▶Chapter 11

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" Roxy! Attenta al taxi! "

Girai la testa a sinistra.

Il vuoto più totale. Buio nella mia mente, buio nei miei occhi. Non sapevo cosa mi fosse accaduto. Non ricordavo più niente.

Sapevo solo di trovarmi in una stanza. Una stanza di ospedale. Era la numero dodici.

*

Nella sala d'attesa c'erano tutti. C'era la mia famiglia che si abbracciava, si davano forza l'uno con l'altro.

Patricia era seduta accanto a Jas che le teneva la mano, Niall teneva stretta a sé Susanne, Harry aveva le braccia conserte ed una gamba appoggiata su di una parete, Zayn, invece, aveva a malapena la forza per pensare.

Quel giorno fu devastante per entrambi.

Liam intanto era seduto su una sedia con gli occhi persi nello strazio e le mani giunte.

C'erano tutti, meno che uno.

Louis.

Mancava, era l'unico. Non c'era nella sala d'attesa insieme a tutti gli altri.

<< Sono stato uno stupido, uno stupido. Dubitare!? Dubitare del nostro amore!? Ma come ho potuto?>> urlava pentito lo stilista mentre si dondolava su se stesso.

Harry lo consolava appoggiandogli amichevolmente una mano sulla spalla.

<< É successo. É inutile piangere sul latte versato Liam.>>

<< Ma non doveva! Non doveva succedere! E adesso è solo colpa mia! Ed io la amo. E non posso, non voglio perderla ...>>

Ed io non avrei mai potuto immaginare che avesse reagito così dopo il suo tradimento. Intervenne Jasmine mentre chiedeva a Patricia un fazzoletto per asciugarsi il volto incrostato dal pianto.

<< É solo colpa mia! Le ho mentito. L'ho tradita! Una vera amica non fa queste cose!>>

<< Andrà bene vedrete! Andrà bene.>>

Questa volta era la mia bionda collega ad intervenire convincendosi con gli occhi lucidi anche lei.

Niall consolava Susanne che sopraffatta dal dispiacere non riusciva a far nulla. Parlare, reagire.

Nulla.

Mia madre invece era straziata, straziata dal dolore. Non accettava e né mai si sarebbe immaginata che io, la sua piccola, si trovasse lì in fin di vita, che vegetava ora tra un "sì" e ora tra un "no" del primo medico di turno che passava.

Non parlava quella donna, era stranamente muta ed era proprio quel suo silenzio pensieroso ed inquietante che addolorava il tutto.

Con lo sguardo perso nel vuoto ed il viso marcato, sembrava cercasse un rimedio a quella soluzione ...

Quel corridoio tetro, quelle sedie nere e rotte che giacevano su una parete intonacata, quel muro grigio e quell'ascensore diroccato ... Non raccontavano nulla di buono, solo problemi.

Tanti problemi.

Si accostò loro un medico e dalla targhetta poggiata sulla tasca del suo camice, era più che prevedibile che si trattasse di un italiano come me.

Mia madre si sollevò con pesantezza dalla sedia avendo paura di qualsiasi tipo di affermazione rilasciata da quell'uomo.

Si era avvicinato a loro per dargli delle notizie.

<< Allora -prese a parlare-chi sono i familiari della ragazza?>>

Mia madre, Daniele e Wyatt si fecero avanti.

&quot; Goodbye &quot;Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora