Capitolo 3

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III



Stava malissimo. Non sentiva più gli arti e dentro di sé bruciava come se gli avessero messo della brace viva in corpo.
Sudava copiosamente mentre, nella gabbia toracica, i polmoni erano stretti in una morsa che gli consentiva a malapena il respiro. Riusciva a restare lucido solo per brevi istanti prima di crollare nuovamente. Pensò di essere morto, ma la sensazione di malore che lo pervadeva era troppo vivida.

Di colpo alcune voci lo destarono. Stavano discutendo in maniera decisa e concitata, al punto che riuscì perfino a cogliere alcuni frammenti confusi di conversazione.
« Non possiamo continuare a sprecare i nostri pochi rifornimenti... quel mostriciattolo continua a peggiorare... morirà... fidatevi può ancora salvarsi... hai il cuore troppo tenero... aspettate... ».

Malgrado si sforzasse di restare concentrato tutto quello che accadeva intorno gli giungeva ovattato, come anche le sporadiche schegge di discorso. Il senso di ciò che udiva risultava inoltre troppo distorto per essere incomprensibile, rendendogli impossibile anche solo capire se a parlare fosse un individuo o più d'uno.

«... Non possiamo lasciarlo morire... ogni vita è importante...siamo rimasti in pochi... arriveranno...».

Altri brandelli di conversazione, altra confusione.

« Bizzarro », pensò debolmente il giovane, sforzandosi di capire dove fosse finito. Se era vivo era probabile che qualcuno lo avesse tratto in salvo. Non vi erano alternative in merito.
Si sentiva però troppo stanco per indagare. Perfino per sollevare le palpebre era una fatica insostenibile, come anche respirare e deglutire.
A seguito di quel pensiero le voci presero ad allontanarsi per l'ennesima volta, stavolta più del solito, lasciandolo in un completo silenzio che, pian piano, lo cullò, facendolo scivolare nel mondo dei sogni.

Dormire tranquillamente non si rivelò però cosa semplice.
Gli incubi lo perseguitavano costantemente, lasciandolo vittima di allucinazioni talmente vivide da crederle reali.
Vide visi scavati e scorticati, contratti in espressioni animalesche e cariche di bramosia sanguinaria. Veri e propri orrori il cui unico scopo era quello di inseguirlo senza sosta, fin nei recessi della sua mente, nella speranza di sbranarlo.

Altre volte era invece preda dei lamenti di orribili spettri danzanti. Spiriti dannati intenti ad intonare una macabra melodia con centinaia di braccia che danzavano, si dividevano e si combinavano in forme senza senso. Cercavano di infiltrare le loro terribili nenie nella sua testa, ma neppure tapparsi le orecchie gli impediva di filtrare e sconvolgerlo da dentro.
Avrebbe voluto gridare con quanto fiato aveva in corpo, con la speranza di svegliarsi e fuggire da quella tortura, ma l'unica cosa che poteva fare era rimanere immobile. O almeno finché, stanchi di torturarlo, costoro non svanivano per lasciare il posto a qualche altra terribile novità.

In alcuni frangenti però, le orribili visioni cedevano il passo a momenti di maggiore tranquillità, dove una soave fanciulla giungeva a recargli conforto. Questo serafico essere, il cui viso era talmente affascinante da ipnotizzarlo completamente, mostrava un fisico slanciato, con le curve di anche e seni coperte da un vestito lungo color del sangue, che si scontrava con la pelle chiara come il latte. I lineamenti gentili ma decisi del naso poi, incorniciavano un paio di labbra carnose espresse in una forma appena allungata e lievemente incurvate in un dolce sorriso. Il tutto, abilmente contornato da folti capelli rossi uniti in una treccia unica che gli scendeva dietro la schiena, erano sufficienti a rincuorarlo.

Malgrado tutto però, erano i suoi occhi a stregarlo maggiormente. Risultavano due lame di ghiaccio eterno, taglienti ed affascinanti, tranquillamente capaci di trafiggerlo da parte a parte da un momento all'altro, se solo un capriccio di lei l'avesse richiesto.
L'espressione disegnata su quel quadro vivente tuttavia lo intristì immensamente. Ella sembrava così ingiustamente seria, un qualcosa che non avrebbe mai dovuto sciupare un cosi incantevole splendore.
Talvolta il viso si limitava ad osservarlo recante quella quel duro cipiglio. Altre, invece, si rivolgeva a lui in una lingua sconosciuta, accarezzandogli le orecchie con parole delicate che scandiva una ad una.
Anche la sua voce lasciava trasparire stanchezza e rimpianto. Al punto che, seppure non riusciva a capirla, era indotto ad ascoltarla con la massima attenzione.
E così, con il susseguirsi delle apparizioni, quella musica celestiale prese man mano ad acquisire un senso nella sua mente, divenendo un chiaro messaggio.

Nome in codice "Lune di Sangue"Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora