Capitolo 8

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❝ 𝓐𝐧𝐝 𝐈 𝐰𝐨𝐮𝐥𝐝 𝐬𝐚𝐲 𝐈 𝐥𝐨𝐯𝐞 𝐲𝐨𝐮, 𝐛𝐮𝐭 𝐬𝐚𝐲𝐢𝐧𝐠 𝐢𝐭 𝐨𝐮𝐭 𝐥𝐨𝐮𝐝
𝐈𝐭'𝐬 𝐡𝐚𝐫𝐝 𝐬𝐨 𝐈 𝐰𝐨𝐧'𝐭 𝐬𝐚𝐲 𝐢𝐭 𝐚𝐭 𝐚𝐥𝐥
𝐀𝐧𝐝 𝐈 𝐰𝐨𝐧'𝐭 𝐬𝐭𝐚𝐲 𝐯𝐞𝐫𝐲 𝐥𝐨𝐧𝐠
𝐁𝐮𝐭 𝐲𝐨𝐮 𝐚𝐫𝐞 𝐭𝐡𝐞 𝐥𝐢𝐟𝐞 𝐈 𝐧𝐞𝐞𝐝𝐞𝐝 𝐚𝐥𝐥 𝐚𝐥𝐨𝐧𝐠. ❞

▹ Futile Devices - Sufjan Stevens

Il tonfo delle scarpe da ginnastica vissute di Alec che atterravano con enfasi sul terreno - il ragazzo correva quasi come se ci fosse stato un treno che avrebbe sfrecciato lungo i binari senza di lui se non si fosse sbrigato - fu attutito e gentilmente conservato dal morbido prato che si stendeva sotto i suoi occhi.

Aveva smesso di piovere da poco, per cui l'erba era ancora bagnata. Un paio di goccioline si depositarono sulla pelle scoperta delle sue caviglie, pelle nivea, fresca, che rabbrividiva al contatto con l'aria autunnale.

Si sentì tirare con delicatezza dalla manica della camicia troppo grande per non essere d'intralcio nei suoi movimenti. Sorrise all'uomo che gli aveva appena impedito di infilare i piedi in una pozzanghera, riportandolo sul sentiero privo di rientranze ma non di imperfezioni.

Un paio di spiragli di luce illuminavano dall'alto l'immensa distesa verde interrotta dalle impronte delle loro suole. Alec immaginó il sole che faceva cortesemente notare alle nuvole che era arrivata l'ora di punta; il loro lavoro era finito, potevano cedergli il posto.

Mai come prima d'ora Magnus gli era sembrato così bello.

Questo pensiero gli balenava in testa più o meno tutte le volte in cui gli capitava l'occasione di guardarlo in faccia, non di sfuggita, ma come se volesse nutrirsi delle sue labbra rosee, dei ciuffi di capelli che sfuggivano alla stretta del basco che stava indossando, delle linee del suo sorriso, della mascella pronunciata su cui avrebbe voluto far scorrere la bocca socchiusa, per poi scendere più in basso, succhiargli il pomo d'Adamo, le clavicole e...

«Non me lo vuoi dire?»

Sbatté le palpebre un paio di volte, cercando di risvegliarsi dalle sue stupide fantasie adolescenziali. Possibile che passasse ogni attimo nella sua testa, anche quando tutto ciò che voleva era davanti a lui ed era più di una mera immagine elaborata scrupolosamente dalla sua coscienza per rubargli il fiato e fargli sentire il bisogno di doversi reggere a qualcosa per evitare che le sue gambe cedessero?

«Cosa non ti voglio dire?» domandò di rimando, sentendo inevitabilmente le sue guance imporporarsi per via dello sforzo che stava facendo al fine di non apparire troppo colto alla sprovvista.

Magnus gli rivolse lo stesso sguardo saccente che gli rivolgeva sempre, dopo averlo beccato in pieno a fantasticare su qualcosa che non sarebbe riuscito a dire ad alta voce.
Aveva un'aria così matura, così paziente, come se fosse pronto a tendergli la mano e ad inclinare la testa di lato mentre il corvino si rialzava e cercava le parole per spiegargli il modo in cui era caduto.

«Dove mi stai portando. Che altro? Hai detto che devi farmi vedere qualcosa, ma non mi hai detto cosa.» rispose pacatamente il bibliotecario, mostrandogli le sue gengive bianche, la bocca che si apriva come lo squarcio nel cielo da cui l'astro li avvolgeva con il suo calore.

Era passata una settimana dal pomeriggio al centro commerciale, un'altra settimana e sarebbe arrivato il giorno della festa.

Ricordava perfettamente il discorso che avevano fatto accanto al van del maggiore, l'intimità delle sue parole e la delicatezza dei suoi baci.

Quella volta, era un po' come se Magnus gli avesse detto: "lì sul tetto ho sperato di incontrare una persona come te. Ti ho sognato, bramato, cercato tra le stelle, e alla fine mi sei magicamente apparso accanto come se fossi caduto dal cielo stesso".

Waiting For Dawn | MALECDove le storie prendono vita. Scoprilo ora