Atena e Aracne

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Un'altra prova delle spiccata femminilità di Atena è data dal fatto che ella presiedeva molto volentieri ai lavoro delicati che vengono prodotti dalle dita delle donne: soprattutto la tessitura e il ricamo.

La dea aveva tessuto e ricamato con le sue mani la veste nuziale di Era, e le donne greche, tutte famose tessitrici e ricamatrici, riconoscevano di dovere quella loro decantata perfezione in quelle attività all'ispirazione di Atena.

Soltanto una di loro, una fanciulla della Lidia, Aracne, si rifiutava di riconoscere la dea come sua maestra. Ella, infatti, era straordinariamente brava nei lavoro femminili: le ninfe scendevano dai loro recessi montani, risalivano dalle loro valli, abbandonavano e fonti fresche e le acque dei loro fiumi per correre ad ammirare la finezza sorprendente del lino che lei tesseva o la morbidezza e la vivacità dei suoi ricami. Una di queste ninfe, un giorno, le domandò se avesse avuto come maestra la dea Atena. Aracne si offese molto per questa domanda, quasi come se fosse un grave oltraggio pensare che la perfezione della sua arte derivasse da chicchessia, fosse anche una dea! Così, nella sua pericolosa presunzione, osò sfidare Atena in persona a misurarsi con lei.

La dea accettò la sfida. Nel luogo designato per lo scontro c'erano due telai: le due sfidanti si sedettero ognuna di fronte a un telaio e per ore nessuno parlò più. Nel chiuso laboratorio si sentiva solo lo scatto secco dei pedali, lo scorrere lieve della spola tra i fili dell'ordito e il battere alternato delle calcole. Nella tela della dea era rappresentato l'Olimpo con tutte le sue divinità; in quella della sfidante c'erano invece alcune scene d'amore. 

Alla fine, ne vennero fuori due veri capolavori. Nessuno in realtà sarebbe stato in gradi di dire quale fosse il migliore. Invano Atena girava e rigirava la tela di Aracne tra le sue mani, controllando punto per punto, ma i suoi occhi divini non riuscirono a individuare il più lieve difetto. Incredula e accecata dallo stupore di essere stata eguagliata da una mortale, la dea commise un'ingiustizia, lei che solitamente era giusta e generosa: strappò la tela della sua rivale, riducendola a brandelli. Un capolavoro totalmente distrutto!

La povera Aracne, non potendo sopportare un tale affronto, e senza potersi vendicare, voleva solo uccidersi: ma Atena, non volendo sprecare un talento così brillante, la salvò. Non poteva però lasciare impunito l'orgoglio della fanciulla che aveva osato sfidare una dea dell'Olimpo: la trasformò in un enorme ragno nero, e da allora la disgraziata tessitrice sospende i suoi fili infiniti nell'aria tra i rami degli alberi e le pareti delle montagne.

La vicenda venne dimenticata col passare del tempo, e ora nessuno vede più la grande Aracne da molti secoli.




La Vergine per Eccellenza

Parthenos, che in greco significa "la Vergine", è uno dei più famosi epiteti con i quali è conosciuta la dea Atena: infatti ella non si sposò mai, preferendo conservare la sua verginità. Sempre occupata a proteggere le città e gli eroi e a favorire le arti e le attività degli uomini, non aveva tempo di pensare al matrimonio e all'amore. 

Il suo pudore di vergine era fiero e orgoglioso a tal punto che fu protagonista di un mito insieme a Tiresia, figlio della ninfa Cariclo. Un giorno il ragazzo si trovò a passare involontariamente vicino a un fiume in cui la dea stava facendo il bagno; concentrato solo sulla sete che aveva, si avvicinò seguendo il rumore dell'acqua gorgogliante e sorprese Atena nuda seduta sulla sponda del ruscello. La dea, sdegnata, si slanciò sull'intruso coprendogli gli occhi con una mano per fare in modo che Tiresia non vedesse più di ciò che aveva già visto: l'impeto di quel tocco lo rese cieco. Impietosita, Cariclo chiese ad Atena di fare qualcosa per Tiresia che compensasse quella mancanza. Così la dea lo risarcì col dono della profezia che lo rese il più celebre indovino di tutta l'antichità.


Tra le innumerevoli imprese di Atena a favore degli eroi, bisogna ricordare l'aiuto che diede ad Achille per farlo vincere contro Ettore sotto le mura di Troia; e poi a Ulisse e a Telemaco per affrettare il loro ritorno a Itaca; agli Argonauti, che assistette nella costruzione della loro nave Argo, sulla quale fece mettere a prua il legno parlante che diresse il loro viaggio; e infine a Ercole, per rendergli più agevoli le dodici fatiche.





Pallade Atena era rappresentata armata com'era appena nata, in piedi, con una lunga tunica pieghettata che scendeva fino a toccare terra, col petto coperto da una pelle di capra frangiata d'oro, in mezzo alla quale stava la testa mozzata di Medusa contornata dalle sue serpi, che pietrificava chiunque la guardasse. Con la mano sinistra stringeva una vittoria alata, la destra era appoggiata allo scudo ovale che toccava i suoi piedi. La sua bellezza era semplice e modesta, severa, ma piena di nobiltà. Gli occhi erano cerulei, splendenti, che le valsero l'appellativo di Glaucopide. Le erano sacri l'olivo, la civetta e il dragone.

In suo onore venivano celebrate ad Atene le due feste Panatenee: le Grandi Panatenee, che ricorrevano ogni cinque anni, e le Piccole Panatenee, altrettanto solenni, che avevano luogo ogni anno ai primi di settembre. Durante queste feste, tutta la popolazione dell'Attica si riversava nella capitale, fondendosi coi cittadini. Per tre giorni tutte queste genti diverse, unite dal sentimento della stirpe e della religione comuni, assistevano ai Giochi: gare di cori, della cetra, del flauto, di recitazione, di danza e anche, nello Stadio, alle gare di lotta, di pugilato e di corsa. il quarto giorno si metteva in moto la processione solenne che portava sull'Acropoli un ricco peplo che le donne ateniesi ricamavano da nove lunghi mesi e con cui si rivestiva l'antica statua in lego della dea (il Palladio), che la tradizione diceva essere caduta dal cielo e che veniva conservata nell'Eretteo, il più piccolo tempio dell'Acropoli, una specie di cappella votiva. Il carro, centro della processione, aveva la forma di una piccola nave, sul cui albero maestro veniva issato il peplo, come una vela. Il corteo era composto dalle figlie dei cittadini più famosi e importanti, chiamate canefore (portatrici di canestri), dato che portavano sulla testa dei canestri con tutto il necessario ai sacrifici; seguivano i più anziani della città che portavano ramoscelli d'olivo; poi i rappresentanti delle città alleate, i sacerdoti e infine gli innumerevoli fedeli. Il corteo, dopo aver girato per ore nelle vie principali della città, si scioglieva davanti al più grande tempio in onore di Pallade Atena, il Partenone, sotto la statua di 12 metri scolpita da Fidia.

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