Harry E. Hannover, Ocho Rios, Jamaica.
Il suono del cellulare mi distoglie dai miei pensieri. Lo afferro con noncuranza e rispondo alla chiamata senza nemmeno preoccuparmi di aprir bocca. E' devastante, veramente devastante, sentirsi un topo in trappola. Vedere gli occhi grandi del gatto in agguato che ormai sa dove sono, capisce ogni mio movimento e non mi risparmierà. Nossignore. Non mi risparmierà.
«Signor Hannover!» E' la voce preoccupata di Friedrich a risvegliarmi dagli occhi inferociti del felino. Friedrich Smith è uno dei miei scagnozzi.
«Non dire una parola. Ho mal di testa.» Mormoro.
Mi schiarisco pigramente la voce e tiro un respiro profondo.
«Sarò chiaro e veloce, non voglio ripetermi. Non voglio errori. Siamo intesi? Ho bisogno di uomini. Molti uomini. Uomini preparati e fedeli. Sappiamo dove si trova, ma non agite, tenete sotto controllo ogni suo movimento e se dovesse dirigersi qui, lasciatelo fare.» Chiudo la chiamata e getto il telefono sulla poltrona accanto alla mia.
Penso, ma questa volta mi penso leone. No, non sono più un in inutile e sporco ratto. Io so di poter essere molto di più: posso essere il re della savana, senza alcun predatore che mi dia la caccia; la caccia la gestisco io. Se chiudo gli occhi quasi m'immagino lì, nell'Africa subsahariana, la criniera mossa dal vento, la libertà nel cuore, la fame e il potere di un sovrano sulle spalle. Messo lì, come uno zainetto pieno di piombo posizionato sulla schiena, proprio lì per rammentarti le responsabilità e il dovere di ogni re che si rispetti.
E così, gli occhioni terribili dello stupido gatto si fanno ora più teneri, e poi, riesco a vederla l'espressione che più mi compiace: il terrore.
Porta le zampette indietro, si fa piccolo piccolo, più di quanto già non sia e mi chiede pietà, prega il sovrano di non sbranarlo. Ma no, ci sono troppe voci nella mia testa che proprio non riesco a sentire le sue inutili preghiere e tutto quello che riesco a percepire è l'odore di morte.
Mi sveglio di soprassalto fra le lenzuola stropicciate del mio letto, lacrime di sudore scendono dalla mia fronte, la tachicardia regna sovrana così come la notte e il leone che ho sognato poco fa. Con mani tremanti afferro una sigaretta dal pacchetto sul comodino e ne accendo una. Mi dirigo verso il salotto e vedo Kevin malamente sdraiato sulla poltrona dinnanzi al camino.
«Incubo?» Mi dà le spalle ma riesce comunque a sentire la mia presenza.
«Sì.»
«Questa villa ti fa male, lo sappiamo bene. Ti rende debole, non possiamo starcene qui ancora molto.»
Distoglie l'attenzione dal fuoco e la punta nei miei occhi. Kevin è il mio amico più fedele, conosce ogni parte di me, anche quella più nascosta e mi stupisco del fatto che nonostante tutto, non mi abbia ancora tradito.
«Meglio sofferente che morto.» Mi siedo accanto a lui e mi massaggio le tempie doloranti.
Segue un lungo momento di silenzio, entrambi troppo persi nei nostri pensieri e nell'osservare le fiamme scintillanti del fuoco.
«Devo partire Harry. Devo tornare a New York. Adesso.»
Solo ora mi rendo conto delle valige che lo circondano e mi limito ad annuire con la testa.
«Oltre che a scoparti quella Vanessa, fai quello che ti ho ordinato. Ho bisogno di più informazioni possibili.» La testa dolorante causa un tono di voce troppo flebile al quale non sono per niente abituato. Kevin mi raggiunge, appoggia la mano destra sulla mia spalla e la stringe di poco. E' il gesto che fa di solito, quello che significa: "muovi il culo e spacca quello degli altri."
Non sono una persona che ama piangersi addosso, anzi mai l'ho fatto e mai lo farò. Ma c'è puzza di marcio sotto questa situazione e la confusione delle mie prossime mosse mi rende totalmente irrequieto. Non ho paura di Roman, non ho paura della morte, ma c'è qualcosa che mi fa paura: il dolore.
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HANNOVER; H.S
Fanfiction«Diventate così caste la mattina. In netta contrapposizione allo scenario in cui vi trovate: un uomo nudo con la voglia di fottervi ancora, lenzuola sgualcite, preservativi sul pavimento, bottiglia di vino vuota e..il profumo di sesso nell'aria. In...
