Al mattino stavo molto meglio e avevo le idee piuttosto chiare su cosa avrei fatto. La notte aveva portato consiglio. Mi vestii con cura, ma velocemente, volevo solo gettarmi tra le braccia di Sirius, alla fine avevo deciso di seguire il mio cuore e andare incontro a un futuro tempestoso ma che avrebbe stimolato la mia vita. Domare Sirius, sarebbe stato ancora più difficile che domare il Kelpie, e probabilmente non ci sarei mai riuscita, ma non mi ci vedevo a fare la Molly Weasley della situazione, in una casetta con più figli che stanze, a sferruzzare maglioni informi. Ero pronta ad accettare luci e ombre di colui che avevo sognato al mio fianco dalla più tenera età. Scesi lo scalone in mogano che conduceva al piano nobile della dimora londinese, facendo le scale a due a due saltellando, guardata con cipiglio indispettivo dal vetusto quadro di Walburga, la mammetta di Sirius, dolce e amorevole creatura. Secondo me avrebbe fatto scappare con la coda fra le gambe anche Voldemort in persona, se avesse avuto la cattiva idea di contraddirla. Avevamo tentato di tutto per tirar via quel quadro dalla cornice barocca, ma l’incantesimo di adesione permanente gettato su di esso era talmente potente da non essere sparito nemmeno alla morte della strega, qui in senso proprio di strega malefica, quindi a meno che non avessimo demolito la parete, lo avremmo dovuto sopportare. Anche il tentativo di occultarne la vista con un drappo era stato inutile. La vecchia urlava da dietro il pesante tendaggio, rendendo impossibile ogni forma di dialogo. Mi guardava feroce, mentre maltrattavo i suoi preziosi scalini, saltellandoci sopra e sollevando polvere dalla passatoia rosso granata.Le feci una linguaccia e saltai giù dagli ultimi tre gradini, senza avvedermi di Sirius, che con gli occhi da “ho bevuto anche lo Stige in versione alcolica e fumato tutta l’erbapipa esistente nella terra di mezzo”, passava di li uscendo dal salone. Cozzammo poco dignitosamente e rovinammo a terra, accompagnati da un pacchiano vaso decorato con sagome di Megere, fiero lascito di un trisavolo dai gusti assai discutibili e molto amato dalla donnetta sopracitata. Walburga si mise le mani nei capelli per lo scempio e si girò di spalle, mentre io, sopra a Sirius, Approfittai della posizione di vantaggio per baciarlo. Sentii le sue mani sulle mie spalle,mi teneva stretta a se, baciandomi a sua volta. “Tempo fermati, ora, te lo ordino, tempo fammi congelare in questo istante rendendolo eterno”. Sentii qualcosa, e non era un principio di congelamento, anzi…. Sirius avvampò e mi spinse via, alzandosi in fretta e allacciandosi per bene la giacca, quando vide il mio sguardo perplesso adocchiare i suoi pantaloni. Tossicchiò cercando di ricomporsi e assumere un tono severo. “ Si può sapere cosa hai combinato nel salone? Hai giocato ancora con le tue erbe divinatorie?” Lo guardai offesa. Proprio lui veniva a farmi la morale? Con tutti i suoi segreti e i suoi sotterfugi. Piccata gli risposi: “Proprio tu vieni a farmi la morale. Vogliamo parlare di quel famoso uovo di Chimera rubato dal negozio di Sinister? Dove caso strano sono stati rinvenuti dei peli di un probabile animagus nero?” “Questi non sono affari tuoi. Mi sembra di averti detto che non gradisco che tu giochi a fare il Magi investigatore assieme a quel ragazzino di Scamander !” A quel punto mi inalberai veramente, soprattutto dopo che avevo dovuto fare il gioco sporco con quel vecchio lascivo di Vlad Oldman, quando sulle rive del Balaton stavamo cercando di venire a capo del mistero del Kelpie. Gli risposi quindi con rabbia. “Non mi sto divertendo a fare indagini però sappi che Jack è molto vicino alla verità, inoltre negli ambienti oscuri circola la voce di averti visto scomparire in qualche angolo buio e poi veder ricomparire un grosso cane nero. Per cui se permetti sono io a esigere delle spiegazioni; sono abbastanza stanca di tutti questi misteri e di tutte queste tue sparizioni a Black Nest. Stanca dei tuoi continui tira e molla. Un giorno dici di amarmi e il giorno dopo scompari senza una parola. Sei sempre ubriaco, sono settimane che non ti fai una doccia e … ho paura che ti chiudano a Azkaban per questa storia.” Conclusi sull’orlo della disperazione, arrabbiata e in preda a un pianto convulso. Questa volta fu lui a guardarmi contrito, tirandosi i peli della barba segno che non sapeva cosa dire per tirarsi fuori dai guai, e limitandosi a ribattere: “Devi fidarti so benissimo quello che sto facendo.” “Ah! Io devo quindi fidarmi, mentre tu non hai nessuna fiducia in me. Bene, caro il mio Felpato, sappi che non sono disposta ad accettare questa situazione. O mi dai delle spiegazioni o me ne vado!” “E dove vuoi andare? Innanzitutto sei ancora minorenne, in secondo luogo ti è vietato fare magie fuori da scuola e, infine, a meno che tu non voglio farti ospitare dal tuo amico Jack Scamander, mi sembra che non abbia nemmeno una casa dove andare.” Ero furente. una casa dove andare ce l'avrei avuta, la casa di mio padre, il mio vero padre. Ma non avevo assolutamente voglia di stare a questionare su queste sottigliezze. Mi limitai a voltargli le spalle e uscire di casa sbattendo il pesante portone di quercia. Andai verso il ministero, avevo le scatole piene di quell’atteggiamento. Stava perdendo il suo fascino romantico tutto quel suo atteggiamento. A quel punto avrei fatto bene a dar retta alla ragione e ad accettare la corte di Jack. L’immagine di Molly Weasley che faceva la calzetta, non mi sembrò più così insulsa, ma anzi il segno di una grande serenità interiore. Cosa che a me mancava del tutto, ma che forse avrei trovato accanto a Jack. Anche lui mi stava aspettando, pur non sperando che fossi andata li, visto che l’indomani sarei dovuta ritornare a Hogwarts, per gli esami di fine anno. Non starò a narrare la giornata che trascorremmo assieme, avendolo già fatto in altro luogo, per cui manderò un po' avanti la mia giratempo e arriverò al momento in cui, finalmente decisi cosa fare della mia misera vita. Era ormai il crepuscolo, il sole arrossava il cielo e già si intravedeva il timido comparire della luna, anch’essa tinta di rosso. Le vie di Diagon Alley si stavano spopolando, mentre aumentava il traffico nei viottoli bui che conducevano a Notturn Alley. Del resto era risaputo che certi affari era meglio trattarli lontano da occhi indiscreti, soprattutto in quel periodo in cui diversi personaggi del ministero giravano attorno per indagare su famoso furto dell'uovo di chimera. Jack durante la giornata mi aveva aggiornato sulle novità e , come temevo, era sempre più vicino a scoprire la verità sul misterioso animagus le cui tracce avevamo rinvenuto sul luogo del furto. Visto il trattamento ricevuto da Sirius volevo fregarmene: questo che era tanto sicuro di sé, poteva anche vedersela da solo col ministero della magia, gli auror ed eventualmente con i dissennatori di Azkaban. Ma fondamentalmente ero troppo buona, e cercai comunque di fuorviare l’attenzione di jack dal furto. Del resto ero perfettamente consapevole che lui avesse un debole per me, e visto che provavo attrazione per lui, non sarebbe stato un grande sacrificio portare la sua attenzione su altri discorsi. Soprattutto dopo aver deciso che avrei accettato la sua corte. Eh già, ancora non avevo le idee molto chiare. Eravamo dunque nelle strade semi deserte, quando la voce di Jack si fece più bassa, vibrava di emozione e improvvisamente mi diede un bacio. Non potei fare a meno di paragonarlo a quelli di Sirius, erano totalmente diversi, ma non era male. Lo ricambiai, ma non riuscii a non pensare , guardando la luna rosso sangue nel cielo, a quanto essa era stata nefasta per Filemazio. Jack dovette accorgersi di qualcosa, si scostò guardandomi negli occhi, preoccupato di essersi spinto troppo oltre. Non riuscii a spiegargli, in realtà non avrei nemmeno saputo cosa dirgli a riguardo dell’arcano vaticinio di mille anni prima che aveva portato alla distruzione del popolo Taltos. Un ringhio nervoso ci fece sussultare entrambi, un enorme cane nero ci guardava con occhi bragia. Ma non era un gramo, era lui. Jack, si interpose tra noi, pronto a difendermi, quando il cane gli si avventò addosso gettandolo a terra. Tale era la sua rabbia, che pensai lo avrebbe ucciso. I canini aguzzi puntavano sulla gola del mio compagno, che a terra, inerme, senza bacchetta, gli era caduta durante l’aggressione, era completamente alla sua mercè. “ Sirius non farlo” esclamai. “ Tu non sei un assassino” Jack mi guardò stupito, mentre l’animale, richiamato dalle mie parole alla realtà di quello che stava per fare, si ritrasse dalla preda e riprese le sue sembianze umane. Sirius si voltò a guardarmi, mentre Jack si rialzava , dopo aver ritrovato la sua bacchetta. Anche Jack mi guardò, smarrito, capivo dall’espressione del suo volto che si sentiva preso in giro, ma come avrei potuto spiegargli tutto in quegli attimi concitati, dove ogni secondo era prezioso. Sirius aprì le braccia verso di me. “ Fidati” mi raggiunse la sua voce come un sussurro, portato dal vento. Non avevo tempo di pensare o riflettere, dovevo fare una scelta affidandomi al cuore. Senza titubare corsi tra le braccia di Sirius, avevo deciso di fidarmi, e mentre Jack lanciava il suo incantesimo, ci smaterializzammo nella notte, verso quello che per me era l’ignoto. Non avevo alcun timore, al mio fianco c’era lui. Approdammo quindi a Black Nest. Era da parecchio tempo che non vi mettevo più piede, ma capii subito che c’era qualcosa di diverso nell’aria, qualcosa che non era presente durante il mio ultimo soggiorno li. Avrei voluto fargli mille domande, ma lui mi guardava coi suoi occhi di ghiaccio e mi sorrideva, con una espressione nuova, più aperta e rilassata. Le domande avrebbero potuto attendere, adesso era il nostro tempo. Tutto il resto faceva parte di un'altra vita, questo lo sentivo chiaro nel mio essere. Nel preciso istante in cui mi ero gettata senza remore tra le sue braccia, avevo saputo che tutto sarebbe cambiato.
I giorni trascorrevano lenti e pigri a Black Nest, il nostro paradiso personale, precluso a chiunque non fosse espressamente invitato e guidato li da Sirius, il padrone di quell’atollo lussureggiante, circondato dall’oceano. Black Nest era irraggiungibile dal mondo esterno e dalle sue leggi, grazie al magico uovo di Chimera, sito nella sua pietra angolare, Sirius ne era a tutti gli effetti il re e le leggi vigenti in quel luogo erano quelle dettate dalla sua parola. Non per questo si erse a despota, anzi da quando arrivammo li il suo carattere cambiò, la sua natura si fece meno ombrosa e il suo sorriso divenne raggiante. Ci amavamo, impetuosamente , lasciandoci trasportare dalla corrente della passione, come avvolti da una perenne fiamma che non permetteva mai alla sete che avevamo l’una dell’altro di placarsi. Era una dimora antica e imponente, ma non mancava nessuna comodità e le stanze erano ariose e ventilate, con il lieve odore salmastro dell’oceano che penetrava dalle ampie finestre che si affacciavano su di esso. Era elegante e sontuosa, arredata con gusto raffinato ma non pacchiano e al contrario di Grimmauld Place, non dava alcun senso di oppressione. La nostra camera, dove i primi giorni trascorremmo quasi tutto il nostro tempo era enorme, con colori che sfumavano dal celeste al bianco. I tessuti e i drappeggi erano leggeri e delicati e le finestre perennemente aperte, aprivano la vista su un terrazzo di pietra bianca, che pareva essere più una continuazione dell’alcova che una struttura a se stante. Tutti i giorni fiori freschi venivano posti sulle mensole dell’ampio camino bianco, bellissimo ma abbastanza inutile, visto il clima sempre temperato del luogo e l’impossibilità di usarlo come metropolvere. Non sembrava nemmeno essere un luogo reale, ma in una sorta di paradiso caduto per sbaglio sulla terra. Kreatcher ovviamente era rimasto a Londra, in quanto egli era al servizio di quella dimora, ma anche a Black Nest vi era una sorta di elfo domestico. In effetti non era un vero elfo, ma un magicospino, molto affezionato a Sirius, come a suo tempo lo era stato a suo zio Furud. Seppur dall’apparenza scontrosa era un ottima compagnia, con le storie e gli anedotti che amava raccontare e la profonda conoscenza che aveva di quei luoghi che abitava da tutta la vita. Il maniero era dotato anche di una vasta biblioteca, ove vi erano raccolti innumerevoli trattati, magici e non , oltre che una parte dedicata solo allo allo studio della storia delle origini della famiglia. Le cui radici si perdevano nella notte dei tempi e toccavano tutte le parti del mondo e comprendeva sia maghi che babbani, alcuni anche di una certa rilevanza storica. Furud era stato un uomo colto, amante della storia e amante dell’astronomia, che amava vergare con caratteri eleganti moli enormi di manoscritti. Amava l’astronomia e in gioventù si era spesso mischiato fra i babbani, ma l’unica persona che avesse mai portato in quel luogo era il nipote prediletto, con cui sentiva di avere forti affinità e a cui aveva lasciato quei luoghi incantati. Anche Sirius amava la biblioteca, dalla quale io stessa trovai diletto, usufruendo dei numerosi volumi che trattavano del Futhark e dei riti silvani della magia ancestrale di Odino. Attorno alla dimora vi era un prato con annesso un giardino di notevole varietà, piante magiche e non si innalzavano dalle aiuole perfettamente tenute da Leonard, il magicospino di cui sopra, scoppiando di colori e attirando anche diversi tipi di fauna. Anche questa era presente sull’isola. Leonard nei momenti di quiete, mi raccontava la storia di Orwell e di come avesse tempo addietro, aveva creato un habitat perfetto per le creature magiche che erano in pericolo di estinzione e che nonostante le loro diversità, coabitavano felicemente in quella sorta di Eden e della piccola battaglia che vi era stata alla sua morte, quando un altro mago, erroneamente creduto essere il suo erede, volle raccoglierle come un esercito per prendere il dominio sul mondo. Con la sua cacciata, gli ultimi eredi spirituali di Orwell, fecero si che quel lembo di terra, una volta attaccato a una penisola, di cui era promontorio, si staccasse, scivolando nell’oceano e diventando quello che potevo vedere e amare in quel momento. Le scogliere, soprattutto quella ad est, protendevano sull’acqua spumosa, offrendo un panorama incantato e romantico, ove amavo sedermi a osservare il volo dei gabbiani e il sorgere del solo e mettermi in contatto mistico con il mondo degli elementi e con Odino, il mio padre spirituale, oltre che magister supremo del creato. Sapevo che anche lui guardava Midgard, e speravo che ogni tanto volgesse il suo occhio verso di me, che non potevo vederlo, ma lo immaginavo perfettamente nel suo palazzo, seduto su Hliðskjálf, nella sua continua e incessante ricerca di valorosi. Una piccola foresta, ben diversa dalla Foresta proibita di Hogwarts, era il regno di diverse specie di creature, che andavano ad abbeverarsi alla sorgente di acqua cristallina che emergeva al centro di una piccola radura. Non facevano caso alla presenza umana, sapevano che nessun pericolo era in agguato, e si lasciavano avvicinare senza problemi. Capii che Sirius non era il padrone di quella terra, bensì il custode di un piccolo e magico santuario e come a suo tempo fecero i suoi antenati, egli doveva proteggerlo e conservarlo. Tornando a noi, dopo i primi giorni di passione bruciante, dove demmo libero sfogo a tutto quello che avevamo trattenuto a Londra, a causa delle troppe convenzioni del mondo magico; Sirius decise che non potevo rimanere ignorante, anche se ovviamente non avrei potuto frequentare la scuola, in quel luogo avevamo tutto ciò che poteva servire per portare avanti un programma di studi ben delineato, forse anche migliore di quello didattico della scuola ufficiale. Sbuffai. “Scuola sempre scuola! Pensavo che qui sarei potuta essere libera.” “Libera si, ma non ignorante come un troll. Per cui ho deciso di stilare un bel programma di studi, in modo tale che un domani, quando rientreremo nel mondo magico tu possa districarti in esso,anche se non dovessi esserci io.” “Come!?!” Esclamai attonita e sorpresa da quelle parole fosche, dall’apparenza simile a un presagio. Scossi la testa e picchiai i pugni sul suo petto, con rabbia dolorosa ” Tu sarai sempre al mio fianco. Stai già pensando di lasciarmi? Di andartene in qualche posto strano senza di me? Oppure di tornare tra le braccia di Lestat?”. Mi guardò tristemente, sapevo di averlo ferito e turbato con quelle parole. Ma la sua frase precedente mi aveva lasciato nell’animo un senso di ineluttabilità e angoscia che non riuscivo a spiegarmi. “No, non voglio lasciarti! Ma sai benissimo che la vita riserva diverse incertezze, e non c'è dato di sapere il nostro destino. Però, ciò che mi rattrista maggiormente e sapere che tu abbia ancora dei dubbi sul fatto che Lestat, pur avendo fatto parte del mio passato, non faccia più parte della mia vita. Perché, nel momento stesso, in cui tu sei diventata parte integrante di essa, lui è rimasto solo il ricordo di qualcosa che ormai è talmente lontano nel tempo da essere intangibile.” Lo guardai, sentendomi quasi in colpa. Mi aveva chiesto fiducia e io stavo già mettendo in dubbio le sue intenzioni. In quello stesso istante, guardando i suoi occhi profondi e penetranti, feci la tacita e solenne promessa di fidarmi completamente del suo agire. Chinai il capo annuendo. “Perdonami Sirius. Non volevo offenderti o recriminare. Hai perfettamente ragione, senza contare che qui sarà certamente più piacevole proseguire i miei studi.” Lui mi sorrise dolcemente e mi abbracciò stretta, sentivo le sue mani fra i miei capelli e le sue labbra sul mio viso. Non mi sarei mai stancata di stare fra le sue braccia e non avrei mai permesso che chicchessia ci separasse. Per farlo dovevo avere piena padronanza dei miei poteri, per cui nella grande biblioteca di Black Nest mi sarei impegnata per raggiungerla. Intanto affacciati sul grande terrazzo, mentre il dolce strusciare delle onde sugli scogli cantava una gentile nenia, e la luna splendeva nel cielo terso, ancora una volta demmo sfogo al nostro amore , non più represso. E intanto pensavo al momento in cui sarei diventata finalmente Isa Black, la sua sposa. Prima o poi si sarebbe risolto a fare il grande passo. Sorrisi, avevo scelto la mia strada, consapevole che non sarebbe stata sempre così idilliaca, ma che mi avrebbe condotto al compimento del mio destino soddisfatta della vita trascorsa. Ringraziai mentalmente l'ombra di mia madre. Iniziamo così una vita normale quieta: ogni passeggiata, ogni nuova scoperta, era una forma di insegnamento. Ci impegnammo in duelli, leggevamo libri in biblioteca, praticavamo l’osservazione e lo studio di piante creature presenti sull’atollo e alla luce della luna ci bagnavamo nella fresca sorgente per sentire più vicino il contatto con gli dei. Poi sdraiati sull’erba , con il fuoco acceso, stavamo a rimirar le stelle e a studiare le fasi lunari. E fu una sera di quelle mentre emergevamo da quelle acque cristalline che Sirius, tendendo le sue mani verso di me e aiutandomi a salire dall'acqua si mise in ginocchio. “Vuoi sposarmi?” Quasi pensavo di aver sentito male, forse le mie orecchie volevano giocarmi uno scherzo, ma il forte palpitare del mio cuore, la sua espressione seria e decisa e lo sguardo amorevole, non lasciavano adito a false interpretazioni. A mia volta strinsi le sue mani, per poi fiondarmi tra le sue braccia muscolose, affondando la testa fra i suoi neri capelli, ancora umidi, da cui proveniva un leggero odore di muschio. “Si certo che lo voglio.” Aspettavo solo quello… “Pensavo che una felicità più grande di quella che ho provato venendo qui con te fosse irraggiungibile, invece in questo istante mi accorgo di averla di gran lunga superata. Certo che voglio diventare tua moglie ora per sempre. Ti amo Sirius, più di ieri, meno di domani per tutto il tempo che gli dei ci concederanno su questa terra, e anche oltre: in tutte le vite, in tutti gli universi in cui le nostre esistenze si incroceranno.” Fu un ben strano matrimonio il nostro, con un’ancora più strano officiante. Visto che a Black Nest non vi era altra presenza umana, fu Leonard a presiedere il rito, mentre i nostri testimoni furono le creature presenti in quel luogo. Decidemmo di compiere il rito con la benedizione della luna, nella radura incantata, sui bordi della sacra sorgente. Devoti agli Asi e a Odino, avremmo consacrato per l’eternità la nostra unione, davanti a lui e agli dei la cui presenza era tangibile in ogni forma vivente che ci stava attorno. Le nostre anime sarebbero state unite indissolubilmente. Il cerchio di rune, che avrebbe protetto e allietato la nostre unione era pronto, su un ceppo di frassino erano appoggiati un orcio di idromele consacrato, un piccolo ma affilato Athamè benedetto dalla luna, una riproduzione in miniatura in fine argento del martello Mjolnir, e due corni cavi. Per l’occasione avevo tessuto, si con le mie mani, molto alla Molly Weasley, una tunica di lino bianco, cinta in vita da una catenella dorata, al collo e ai polsi portavo gioielli preziosi ma dalla montatura delicata, e a coprire il capo un fine velo, lo avevo ricavato dai fili vegetali dei fiori di vetro, mentre li stavo studiando assieme a Leonard nel giardino sul retro. Ne era risultato un leggero velo cangiante e raffinato, nella cui trama avevo inserito piccole gocce di ambra. Sirius mi teneva un braccio, anch’egli vestito di bianco, con una fascia rossa che gli cingeva la vita. Indossava gioielli rituali e mi guardava stupito, come se fosse stata la prima volta che mi vedesse, da tutta la sua persona sentivo provenire un amore sconfinato e al contempo struggente. Come al solito in lui c’era un ombra indefinita di malinconia, ma la felicità la superava di gran lunga. A piedi nudi, entrammo nel cerchio di rune, contemporaneamente Leonard muovendo le manine, fece innalzare nell'aria una musica sacra, degna cornice di quel momento mistico. Il braciere, contenente erbe essiccate, tra cui anche la Salvia Divinorum, diffondeva L’aroma tanto caro agli dei accompagnato da quello dell'incenso più puro. Le 24 rune incise attorno al cerchio magico presero a brillare innalzandosi infuocate attorno a noi, proteggendo e benedicendo il rituale che stavamo iniziando. Passerei ore a descrivere le emozioni che provavo, i battiti del mio cuore, ogni singola sfumatura di ogni singolo atomo che con la sua magia ci avvolgeva, ma purtroppo le parole che conosco non bastano per descrivere tutto. Fuori dal cerchio le creature immobili, percependo anche loro quell’ aurea divina che impregnava l'ambiente circostante facevano da spettatori a tutto questo. Anche i dispettosi folletti della Cornovaglia sembravano stranamente quieti e si limitavano a osservare svolazzando allegramente sopra le nostre teste, una versione blu elettrica delle colombe babbane. Ci inginocchiamo all’interno del cerchio di rune, mentre Leonard prendendo il piccolo Athamè, ci incise le carni invocando nella lingua antica la dea Freya a benedire la nostra unione. Sirius e io facemmo combaciare i tagli unendo il nostro sangue. Leonard brandendo poi la piccola riproduzione di Mjolnir benedisse in nome di Thor l'unione fra di noi legandoci per l'eternità; infine ci scambiamo reciprocamente le chiavi di casa e le armi bianche, le chiavi per me a simbolo del mio potere sulla casa, le armi per lui a simbolo del suo dovere di protezione nei miei confronti. Eravamo al termine della cerimonia: Leonard versò l’ idromele nei corni. Per un istante pensai al Walhalla e alle corna ricurve e sempre piene dell’idromele prodotto da Heidrun , bevuto dagli eroi che li avevano la loro sede; ce li porse e entrambi bevemmo incrociando le nostre braccia. La cerimonia era finita: mentre ci voltammo per uscire dal magico cerchio, nuove presenze si erano aggiunte alle creature. Vidi Severus, accanto a mia madre, sorridenti, ombre evanescenti intangibili ma benedicenti; accanto a loro le ombre di un uomo e di una donna altissimi, dalle lunghe dita e la fronte prominente che tenendosi per mano sembravano volerci accogliere in quella che in quel momento stesso sentii essere stata la loro casa, vidi un uomo dai tratti mediorientale stretto, quasi fosse stato vittima di una fattura deste congluti a una giovane, dietro ai quali si innalzava la loro ombra, allungata dal fuoco dei falò, dalla forma serpentesca: sapevo chi erano conoscevo la loro leggenda. Si trattava di Ellroy e Asmara, coloro che avevano fatto, allo stesso modo mio e di Sirius, di questo regno il loro nido, separandolo dalla terraferma e rendendolo un’isola incantata. Ci guardammo sorridendo avevamo avuto la benedizione di tutti. Il cerchio era aperto potevamo tranquillamente uscirne come marito e moglie; nel medesimo istante in cui la magia del cerchio di Rune sparì, tutte le ombre si dissolsero e le creature si dispersero; il silenzio attorno a noi si poteva quasi toccare, mentre la luna dagli intensi riflessi azzurrognoli sembrava volerci baciare. in tutto questo silenzio il frusciare tra le fronde del frassino proteso sopra di noi ci fece quasi sobbalzare; da esso si sollevarono due uccelli neri, erano corvi ma non due corvi qualsiasi erano Huginn e Muninn i due corvi di Odino. Anche lui dunque si era preso il tempo di puntare il suo occhio verso di noi mandando le sue vedette ad assistere. Ancora non sapevo che più avanti avrei desiderato non lo avesse fatto. Prima di ripartirsene verso il cielo volarono leggermente in cerchio sopra di noi. Huginn si abbassò verso me arrivando all'altezza del mio viso: aveva qualcosa nel becco. Tesi la mano col palmo rivolto verso l’alto ed egli fece cadere in essa una pietra bianca, sembrava quasi essere una runa, ma su di essa nulla vi era inciso. “Che strano - esclamai - cosa vuol mai dire questo?” La pietra fredda e liscia sembrava quasi prendere vita emettendo una piccola luce pulsante e diventando più calda. Feci appena in tempo a scambiare uno sguardo con Sirius, e aprire la bocca per esprimere le mie perplessità, quando un vortice improvviso mi avvolse e fece sparire tutto ciò che avevo intorno.
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DESTINI
FanfictionQuando i destini di personaggi di diversi mondi si intrecciano. Tra i maghi di Hogwarts e gli dei di Asgard per arrivare nelle terre di Westeros e poi scoprire che tutto ha di nuovo inizio.