. Qui, proprio in quel tavolo qualcuno aveva scritto la sua storia, qualcuno ne aveva lasciato i segni. Anche lei ne stava contribuendo, in modo silenzioso ma anch'esso indelebile.
La barista era indaffarata a pulire le vecchie bottiglie di amari, che ormai nessuno chiedeva più.
Le persone stavano diventando più sofisticate, più pretenziose nelle richieste. Era pomeriggio eppure in questo posto la luce era poca. Il legno e l'odore di vecchio rendevano l'attesa sempre più insopportabile. La ragazza dai capelli bizzarri e il sedere troppo grosso per stare dietro un banco aveva la faccia stanca, segno delle troppe ore trascorse a lavoro. Ogni tanto guardava Anna che stava ferma, ad aspettare e aveva la sensazione di sentire lo stomaco stretto, il magone sul petto. E si chiedeva come mai l'unica cliente in tutto il bar non ordinasse altro, cosa la teneva bloccata in quel tugurio di insofferenza.
La porta si apre d'improvviso, richiamando l'attenzione di entrambe, lei per merito del suo lavoro io perché avevo il cuore in gola e speravo che tutto questo tormento finisse in fretta. Il suo passo è deciso mi nota subito, ho scelto un tavolo troppo vicino alla porta. I suoi occhi sono coperti da degli occhiali scuri, indossa un giubbotto in pelle e il suo completo blu scuro da lavoro. La borsa piquadro rossa spicca da lontano, sorride e vorrei non lo facesse. Dopo il suo messaggio non ho pensato altro che a questo momento. Mi bacia la guancia, il suo contato è famigliare così come il suo profumo.
"Ehi" incapace di rispondere si volta verso la ragazza dietro il banco. Con lui è carina e gentile, sopratutto quando nota i suoi occhi verde acqua, brillanti, felici, luminosi.
Le sorride. Poi ritorna a me. Mi guarda, odio quando lo fa, pretende di leggere ogni mio pensiero, pretende di voler conoscere ogni mio particolare, ogni mio segreto. E purtroppo per me, il più delle volte ci riesce. Abbasso lo sguardo, unica mia difesa.
"Anna, come stai?" E odio quando la gente me lo chiede, non so mai cosa dire, cosa rispondere. Cosa si aspettano di sentire dire? Io sto bene tutto sommato. Forse. A volte piango, a volte urlo, a volte vorrei morire.. "bene e tu" si porta alla bocca la tazzina con il caffè "bene" mi accarezza la guancia, le dita sono fresche e mi provocano un brivido.
Si accorge dell'effetto, l'effetto che ancora provoca il suo contato. Ne è fiero, si sente sicuro di questo, come un trofeo. Sa che se volesse io sarei sempre lì, ferma, immobile ad aspettare un suo ritorno.
"Ti ho chiesto di vederci perché voglio che sia io a dirtelo" prende fiato, mi guarda, temporeggia, aspetta una mia mossa ma io sono qui, che tendo dalle sue labbra aspettando il peggio "mi sposerò" ed è questo il momento preciso in cui senti qualcosa che si spezza, questo è il momento preciso in cui capisci che non c'è rimedio al dolore. Che non sarà il tempo a guarire, che ormai le decisioni vengono fatte senza chiederti pareri. Questo è il momento preciso in cui ho capito che non contavo nulla, che ero solo una fra tante. Una come tante.
"Spero capirai" scuoto la testa in segno di disapprovazione "cosa c'è da capire?" Neanche lui lo sa. Noi non siamo mai stati nulla, eppure eccoci qui a darci spiegazioni inutili. Le persone non si appartengono, anche se io pensavo il contrario. Ci speravo.
Si alza. Lo seguo. È tutto un gioco di sguardi in cui non ci si dice nulla ma tutto. So a cosa pensa e a me va bene così. Come mi è sempre andato. Usciamo. Mi prende la mano, un sussulto, un tuffo al cuore. Apre lo sportello della macchina mi invita ad entrare. Ho il fiato corto, l'ansia che lentamente mi ammazza. I sedili sono comodi, grandi, come la sua macchina. Ma qualcosa mi disturba, qualcosa si insedia dentro di me, dentro la mia anima per farmi capire che tutto ciò è sbagliato. Che non dovrei, ma vorrei. È li, lo vedo e anche lui vede me. Poggiato sul muro grigio difronte a noi. Con la solita aria di indifferenza, mentre fuma la sua solita sigaretta così avidamente, non trasmette emozioni, aspetta qualcuno un segnale. Una parola. Fuma e mi fissa. La bocca disegnata in una linea sottile è dura. La fronte corrugata.
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Qualcosa In Cui Credere
Fiksi PenggemarLe parole scivolano come armi taglienti, troppo anche per chi al dolore è abituato. Arrivano fino in fondo, nell'abisso della tua anima, quella parte di te che non mostri a nessuno per vergogna. Neanche a te stesso.
