CAPITOLO 10

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Ancora adesso la memoria rimbalza dentro di me come se avesse trovato un edificio con le porte lasciate aperte, in cui entri e tutto ti investe.
Mi sembra assurdo che un gesto così banale come l'accelerare di una macchina, abbia il potere di spalancare una porta che credevo chiusa da anni.
Sento ancora addosso il ticchettio del motore nella testa anche adesso, mentre Asher riporta la macchina sulla corsia, la strada che si allunga dritta davanti a noi e il tramonto che ci scivola accanto.

Penso che non sia colpa sua.
Questa è la somma di piccoli dettagli, di routine che non avevo mai avuto come l'ordine delle giornate, le cene seduti tutti insieme e persino le risate che riempiono le stanze.
Sono come una leva che scava piano e tira fuori pezzi di me che avevo sepolto.
Forse i ricordi aspettavano proprio questo: una vita che sembrasse normale e solida, per decidere che era il momento di riapparire.

Ma mi chiedo se sia proprio questo il prezzo della normalità, pagare l'emergere di memorie che avevo scelto di ignorare perché mi tenevano in piedi.
Stavolta non riesco a controllare la fuga dei ricordi, perché non sono ricordi nitidi come fotografie, ma frammenti che si accendono e si spengono, come un puzzle senza cornice.
È come se avessi nascosto pezzi di me in cassetti diversi e adesso qualcuno avesse trovato la chiave giusta.

Mi sento fragile, ma anche stranamente sollevata.
Sapere che qualcosa di mio esiste ancora, che non sono solo un foglio bianco su cui altri scrivono, per me è doloroso ma anche necessario.
Non voglio raccontarlo.
Non ancora.
Fingo di respirare piano, conto i secondi tra un respiro e l'altro per impedire alla testa di ricamare sopra ciò che vidi.
Sono sicura che Samantha con i suoi occhi cercherebbe qualcosa da leggere dentro di me, che Brent e Nathan troverebbero il modo di capire anche senza parole e Asher, che anche se non si mostra mai davvero, se gli dicessi qualcosa forse mi guarderebbe in modo diverso.
Ma non sono pronta a farmi guardare così.
Ammettere di essere stata spaventata, di avere pezzi mancanti, suona come una richiesta d'aiuto che non riesco a formulare.

Vorrei urlare che non voglio ricordare, che certe cose devono rimanere dove sono, ma vorrei anche poter dire che voglio ricordare tutto, perché forse solo così potrei capire chi ero prima che tutto si rompesse.
La contraddizione mi fa quasi ridere, se non avessi la gola così stretta per riuscire a farlo.
Ma ho imparato ad abitare tra due verità: quella che mi protegge, che mi ordina di non scavare troppo a fondo e quella che mi chiede a gran voce di sapere.
Ogni tanto vincono l'una e l'altra, oggi sembra che la curiosità tiri la corda un po' più forte.

Stringo le ginocchia al petto, seduta sul bordo del letto, il lenzuolo mi scivola tra le dita.
La camera è silenziosa, illuminata da una luce pallida che filtra dalle tende appena scostate.
Ogni ombra sembra più lunga, ogni rumore più distante.
Anche qui dentro il ricordo lascia un'eco, sento il motore, la voce roca e la paura di essere lasciata indietro.

Passo un pollice sulla cucitura del copriletto, chiudendo gli occhi un istante, un gesto automatico che mi calma.
Mi sembra di sentire ancora il vento venirmi addosso e l'odore della strada, la gola che si stringe e il respiro che si fa corto.
È solo un frammento, non può farmi male adesso.
Ripenso al momento in cui Asher ha fermato la macchina e si è messo accanto a me in silenzio, promettendomi di non dire nulla a nessuno.
Quel momento silenzioso è stato importante per me e mi chiedo se Asher rimanesse sempre così comprensivo, forse potremmo davvero andare d'accordo un giorno.

Riapro gli occhi lentamente.
Le pareti della stanza, i mobili ordinati e l'aria in cui aleggia il profumo dolce di vaniglia del diffusore.
Sono qui adesso, ed è reale.
Cerco di ancorarmi a questi dettagli, ma il pensiero continua a tornare, come un'onda che si ritira e poi si infrange di nuovo.

Sto per sprofondare ancora in quell'immagine quando un bussare leggero interrompe tutto, tre colpi discreti sul legno della porta.
Il suono mi fa sollevare la testa di scatto e per un attimo non so se rispondere o fingere di non esserci.
Ma alla fine mormoro un «Si?» appena percettibile.
La porta si apre piano, senza fretta e il viso di Brent compare nell'angolo dell'uscio.
Lui non è mai invadente, resta a metà tra dentro e fuori, come se volesse lasciarmi la scelta di accoglierlo o meno.

Quello che mi resta di teDove le storie prendono vita. Scoprilo ora