Sabato 10 maggio 2003

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Il ritorno fu terribile, e mi detestai.

Da Melanie era stato facile fare la ragazza libera e determinata a chiudere un rapporto senza amore per inseguire l'amore vero. A Bologna mi aggredì ciò che avevo lasciato: lezioni, compagne che parlavano dei culi degli universitari, Cinzia che insisteva per fare un'uscita simile a quella del sabato prima.

Con in prospettiva il concerto che Valeria mi aveva proposto di andare a vedere, non riuscii a portare a compimento quanto ripromessomi in Francia. Stava ricominciando ad avere fiducia in me e io invece nascostamente l'amavo.

Valeria, Lorenzo. Due persone che mal riponevano la fiducia in me.

E così, pavidamente lasciai che le cose andassero senza metterci le mani, e non andarono certo in una direzione che mi potesse far stare tranquilla.

Dopo un sabato in cui non si fece vedere, Valeria, contattata sempre da Cinzia, si disse disponibile a uscire con noi per andare a ballare giù in Riviera. Ci cambiammo a casa mia, dove lei arrivò in tuta nera e con tutto il resto dentro una scatola.

Quel "tutto" era un vestitino da manga porno, o come diavolo si chiamano. A beneficio della fantasia non rimase molto.

«Che dici?» mi chiese nella stanza chiusa, lontano dagli sguardi di mia madre.

«Eh, diciamo che ti si noterà» risposi, cercando di andare liscia, ma soprattutto di capire a quale gioco stesse giocando, chiamando me a consigliarla nella mia stanza.

«Meglio» replicò lei, tutta contenta.

E quando fummo di sotto, il suo abbigliamento fece subito le prime vittime, tra cui Simone, che non riuscì a camuffare una bestemmia di stupore. La Cinzia lo fulminò con lo sguardo, e poi fulminò Valeria.

«Ehi, Rei, ma chi devi intortare messa così?» chiese Katia, vedendoci scendere dalle scale.

«Avevo voglia di essere appariscente, per una volta» rispose sorridendo, poi chiese alla sua interlocutrice «A te non viene mai voglia di essere molto appariscente?»

Katia, che passava il tempo a parlare di maschi e dei loro attributi reali o presunti, non aveva quel tipo di vestiario nelle corde, e rispose che le veniva voglia, ma non così tanto.

Il discorso successivo rimase su quello. L'appariscenza, e in un certo senso la provocazione, perchè sebbene questo argomento non fosse uscito esplicitamente, era chiaro che l'appariscenza di Valeria, per un po' tutti, fosse un modo per essere provocante.

Nei confronti dei maschi, sottinteso.

Simone rimase in silenzio, fissando il corpo di Valeria per un tempo che mi sembrò infinito, ma non era l'unico maschio che le riservò quel tipo di sguardi: erano tanti, tantissimi. Osservai la gente attorno a noi, osservai persino Lorenzo, che le rifilò più di un'occhiata.

Messa in discussione dalle amiche e guardata come i cani guardano una bistecca, si destreggiò ugualmente in maniera tranquilla. Ma fu per me naturale correre in sua difesa. L'avevo sempre fatto, e non sarebbe certo stata quella la prima volta in cui l'avrei lasciata sola.

«Oh ma alla fine una si veste come le pare. Se la fa sentire bene, il discorso finisce qui.»

«Infatti, noi siamo solo che contenti se vestirvi così vi fa sentire bene» commentò Simone, ironico.

«Se Farabegoli ci dà ragione, siamo in una botte di ferro» sorrisi a Valeria.

«Anzi, è ne sono proprio felice. È bellissimo rendere felici i Simone Farabegoli» aggiunse lei.

A questo punto, la guardammo un po' tutti, perché persino io mi aspettavo che chiarisse quello che aveva appena detto.

«Tutto è qui dentro» aggiunse, indicandosi la testa, «Quello che succede qui dentro è diverso da persona a persona. Quindi sapere che ne metto d'accordo molti beh... mi rende abbastanza felice.»

«Oook» disse Katia, abbastanza imbarazzata.

La Cinzia, che aveva ascoltato attentamente tutto il discorso, si schiarì la voce rumorosamente.

«Non sono del tutto d'accordo. Vestirsi in maniera appariscente o truccarsi ha a che fare con una versione particolare dell'effetto placebo. Quando una ragazza passa del tempo a prepararsi prima di uscire o si mette abitini, solo parzialmente lo fa per ottenere punti sociali. "Se ti trucchi, se ti metti così, se ti spogli piacerai di più alle persone o sarai più attraente per i maschi" non è il motivo principale» partì, ammutolendo chiunque, «In larga parte è una sorta di "autoinganno" per sentirsi più sicure di sé stesse.»

«Ed è un male?» chiesi, vedendo Valeria incapace di rispondere a questo velato attacco al suo atteggiamento.

«No, era per farvi capire che a volte pensiamo che i nostri gesti abbiano una motivazione, quando in realtà, nel nostro profondo, ne hanno un'altra.»

Più tardi, quando fummo già a ballare, mentre Valeria era nel bagno a fare pipì, si confidò al di là della porta.

«Cinzia può dire quello che le pare. A me, che i Simone Farabegoli abbiano il cazzo duro a guardami, piace.»

«Buongiorno principessa» mi limitai a risponderle, sbuffando una mezza risata.

«Dovevi rispondermi "Sì, certo, sono d'accordo". Riproviamo: a me, che i Simone Farabegoli abbiano il cazzo duro a guardami, piace.»

«Sì certo, sono d'accordo.»

«Allora diamoci dentro» replicò, uscendo dal bagno con un gran sorriso.

Di nuovo in Riviera, di nuovo a ballare, come per "riannodare" i fili dell'adolescenza senza avere più il peso dei loro problemi da adolescenti. Per me non c'era più la preoccupazione di fare tutto quello di nascosto. Per lei pareva essere ormai andata in soffitta la mancanza di amor proprio.

E ballammo come se fossimo solo noi due, e di nuovo mi dimenticai di Lorenzo, e finii per assecondarla, e per difenderla, e per fare no-no-no con il ditino a chiunque tentasse di avvicinarsi a lei, fino a che, a un tizio più insistente rifilai un secco «Cavati dal cazzo, lei è mia.»

Immediatamente dopo, mi si gelò il sangue, pensando a quello che lei avrebbe potuto pensare di quella frase. Era un lapsus terribile e non ebbi il coraggio nemmeno di guardarla negli occhi.

Finchè non disse, sorridendo «Cavati dal cazzo, io sono sua.»


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