9. Láthe biósas

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9.


Láthe biósas



21:34


«Come sarebbe che non hai fame?»

Virginia s'impose di reggere lo sguardo di Damiano, all'imbocco delle scale al piano terra, dove l'aveva fermato. Scrollò le spalle in modo forse poco convincente. «Non ho fame» ripeté, cercando di apparire sostenuta, anche se la voce la tradì smorzandosi in una nota fuori posto. «Sono stanca, vorrei solo farmi una doccia e andare a dormire.»

Lui assottigliò gli occhi in due fessure velenose. Questo bastò a Virginia per capire quanto fosse contrariato. O addirittura deluso. Damiano non era il solo a leggerla alla perfezione; anche lei l'aveva osservato a lungo e con così tanta minuziosità – il necessario per individuare in tempo i minimi cambiamenti sul suo viso, anche quando lui credeva di esserne immune o di averglieli nascosti – da aver imparato a riconoscere ogni suo stato d'animo come lettere di un nuovo alfabeto a cui dover reagire all'occorrenza.

«Non sono io a doverti dire che non ti fa bene restare a digiuno» disse tuttavia, con il solito atteggiamento disinvolto che gli riusciva così bene, quello di chi intende umiliare l'interlocutore con la strafottenza. «Noi restiamo giù fino a tardi. Tu fa' come vuoi.»

Era una frase strana da parte sua. Fa' come vuoi. Il fatto era che avrebbe potuto ordinarle di cenare con loro, se avesse voluto, e Virginia a quel punto non se la sarebbe sentita di opporsi in onore del loro accordo, ma evidentemente Damiano pretendeva comunque che certe cose venissero da lei.

In ogni caso, dal tono aveva l'aria di essere a tutti gli effetti un ammonimento.

Ah sì? Peggio per te.

Virginia sentì il cuore pulsarle tra i timpani. Salì le scale mentre Damiano si allontanava in direzione opposta, verso la sala da pranzo, dove si erano diretti anche gli altri di ritorno dal lago.

Provò un misto di panico e trepidazione all'idea di averlo indispettito così tanto. Da un lato aveva il terrore che quella sua singola azione avrebbe portato a conseguenze catastrofiche, dall'altro ne era in qualche modo elettrizzata.

Al di là di tutto, non poté fare a meno di sperare che Damiano decidesse di fregarsene degli altri e inseguirla al piano di sopra.

Quando fu certa di non udire i suoi passi dietro di sé, ingoiò un ulteriore bolo di sconforto e andò in camera a recuperare il pigiama, un paio di asciugamani e il beauty-case con i prodotti per i capelli. Con il bottino in bilico tra le braccia, si spinse contro la porta del bagno adiacente alla sua stanza, ma non appena fece per richiuderla si accorse che anche lì, come nelle camere da letto, mancava la chiave.

Si bloccò per qualche secondo. Avrebbe potuto utilizzare l'altro bagno del piano, ma si trovava accanto alla stanza di Ludovico e aveva tutta l'aria di essere assegnato ai maschi del gruppo tanto quanto l'altro sembrava assegnato a priori a lei e ad Angelica.

Un curioso senso d'ansia cominciò a strisciarle sottopelle. Non aveva molta scelta; appoggiò gli asciugamani al lavandino, si spogliò in fretta e s'infilò sotto la doccia ritrovandosi a pensare che le cose, in quella villa, parevano disposte proprio in modo da non lasciare a nessuno nascondigli o vie di fuga. Nonostante la quantità di stanze e angoli appartati, per individuare un posto sicuro in cui non essere acciuffata sarebbe solo dovuta uscire nel bosco.

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