Miti di Apollo - Pitone, l'esilio in Tessaglia e Dafne

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Apollo e il serpente Pitone


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La nascita di Apollo e Artemide fu un evento straordinario che riempì di gioia tutti coloro che ne vennero a conoscenza. Il mare si tinse di porpora e oro e la terra tremò per celebrare l'occasione. Persino la veneranda Temi, della stirpe dei Titani, scese dall'Olimpo e andò fino a Delo per offrire con le sue mani al neonato Apollo il nettare e l'ambrosia, il cibo e la bevanda degli dei. Ma appena il piccolo dio li ebbe assaggiati cominciò a crescere a vista d'occhio, squarciando le fasce in cui la madre lo aveva avvolto, fino a diventare, nel giro di pochi attimi, un giovane aitante alto, bello e forte. Le prime parole che pronunciò furono perentorie: ordinò che gli venissero subito dati arco e frecce, affermando che da quel momento in poi egli avrebbe potuto predire il futuro.


Temi, o Themis, è la figlia di Urano e Gea, sorella perciò sia di Crono che di Zeus. Era una dea celebre per l'oscurità dei suoi oracoli e fu la prima moglie del re degli dei, da cui ebbe diverse figlie: le Ore (personificazioni divinizzate delle stagioni), le tre Parche, le Esperidi e Astrea, dea della giustizia. Il suo nome significa "irremovibile", perciò viene identificata come la personificazione dell'ordine e della giustizia eterna. 


In pochi istanti, Apollo venne a conoscenza di tutti gli eventi passati e molti di quelli futuri, e nacque in lui un grande rancore quando apprese tutte le difficoltà attraverso cui sua madre Leto aveva dovuto districarsi per poter far nascere i suoi figli.
Pochi giorni dopo la sua nascita, perciò, Apollo partì alla ricerca del Grande Serpente Pitone, che aveva perseguitato a lungo e crudelmente sua madre, senza lasciarle un attimo di pace.
Si diresse nella Focide, ai piedi del monte Parnaso, dove si trovava l'orrenda e immensa tana del mostro. Per costringere il rettile a uscire da quell'antro buio, il dio accese una grande torcia di resina che rilasciava una nube di denso fumo nero  e la gettò nel punto più profondo della caverna. Quando Pitone, costretto ad abbandonare la sua tana, si mostrò alla luce, Apollo inorridì davanti al suo aspetto, ma, mosso dal desiderio di saldare quel conto in sospeso per l'amore di sua madre, non ebbe paura dei Pitone e si preparò a colpirlo. Teso l'arco, scagliò un nugolo di frecce sul mostro, ancora frastornato a causa del fumo inalato. Non esitò neanche una volta, tutti i suoi colpi andarono a segno, non per niente era il dio del tiro con l'arco, e alla fine la bestia, contorcendosi agonizzante, si abbatté al suolo e giacque immobile, morta.


Questa lotta ha un significato simbolico: spesso e volentieri nella mitologia, e non solo quella greco-romana, si parla di serpenti, idre e altri simili rettili uccisi senza pietà dagli eroi. In realtà si trattava di rappresentazioni di grandi opere di bonifica e prosciugamento di paludi mefitiche. Una delle più grandi e profonde di queste paludi si trovava appunto nella valle ai piedi del Parnaso, e il suo risanamento fu attribuito ad Apollo, dio del Sole, perché erano stati la sua luce e il suo calore a prosciugarla in gran parte. Inoltre, Apollo era il dio della salute, che venne venerato e ringraziato per molto tempo dopo la scomparsa di quella palude, dato che diverse malattie smisero di portare morte e dolore in tutte le terre circostanti, grazie alla scomparsa dell'ambiente malsano che le faceva proliferare.

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