Silvia Tordelli viveva secondo il motto "carpe diem". Aveva colto l'attimo riuscendo a intrufolarsi alle prove del Macbeth, e l'aveva fatto una seconda volta tuonando il suo nome e il suo invito in risposta alla fatidica domanda della scena quinta. Ora, dopo aver accolto il divo con due calici di bianco, e aver messo in fresco la bottiglia ben più costosa che aveva portato, si apprestava a cogliere l'attimo ancora una volta, frugando nella sua giacca mentre usava il bagno.
La prima cosa che notò fu il taglio e la qualità della stoffa, entrambi eccellenti. Delle chiavi nelle tasche esterne, assieme a qualche banconota di medio taglio. Saggio, avere abbastanza contante da poter pagare un taxi ma non abbastanza da doverlo contare con attenzione. Le tasche interne furono più proficue. Un pacchetto di gomme da masticare, bustine contenenti la quadratura del cerchio -più d'una constatò con piacere-, un accendino, una specie di portachiavi dalla forma curiosa, che estrasse delicatamente.
Era una lampada, di quelle arabe. Silvia alzò un sopracciglio. Sapeva benissimo delle superstizioni degli attori, ma anche che solitamente i portafortuna erano reputati oggetti maledetti. Che il grande Campanini fosse immune alle superstizioni? O forse la sfortuna non osava sfiorarlo, per non rovinare un così perfetto fiore? Decise di cogliere l'attimo ancora una volta. «Desidero passare il resto della mia vita con Arturo Campanini» mormorò a se stessa, una scherzosa sfida al destino.
La voce, stentorea e possente, che sentenziò «Sarà fatto.» la spaventò facendola sussultare, e il portachiavi cadde sul tappeto. Nello stesso momento, si aprì la porta del bagno. Silvia si voltò rapida verso un Arturo più attraente che mai, spingendo il portachiavi sotto al divano. L'avrebbe recuperato e rimesso al suo posto più tardi. Così non fu.
