Lunedì 28 aprile 2003

33 6 0
                                        

Quando arrivammo a casa dopo essere stati a ballare e aver riaccompagnato Vale a casa, salimmo e trovammo entrambe le mie coinquiline già in appartamento. Anzi, già infilate nel letto, che dormivano della grossa. Forse Lorenzo si aspettava di trovare la casa ancora vuota, per riuscire a combinare qualcosa di interessante con me. Lo avevo facilmente dedotto dal modo in cui mi aveva guardato per tutto il tempo in cui eravamo rimasti da soli. Ma la casa, in quel momento, non permetteva nulla di particolare se non qualcosa di un po' svelto e guardingo.

Mi ispirò un profondissimo moto di tenerezza: lui che era salito da Cervia fino a Bologna dopo nove o dieci ore di lavoro, ci aveva sopportate tutta la serata, lasciandoci giocare alle cubiste in trasferta, era lì un po' triste ma consapevole che non si poteva chiedere molto altro.

Mi accoccolai sul divano con lui semisteso, iniziando a sfregarmi contro il suo corpo. Era piacevole sentire gli effetti di quello strusciamento contro la sua figura calda.

«Ste, sei sicura?» mi chiese, dubbioso ma con gli occhi che letteralmente mi mangiavano.

«Sono sempre sicura» risposi, dandogli mille baci sul collo.

Fu come un segnale per lui, che iniziò a percorrermi con la bocca e le mani. Era sempre il solito Lorenzo, che metteva me prima di tutto. Mi lasciai sfilare gli slip, e lo feci immergere tra le mie cosce. Mio dio quanto era bravo a fare quelle cose, quanto era paziente, quanto era instancabile. Se glielo avessi chiesto mi avrebbe fatto sesso orale per ore.

Mi portò incredibilmente su, come a compimento di quella serata così intensa. Ma la cosa che mi scombussolò fu che quando fui sul punto di avere il primo orgasmo, chiusi gli occhi e cercai di acciuffare una ciocca di capelli azzurri, che in realtà non c'era. Immediatamente tutta quella carica di piacere scomparve, mi irrigidii, mi scoprii profondamente triste, profondamente incasinata. Profondamente falsa.

Così finsi, senza fare tanti complimenti.

Finsi di avere un orgasmo che poi definii "meraviglioso" sussurrandoglielo in un orecchio, brandendogli l'erezione e completando quella sessione silenziosa di vicinanza montando sulle sue cosce e spingendomi con foga meccanica contro di lui.

E poi scappai in bagno a piangere sotto la doccia. Perché mi sentivo impresentabile, doppiogiochista, e di nuovo, profondamente falsa.

Eppure dormii accoccolata a lui. Perché io volevo lui, lo volevo vicino, lo volevo disponibile per me, capace di sopportarmi, di abbracciarmi, di non chiedermi nulla e di darmi tanto. Lo volevo perché era il miglior maschio che potessi volere, perché incarnava quello che desideravo.

Ma mi fu chiaro che non lo amavo.

Eppure lo tenni stretto, tutta la notte, incapace di mollarlo, ma percorsa continuamente dall'impressione che stesse per crollarmi tutto addosso, e che fosse tutta colpa mia, perchè non sapevo accontentarmi di quello che avevo attorno. Perché mi accorsi che il mio moroso era in realtà il mio migliore amico che mi leccava la vagina in maniera fantastica.

Passai una domenica tutt'altro che serena. Nella testa mi vorticavano mille pensieri che sembravano non concretizzarsi mai, come se non volessero farsi acciuffare. O come se avessi paura di catturarli e di guardarli in faccia, definitivamente.

Dovevo dire tante cose a molta gente, ma non sapevo da che parte farmi. E avevo paura di rimanere da sola, lo ammetto. Fino a sabato pomeriggio avevo un moroso che adoravo e una amica ritrovata, con cui punzecchiarsi. Qualche ora dopo avevo una rottura che mi pareva inevitabile e una relazione che mi era già stato chiarito fosse impossibile.

Io: Ciao

Melanie: Ciao! Ça fait du bien de t'entendre.

Io: Oui, pareil pour moi.

Ma ecco il vuoto, ecco il non sapere cosa dire, il non sapere come dirlo, non sapere come avrebbe reagito. Avrebbe fatto ironia? Avrebbe detto "Lo sapevo"? Avrebbe detto "Cazzi tuoi?".

E quindi, come al solito, reagii impulsivamente.

Io: Je viendrai vous voir demain. Ok?

Non fece nulla per svariati secondi, alla mia affermazione così perentoria "Vengo da te domani". Poi scrisse.

Melanie: Pour combien de jours?

Melanie: J'ai école, demain.

Io: Je ne sais pas quand j'arriverai. Attends-moi!

Poche altre parole avevano anticipato il messaggio con cui mi aveva mandato il suo numero di cellulare e un semplice «J'ai hâte de te revoir, Stefy.»


ChimeriqueDove le storie prendono vita. Scoprilo ora