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Sono gli occhi di una bambola malinconica quelli che hanno incrociato i miei.

Scendo le scale facendo dei movimenti lentissimi per non scivolare. Sorpasso l'arco della biblioteca e l'antro maledetto sotto le scale, attraverso il salotto, torno in cucina. Faccio del mio meglio per smettere di piangere e per calmarmi. Di tanto in tanto, mi giro per vedere se Naria mi stia seguendo oppure no.

Ignoro la tavola ancora imbandita per la mia colazione, il lavello che trabocca di stoviglie dall'aspetto curioso e la dispensa irraggiungibile e polverosa.

In punta di piedi (quanto vorrei essere un po' più alto), apro il frigorifero bianco. E vengo investito da un odore fastidioso. Cipolle, quanto odio le cipolle! Non solo puzzano di ascelle sudate, ma sono pure viscide e appiccicose. Poi, quando le tagli, incominci a grattarti e non la smetti più. Mi tappo il naso e respiro con la bocca. Singhiozzo.

Ci sono molti contenitori e sacchetti colorati. Difficile capire dove stiano le cipolle. Se mi allungo abbastanza, vedo una dozzina di uova violacee di insetto, un cartone di latte ormai a metà, una confezione di formaggio avvolta nella carta alimentare, un pezzo di carne molto grande adagiato su un piatto (la cena che si sta scongelando), degli avanzi dimenticati e della frutta esotica (tutta per me?). Non so come, ma tutte queste cose radunate qui mi fanno sentire un po' meglio.

Il ripiano più basso del frigo è interamente popolato di lattine da cinque litri ciascuna - bibite, succhi, acqua.

Il ripiano più basso del frigo è interamente popolato di lattine da cinque litri ciascuna - bibite, succhi, acqua

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Mi sforzo di leggere ad alta voce le etichette: «Tucmù, Ocno... no? Forse Ocon? Insomma: Ocno o Ocon? Che casino. Dunque... Atine? Sì, c'è scritto Atine. Come si diceva "acqua"? In ogni caso, è sempre quella con il tappo blu».

Purtroppo, noto che l'acqua è troppo in fondo per essere presa. Alla fine, afferro Tucmù. Tucmù nella lingua dei giganti non dovrebbe significare niente; credo che sia soltanto un nome inventato per una bevanda che, in teoria, dovrebbe essere buona. Non credo di averla mai assaggiata.

Abbraccio la lattina e la trascino fuori dal frigorifero. È davvero pesante. Io non sono molto forzuto, quindi la metto subito sul pavimento. Apprezzo per qualche attimo il motivo astruso giallo e verde sulla confezione, mi siedo per terra e tolgo il tappo rosso. Un tappo rosso è insolito.

Decido che berrò direttamente dalla lattina, tanto nessuno ci farà caso. La sollevo appena da terra, appoggio le labbra sul buco e do un assaggio. Non mi piace. Mi alzo e corro a sputare tutto nel lavello. Ho una strana, spiacevole sensazione sulla lingua, che non riesco a descrivere. Mi sembra di aver appena bevuto uno sciroppo molto amaro.

«Ma che roba è?» esclamo, mentre apro il rubinetto. Mi sciacquo la bocca sotto l'acqua corrente, fresca. Una volta a posto, mi asciugo le labbra con le mani.

Tucmù è ancora lì sul pavimento. Guardo, penso un attimo e rivaluto. Torno a bere, a piccoli sorsi. Realizzo che non è poi così male. Magari non è roba adatta ai bambini. Chi lo sa?

Ad un tratto, mi accorgo che è tutto passato. Sto bene o quasi bene. Non vorrei esagerare. Ripongo la lattina al suo posto nel frigorifero.

Mi sento la testa pesante. Salgo i gradini incespicando. Non sopporto queste dannate scale.

Varco la soglia della stanza di mia sorella. Naria sospira, io mi butto a faccia all'ingiù sul suo letto.

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Devo essermi addormentato. Apro gli occhi quanto basta per risvegliarmi. Un lieve torpore avvolge il mio corpo. Il profumo dell'ammorbidente al ciclamino è rassicurante.

La stanza è illuminata a malapena dalla solita lampada blu appoggiata sulla scrivania disordinata, con carta e matite sparse. La ragazza finta è ancora seduta sulla poltrona e adesso ha riacquistato la testa. Sembra davvero una persona vera.

Naria mi ha messo addosso una coperta rosa a fiori, che mi avvolge fino alle orecchie. Adesso lei è qui vicino a me, intenta a cercare qualcosa nell'armadio. Mi sembra piuttosto indaffarata e calma, e mi sento sollevato nel vederla così. Mi giro su un fianco, per guardarla meglio da sotto le ciglia.

Tra coperte e asciugamani, nell'armadio di mia sorella, si celano tantissimi indumenti colorati. Tutti questi abiti non le servono, infatti non li mette quasi mai. La sua passione per la moda non è normale. Va matta per questi gingilli. È pazza. Spenderebbe tutta la paghetta nei negozi di abbigliamento, se andasse più spesso a Radiante.

Gli altri giganti non hanno bisogno di un armadio grande come il suo: si vestono solo quando fa molto freddo, con grandi mantelli, scialli e cappotti. Talvolta indossano dei cappelli, ma a mia sorella, per qualche oscuro motivo, non piacciono.

Ogni volta che compra un vestito, Naria lo appende a una gruccia e lo mette vicino a un altro dal colore simile. C'è una sorta di arcobaleno da rispettare nel suo guardaroba.

Ci sono abiti con complicate fantasie floreali e capi ancora più audaci, vagamente futuristici, con sgargianti stampe geometriche e tagli asimmetrici. Altre cose sono più sobrie e raffinate, dai colori neutri.

Penso segretamente che mia sorella sia brutta (i suoi occhi), molto brutta (occhi, occhi, occhi), anche se ho il sospetto che i suoi simili la trovino carina, davvero carina (con degli occhi del genere mi rimane comunque difficile crederci). Diciamo che ha parecchie amicizie e che sa farsi voler bene.

Da quello che mi ha raccontato, i suoi compagni di classe la ricoprono di attenzioni e qualcuno le fa la corte, anche se è troppo piccola per avere il fidanzato. Forse è addirittura una delle ragazze più belle della sua scuola e, a questo punto, ho paura di scoprire come siano tutte le altre.

Comunque, i suoi amici non vengono a cercarla quasi mai dopo la scuola. Devono essere troppo impegnati con i compiti. Il professore di matematica ne dà troppi. Non so come faccia mia sorella a finire tutti gli esercizi sull'agenda e, soprattutto, a non sbagliarne mai uno. Deve avere una specie di talento, altrimenti non si spiega. O, forse, sono io che faccio schifo con i calcoli.

Mi piacerebbe accompagnare Naria a fare acquisti ogni tanto, anche soltanto per stare un po' fuori casa. Sorrido.

Immagino di camminare al suo fianco per le strade, di fare tappa con lei ad ogni vetrina per ammirare i tessuti e di darle dei giudizi fuori dal camerino. Sarebbe divertente suggerirle abbinamenti insoliti e cercare di convincerla a mettersi in testa un cappello, magari uno che le piacesse davvero.

Ha quel qualcosa in più degli altri, che la rende quello che è per me e che cattura l'attenzione degli altri giganti. Deformità o fascino?

Naria si allunga per vedere meglio cosa c'è su un ripiano distante dell'armadio. È esageratamente alta. Chissà cosa starà cercando con tutta quella determinazione.

A un tratto, tira giù una specie di pacco e lo appoggia sul letto, vicino a me.

«Già sveglio?» mi fa. È serena.

Le chiedo: «Stavi cercando quello?»

«Non ha importanza, tra poco vedrai», mi risponde. «Mi dispiace per prima. Come ti senti?»

Mi rizzo sul letto con uno scatto.

«Soprattutto, mi dispiace vederti tutto il tempo da solo. Non ti fa bene. Hai bisogno di qualcuno come te, qualcuno che ti assomigli, qualcuno con cui tu possa parlare», continua Naria.

«Ah, da quando sono una bambola?» chiedo divertito e stizzito allo stesso tempo.

Mia sorella scoppia a ridere, poi mi spiega: «È un buon compromesso, lei», e indica il fantoccio. «C'è e non c'è. Puoi usarla e lasciarla perdere subito dopo, se vuoi. Non sarà mai come Zoe, perché non è neanche una persona.»

Non sono sicuro di aver capito, ma starò al gioco.

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