12. Erba del Diavolo

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*Avviso: in questo capitolo è presente una scena problematica di dubbio consenso. Consiglio fortemente di dare di nuovo un'occhiata alla lista di trigger warning prima di proseguire con la lettura. Per ulteriori note vi rimando in fondo alla pagina*





12.


Erba del Diavolo



XX:XX


Quella notte, a Damiano appariva perfettamente sensato stare in ginocchio nel bosco a contare petali di fiori di stramonio. Procedeva come se fosse un compito d'importanza capitale, il cui scopo risultava lampante e scontato, anche se sfuggiva al linguaggio non appena cercava le parole per esprimerlo: li staccava uno a uno dal calice con un pizzico del pollice e dell'indice – un gioco di m'ama non m'ama tutto per lei –, creando un tappeto candido e soffice che si estendeva sempre più intorno a sé. Mille, duemila, tremila petali, finché non faticò a ricordare quale altro numero venisse in successione.

A quel punto avrebbe dovuto trovarsi circondato dai petali per un raggio di diversi metri, ma proprio quando abbassò lo sguardo per ammirare il poetico risultato di tutto quell'impegno non trovò più alcuna traccia dei fiori. Era solo e a mani vuote, su uno spiazzo di terreno nero.

Lo tastò con i palmi alla cieca, ma si dimenticò presto di ciò che stava facendo fino a qualche istante prima. Con la coda dell'occhio aveva intercettato un movimento tra gli alberi.

Si voltò di scatto in quella direzione, e scrutò nel buio per qualche secondo. Gli sembrava di aver intravisto un batuffolo bianco allontanarsi nel bosco, quattro zampette con una codina dritta e corta.

Solo in quel momento ebbe coscienza di ciò che stava accadendo. Deglutì e provò a mettersi in piedi per inseguirlo, ma le gambe non risposero al comando. Una forza estranea a ogni legge della fisica lo obbligava a restare in ginocchio. Si guardò attorno freneticamente, passando da un tronco all'altro in cerca di un volto sospeso nell'oscurità. Si rese conto di essere al centro della radura in pendenza in cui sorgeva Villa Anthares, anche se la villa era sparita. L'unico fulcro adesso era lui. Il perno da murare vivo attorno cui nuove generazioni avrebbero potuto costruire la prossima dimora dei sogni.

Chiaro, pensò. Della casa le era sempre interessato poco.

Non appena tornò con lo sguardo nel punto in cui era fuggito l'agnello, notò che gli alberi si erano fatti molto più lontani e che una nebbia polverosa si stava alzando dal suolo come una nube di farina.

Sentì per prima la sua voce.

«Perché non gliel'hai impedito?»

Non c'era nulla di accomodante, nel suo tono. Riuscì a distinguere entrambi i timbri sovrapposti, quello femminile e quello maschile, perché dalla sua bocca cantavano sempre in due, due voci che aderivano quasi del tutto l'una all'altra se non per un sottilissimo scarto. Entrambe adesso rimbombavano come da sotto la lastra di una tomba, o come il coro che tuona nell'anfiteatro nel momento più cupo della tragedia. Era arrabbiata.

Si aspettava di vederla sbucare di soprassalto di fronte a sé, ma la sua figura si plasmò nella foschia nel modo più naturale possibile, un corpo espanso nello spazio in mille particelle che era sempre stato lì, in fondo, e che lui era stato troppo cieco per notare con i suoi sensi da umano.

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