10. Ematolagnia

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10.


Ematolagnia



16:35


Li trovò esattamente dove sapeva che sarebbero andati, lungo un sentiero irregolare tra le felci che avrebbe potuto condurre alla tana di una volpe. Il loro sentiero.

Non che avessero voluto nascondersi da lui – loro non si nascondevano mai, non in quel bosco. Piuttosto lo esploravano, vi si mimetizzavano, cercavano la cella d'alveare in cui avrebbero incontrato una volta per tutte la propria pace, ché non ne avevano ancora scoperto una abbastanza recondita in cui potessero cancellare se stessi.

In realtà, lo stavano aspettando.

Le volpi avevano lasciato delle tracce e volevano essere inseguite.

Nel primo pomeriggio, dopo pranzo, Damiano si era guardato intorno e aveva percepito l'assenza di Michelangelo e Angelica ancor prima di rendersi conto che erano effettivamente spariti. Aveva adocchiato l'orologio, e aveva saputo all'istante che era giunto il momento del loro appuntamento. Nonostante non l'avessero mai sancito in alcun modo, né a voce né per iscritto, in sei anni non l'avevano saltato neanche una volta.

Alla stessa ora, il secondo giorno, sulla stessa zolla d'erba e terreno protetta dalle radici gonfie di un castagno.

Aveva lasciato la villa senza dire nulla a nessuno. Si era incamminato in direzione del lago, come tirato alla fune dal loro richiamo, virando però sulla sponda orientale, la più inospitale e fangosa, quella che nessuno avrebbe scelto per il proprio luogo segreto tra tanta bellezza. Quasi li vedeva davanti a sé, che lo invocavano senza pronunciare una parola, solo tendendo un braccio verso di lui.

Li vide per davvero al solito posto. Erano stesi a terra nella cavità formata dalle radici, che fungevano un po' da braccioli per le loro schiene. A pochi passi, alle spalle del castagno, qualche coleottero acquatico smuoveva in minuscole onde la pozza stagnante che era diventato il lago in quel punto. Si udiva un ronzio ininterrotto di fondo, ogni tanto un fruscio d'ali o uno schiocco di rami. Sopra la coltre di foglie del bosco il sole batteva rovente proiettando una lastra luccicante sull'acqua.

Se si fosse allontanato di qualche metro sul lato opposto, si sarebbe imbattuto nel prato selvaggio in cui cresceva lo stramonio. Una pulsazione all'angolo delle cornee lo spingeva a voltarsi proprio verso quella direzione, ma gli era impossibile distogliere lo sguardo da ciò che stava avvenendo dinanzi a lui.

Michelangelo aveva la testa affondata tra le gambe di Angelica. Ne teneva sollevata una con una mano dietro la piega del ginocchio, per farsi spazio, e Angelica lo osservava dall'alto con una ruga nella fronte e le labbra talmente strette da essere sbiancate.

Nonostante tutto, non emetteva neanche un lamento. Aveva sempre avuto un'ottima resistenza al dolore.

Quando avanzò, facendo scrocchiare qualche foglia sul suolo, notò il contorno di sangue sulle labbra di Michelangelo. Nessuno dei due sembrò turbato dal suo arrivo, come se in fondo fosse il proseguimento naturale di quella scena, o come se finora avessero soltanto temporeggiato in sua attesa. Michelangelo scostò la bocca dalla coscia di Angelica, e Damiano poté scoprire di che colore fosse diventato il suo livido adesso.

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