Granpasso

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Capitolo 9

Jonghodo osservò stupito la ragazza davanti ai suoi occhi. Alta e dal fisico esile, Granpasso doveva avere su per giù la sua età. I capelli le ricadevano sulle spalle lisci mentre un ciuffo sulla fronte era stato legato in una treccia. Ma ciò che lo aveva colpito fin da subito erano i suoi occhi scuri che lo osservavano come se potessero leggergli dentro. Superato un primo momento di shock per aver scoperto che il famoso amico di Onewdalf fosse in realtà una donna, si schiarì la voce e prese parola:

"Non credevo fossi così..." Non sapeva come esprimersi. Cercava di soppesare le parole per evitare di essere scortese.

"Che fossi così donna forse?" Nella sua voce un tono sarcastico. "Ti sembra così strano che possa essere uno dei raminghi anch'io?"

"No, scusami. Soltanto che Granpasso mi sembrava un titolo adatto ad un uomo un po' più rude. Tutto qua."

"Caro Hobbit, pensi che le mie gambe lunghe mi servano soltanto per bellezza?"

Jonghodo fece per rispondere, ma un forte rumore lo fece trasalire, gelandogli il sangue per una frazione di secondo. Senza alcun preavviso, l'uscio della porta di legno fu praticamente divelto dal suo asse da una figura con in mano una sedia.

"Lascialo andare o ti sistemo io, Gambelunghe!!"

Una inferocita Giam entrò di prepotenza dall'entrata brandendo una seggiola in alto, come fosse chissà quale potente arma. Quando aveva sentito quella voce femminile parlare di cosce e di gambe longilinee non ci aveva capito più nulla.  Il sangue le era salito al cervello e, abbandonando la sua solita razionalità, era partita alla carica come un toro.

Ma chi si credeva di essere quella donnicciola per rapire così il suo Padrone e portarselo in camera!?

"Sei risoluta mia piccola Hobbit!" Esclamò la raminga dai capelli bruni notando con quanto fervore si fosse rivolta a lei. Notò lo sguardo stizzito che l'altra giovane le rivolgeva e in un attimo capì tutto.

Era innamorata persa di quel fessacchiotto!

"Non chiamarmi piccola!" Sbottò Giam agitando la sedia in aria. "Hai due secondi per spiegarmi perché hai rapito il mio Jong" Si morse la lingua. "Volevo dire... il mio Padrone!” concluse paonazza. Era agitata, ma doveva controllare le sue parole o si sarebbe fatta scappare qualche rivelazione di troppo.

Jong… Erano anni che non sentiva quel nomignolo uscire dalla bocca della Hobbit.
Jonghodo nel sentire quello slancio di fedeltà nei suoi confronti sentì un tiepido calore all'altezza del cuore. Quasi non riuscì a trattenere un sorriso. Erano stati giorni duri quelli antecedenti al loro arrivo alla locanda. Dopo l’incidente al lago e quel momento così intimo condiviso, non sapeva come approcciarsi a lei. Da una parte avrebbe voluto chiederle spiegazioni per lo strano comportamento, dall’altra avrebbe voluto cancellare tutto di quella sera. A partire da quella strana sensazione che aveva provato al contatto della pelle della ragazza. Aveva quasi paura di ammettere a sé stesso che si era sentito attratto da lei.

Non dopo tutti quegli anni.

Tuttavia, da quando avevano lasciato la Contea la sua giardiniera non aveva fatto altro che stupirlo, nel bene e nel male.

"Calmiamoci. Io non ho rapito nessuno. È il caro signore qui presente che si è fatto beccare ad usare l'Unico davanti a tutti." Li rimproverò.
Giam fissò la donna incredula. Poi si rivolse al suo Padrone con aria interrogativa.

Come faceva a sapere dell’anello?

"È stato un incidente..." Cercò di scusarsi il suo portatore.

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