Capitolo 13

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❝ 𝓝𝐞𝐯𝐞𝐫 𝐭𝐡𝐨𝐮𝐠𝐡𝐭 𝐭𝐡𝐚𝐭 𝐲𝐨𝐮 𝐰𝐨𝐮𝐥𝐝 𝐛𝐞
𝐬𝐭𝐚𝐧𝐝𝐢𝐧𝐠 𝐡𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐨 𝐜𝐥𝐨𝐬𝐞 𝐭𝐨 𝐦𝐞
𝐭𝐡𝐞𝐫𝐞'𝐬 𝐬𝐨 𝐦𝐮𝐜𝐡 𝐈 𝐟𝐞𝐞𝐥 𝐭𝐡𝐚𝐭 𝐈 𝐬𝐡𝐨𝐮𝐥𝐝 𝐬𝐚𝐲. ❞

▹ It's Been a Long, Long Time - Kitty Kallen.

𝘚𝘦𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘥𝘰𝘱𝘰.

C'è qualcosa di universalmente disarmante nei tramonti.
A Manhattan, il caleidoscopio dei vividi toni del crepuscolo si riversava sull'East River come gli acrilici di un pittore svuotati nella tela. Le nuvole non impedivano alla stella solare di accecare la città quando sembrava congiungersi col fiume e gli ultimi raggi della giornata graziavano i passanti con una doccia di luce puntellata di volteggianti miodesopsie.
Il ponte di Brooklyn offriva un'incantevole visuale dell'unione tra terra e cielo, nel momento in cui il mondo diventava sede di spettacoli e casa di sognatori.

Con la stessa solennità il sole sposava la Senna e le guglie degli edifici gotici, nel cuore della culla del romanticismo, splendendo sui balconi parigini e tracciando sentieri di cristallo lucido tra le infrastrutture urbane in stile Haussmann.
Rigore e eleganza, tinti di un'agghiacciante imperiosità.

La Città dei Sogni e la Città delle Luci, così dissimili eppure così familiari, entrambe in modo unico.

Magnus pensò che a New York era ancora giorno, mentre seguiva l'andamento della strada dal finestrino.
Pietre preziose e diamanti sfavillanti rilucevano sulle sue dita. Scorse un ritaglio del suo viso truccato quando inclinò la testa per intrappolare il cellulare tra spalla e orecchio.

«Orchidee o peonie?» si sentì domandare.
La risposta giunse veloce dall'altro capo del telefono.

«Mi sono perso. Sta di nuovo pensando di aprire un'agenzia funebre?» borbottò Ragnor, non senza una certa apprensione.
Intervenne una voce femminile: «Ci ha chiesto quali fiori starebbero meglio nel suo ufficio».

Magnus socchiuse gli occhi gialli e verdi e si stuzzicò l'unghia dell'anulare con quella del pollice, aspettando pazientemente che i due amici smettessero di parlare di lui come se non fosse presente alla conferenza.
Era sempre così con Catarina e Ragnor.
Alla fine quest'ultimo sbuffò.

«Come se avesse bisogno di perfezionare l'estetica del piano per attirare più clienti».

«Non credo che ne senta la necessità, arrivano a flotte ormai. Mi stupisce che la sua segretaria non gli abbia ancora chiesto un aumento».

Lasciò che ignorassero la sua domanda per qualche secondo ancora, prima di schiarirsi la voce.

«Siete utili quanto una boccetta vuota di smalto, mi aspettavo un impegno maggiore da voi. Per la cronaca, pago bene Jasmine».
Spostò il telefono sull'altra spalla, perdendosi sciaguratamente l'inizio dell'ultima frase di Catarina.

«...ed è vero. Insomma, chi baderà mai ai fiori che tieni sulla scrivania? Tu sei Magnus Bane, chiunque vorrebbe lavorare con te!»

Un sorriso sbilenco sbocciò sulle labbra del fotografo, che stava gongolando.
I mocassini a punta premettero contro il sedile del conducente; il tassista gli lanciò uno sguardo truce dallo specchietto retrovisore - poi si acquietò quando Magnus gli fece scivolare sul grembo una banconota da venti euro.

«Oh, non esageriamo adesso», imitò un tono umile e si arrotolò al dito una ciocca di capelli neri, crogiolandosi nelle lodi.

«Quando accetterai di essere diventato una delle persone più influenti in Europa? L'ultima rivista di Vogue ha venduto il doppio delle copie della precedente, solo perché si sono curati di scrivere in copertina che sei stato 𝘵𝘶 a occuparti delle foto» gli ricordò lei.

Waiting For Dawn | MALECDove le storie prendono vita. Scoprilo ora