13. Symposium

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13.


Symposium



08:05


La giornata precedente aveva avuto un inizio e una fine come tutte le giornate che si erano succedute nel corso della sua vita. Quella attuale, invece, Virginia non sapeva proprio dire quando fosse cominciata.

Al suo terzo risveglio, in salotto, guardò le lancette dell'orologio a pendolo con un senso di nausea che saliva a galla dalla bocca dello stomaco. Per quel che percepiva, tra le sei e le otto del mattino potevano essere trascorsi interi altri giorni da cui lei era stata esclusa, o in cui semplicemente non era nemmeno esistita.

Dopo l'intrusione del coniglio Damiano l'aveva scortata verso uno dei divani con insolita apprensione, come se portasse in grembo un messia e dovesse stare attento a ogni passo che le faceva compiere.

«Aspetta qui. Riposati un altro po'» le aveva detto, sollevando i palmi per bloccarla. «Angie dovrebbe svegliarsi tra poco...»

«Angie...? Cosa c'entra...?»

Ma Damiano era sparito verso la cucina senza aggiungere altro. Mentre lo aspettava non era riuscita a tenere gli occhi aperti ed era crollata di nuovo, nella posizione molle di chi è stato freddato da un colpo di pistola, col mento incassato nel petto. Aveva un vago ricordo di lui che tornava, si sedeva accanto a lei e la faceva reclinare su di sé per cullarla, ma tutto sommato poteva anche trattarsi di un'illusione rimasta sospesa tra più piani, di un desiderio in forma di sogno. Qualcosa che bramava con tanto fervore da aver convinto una parte di lei di averlo vissuto realmente.

Ne conservava una sensazione tattile, però. L'incavo dell'ascella in cui si era rifugiata, il gomito, la sua spalla contro la guancia. Non poteva essere tutto frutto dell'immaginazione. Forse era venuto da lei e l'aveva toccata per davvero, stavolta nel suo modo amorevole – quello che diceva vieni qui, sei tutta mia tra le mie braccia e non può accaderti nulla di male.

Il dubbio che l'avesse vista in quella posizione poco lusinghiera, che le rendeva il corpo flaccido e più grasso, la fece arrabbiare. Detestava non essere in controllo della sua immagine nel sonno. Credeva che per meritarsi un po' d'amore fosse necessario essere attraenti in qualsiasi momento, persino mentre si dormiva, come le attrici nei film: bastava una singola svista a disvelare il grottesco che si annidava al di sotto, anche quando non c'era alcun osservatore. Perché in qualche modo esisteva lo stesso al di fuori di lei uno sguardo immanente che non si spegneva mai, e bisognava allenarsi a compiacerlo.

Le tornò in mente una visione della notte, quella del profilo etereo e flessuoso di Angelica stesa sul letto accanto al suo. Lei sì che era bella sempre, senza che la cosa le richiedesse alcuno sforzo. Lei sì che avrebbe potuto vincere la pentola d'oro alla fine dell'arcobaleno per essersi sempre mostrata impeccabile dinanzi allo sguardo. Eppure Damiano aveva puntato Virginia, tra le due: questo la rincuorava. Le sembrava di aver adempiuto almeno una volta a un compito per cui si preparava da tutta la vita. Essere scelta.

Si domandò se anche quello, insieme agli eventi della mattinata, non fosse stato altro che uno strano sogno di cui si sarebbe dimenticata con il passare delle ore.

Un dolore di spilli alla base della schiena le suggeriva il contrario. Si massaggiò con una smorfia, e tentò di ritornare al presente. In quel momento il presente occupava ogni cosa, si tendeva dappertutto e le faceva pressione sui timpani, ma Virginia faticò ancora per qualche istante a riorientare la bussola dentro di sé. Le pareva di essere immersa fin sopra la testa nell'acqua rosea dell'infuso, che gettava di tanto in tanto un lampo olografico sugli oggetti.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Oct 28, 2025 ⏰

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